Giramondo, mezzo sciamano e mezzo asceta,
affascinato dal mito di Paesi lontani che evocano magiche visioni, Werner
Herzog ha ereditato dal nonno archeologo la passione di portare alla
luce remote civiltà. Le sue origini slave sono inoltre popolate di antiche
leggende ed è proprio dalla fusione di questi due mondi che il regista di Cuore
di vetro, La ballata di Stroszeck, Fitzcarraldo ha tratto
le arcane e oscure atmosfere che hanno gremito le sue fantasie ossessive e
surreali.
Questo poeta dell’irrazionale, esploratore dell’immaginario in
compagnia di personaggi emarginati, che nel corso di un’inutile ribellione
si imbattono nell’angoscia e nella follia, non poteva restare indifferente
di fronte alla storia (vera) di Zishe Breitbart, il fabbro ebreo che nella
Berlino d’inizio anni ’30 si crede un novello Sansone, investito della
missione di proteggere la sua gente dall’incombente minaccia nazista.
Sulla sua strada il fabbro incontra un’altra figura messianica...
Invincibile arriva in Italia con sette anni di ritardo e il perché
è evidente: a una sapienza figurativa dal décor estremo e intessuta di un
prezioso simbolismo onirico, corrisponde un impianto narrativo piuttosto
esile, dove il doppio tema dell’identità contrapposta, quella non
recepita e quella tradita, si consuma in una debolezza drammaturgica di
fondo. Curioso il finale, dove la citazione autoreferenziale (il fratellino
di Zishe che spicca il volo) suggella la romantica visionarietà di Herzog
con il ricordo del suo viaggio a piedi da Monaco a Parigi per l’ultimo
saluto a Lotte Eisner che stava morendo. Si racconta che la famosa storica
del cinema tedesco guarì quando Herzog le disse: «Apra la finestra e voli
con me».