Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Colloqui col padre.
di D.A. - Scrivere a: don.antonio@stpauls.it


MARTINA NON SI RICONOSCE PIÙ IN QUESTA CHIESA

MA IL VANGELO NON LIMITA LA LIBERTÀ

«La Chiesa non ha fatto altro che alimentare una morale da Medioevo, dove le uniche colpe sono, solo e sempre, quelle del sesso. E la coerenza dei cattolici tra la vita e la fede?».

Caro padre, leggo spesso Famiglia Cristiana e mi piace aggiornarmi su quel che succede intorno a me. Ho fatto volontariato e mi reputo una persona attiva, attualmente sono ancora in cerca di lavoro, non sono sposata e vivo coi miei genitori. Da tempo non vado più in chiesa, non sono praticante, anche se mi reputo cristiana e sono attratta da Gesù e dalla sua morale. Non mi sento però rappresentata da questa Chiesa. Non so se, leggendo il Vangelo, ho capito male, ma Gesù ci chiede non solo di osservare i comandamenti, ma di costruire un "regno" fatto d’amore, carità e comprensione.

Attorno a me, invece, e anche sulla mia stessa pelle, noto solo giudizi e discriminazioni da parte di ecclesiastici. Non passa giorno che si parli di divorzio e aborto come di colpe gravi, e chi abortisce è un’assassina. D’accordo sulle colpe, però non c’è compassione per le donne che abortiscono forse per depressione o solitudine, o anche per l’abbandono dei familiari o del fidanzato (che non vuole responsabilità). Avere un figlio fuori dal matrimonio è una tragedia, specie per quelle famiglie tradizionaliste, dove conta più salvare la faccia e l’onore davanti alla società.

La Chiesa, mi dispiace, non ha fatto altro che alimentare una moralità medievale, dove le uniche colpe gravi da espiare riguardano il sesso, e la responsabilità è addossata sempre e solo sulle ragazze. Se ci togliessimo di dosso il velo di ipocrisia, vedremmo che, ormai, i rapporti prematrimoniali sono considerati normali anche da buona parte delle coppie cristiane. Nella mia bellissima terra, segnata da faide e vendette, hanno ammazzato due uomini per vendicare lo stupro di una donna; al funerale il sacerdote s’è rammaricato solo per il gesto di vendetta nei confronti di un bravo ragazzo lavoratore (pazienza se era anche lo stupratore).

Mi dispiace, ma sono convinta che la Chiesa stia dalla parte dei potenti, da cui riceve aiuti e favori, in cambio di leggi a lei favorevoli. Non credo più a nulla; io, magari, non conosco i valori cristiani, ma chi si dichiara cattolico (come tanti politici), poi fa tutto il contrario della morale cristiana, o si arricchisce vendendo armi ed evadendo le tasse.

Martina  

Cara Martina, ho letto attentamente la tua lettera, piena di provocazioni, e mi ha sorpreso l’amarezza delle parole da cui traspare una grande tristezza e solitudine. Sicuramente le tue considerazioni sono frutto di profonde riflessioni, ma mi permetto di offrirti qualche altra chiave di lettura della realtà e del mondo che tu descrivi.

È vero, oggi molti considerano la "morale" della Chiesa come una serie di regole da rispettare, quasi una "violenza" che le persone sono costrette a subire e che, in prima battuta, sembra lontana dal messaggio evangelico. È un luogo comune, questo, che purtroppo condiziona sempre più le persone e le loro coscienze. Quelle che si definiscono regole, in realtà non sono altro che modi per incarnare i valori del Vangelo, luci che illuminano il cammino verso il Signore.

Le regole non sono fini a se stesse, ma strumenti per raggiungere una meta; sono proposte forti che ognuno deve applicare alla propria vita, tenendo conto della sua storia e, soprattutto, della sua coscienza. C’è sempre uno spazio personale tra la regola e la sua applicazione nella vita. Non sono limitazioni della libertà, come spesso si afferma, quando si rivendica il diritto di «fare ciò che si vuole, purché non si danneggi il prossimo».

La persona veramente "morale" le considera espressioni di libertà, di una coscienza che sceglie di seguire il Signore nelle scelte della vita. Il Vangelo, è vero, non "regolamenta" la vita; ci propone dei valori da incarnare, ma soprattutto una Persona da seguire e amare, un Dio cui tendere nella fatica delle scelte quotidiane (che non hanno valore solo come semplici adesioni alle regole).

Che alcune regole ci sembrino pura "ipocrisia" può dipendere dal fatto che non ne cogliamo il valore profondo, ma può essere anche la sana reazione a norme di cui è rimasto solo il guscio esteriore e se ne è persa la polpa. In questi casi è necessario mettere in movimento la coscienza e cercare la verità, magari con l’aiuto di altri. La verità si raggiunge anche nel confronto, non chiudendosi nell’ambiente "inquinato" della nostra sofferenza e amarezza.

Il Signore non ci ha promesso che sarebbe stato semplice seguirlo; spesso il Vangelo ci richiama alla fatica e alla rinuncia, non per rispettare delle regole, ma per crescere nell’amore e nella totalità del nostro essere. Il Signore si china sull’uomo per elevarlo, non per giudicarlo. E questo è il principio della misericordia che spesso, come tu fai notare, noi dimentichiamo.

Il giudizio pesante della gente, anche sulla Chiesa, le evidenti incoerenze e strumentalizzazioni degli stessi valori da parte della società, certamente feriscono (a volte in modo profondo), ma occorre trovare la forza per andare oltre, lasciandosi asciugare le lacrime dalla misericordia di Dio. Certi che l’amore per le sue creature sorpassa ogni regola.

Da parte nostra, l’impegno a costruirsi come "persone di misericordia", testimonia che siamo noi stessi ad averne bisogno per primi.

D.A.

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