Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


L'oro degli azzurri
si è tinto di rosa

 

 
Attualità.
di Elisa Chiari


OLIMPIADI
MADRI, PADRI, FRATELLI: I PRIMI TIFOSI DEI CAMPIONI

MEDAGLIE IN FAMIGLIA

Pechino è stracolma di familiari degli atleti. Che per star loro accanto hanno sacrificato danaro e vacanze.

Pechino

Ottomila chilometri abbondanti, solo per incrociare uno sguardo. Stare in disparte, eppure esserci. Lo spirito olimpico delle famiglie dei campioni soffia così, ai margini, ma dentro. Perché Pechino è stracolma di madri e di padri, fratelli e cugini. Vogliono partecipare. Fortissimamente. E lo fanno con straordinaria intensità, sapendo che – se va bene – il campione di famiglia alzerà lo sguardo dalla parte giusta, ammesso che la tribuna sia sufficientemente vicina.

La gioia di Andrea Minguzzi, che ha conquistato l'oro nella lotta greco-romana  davanti a due "tifose" d'eccezione: la mamma, Celestina e la sorella, Valentina.
La gioia di Andrea Minguzzi, che ha conquistato l'oro 
nella lotta greco-romana  davanti a due "tifose" d'eccezione:
la mamma, Celestina e la sorella, Valentina
(foto AP/La Presse).

Sanno benissimo, le famiglie, che a quel punto si vince e si perde soli. Si arrendono felicemente alla parte della coperta di Linus, un placebo dell’anima, se così si può dire, per campioni in procinto di cimentarsi. Perché di più non si può fare. Nessuno aiuta più, al momento di fare i conti con la sbarra o con il fioretto, con il fucile o con la freccia. Solo chi gareggia partecipa. Gli altri, semplicemente, guardano. Ma un’occhiata che fa centro a volte infonde sicurezza.

Le mamme e i papà ne sono convinti e, infatti, dove conta ci sono più che possono. Viaggiano parallelamente all’Olimpiade dei figli, sacrificando denaro e vacanze all’agosto olimpico. Spesso, durante i Giochi, con i campioni di casa hanno contatti limitatissimi: se sono fortunati li incontrano nell’ora d’aria – ammesso che l’allenatore la conceda –, magari una sola volta nei giorni prima della competizione. E poi ingannano l’attesa, attraversando Paesi che molti mai avrebbero visto senza Pechino 2008.

La signora Celestina e Valentina Minguzzi, mamma e sorella di Andrea, oro nella lotta greco-romana, specialità oscura e antica, che abita tra l’Emilia e l’Est, si sono presentate sugli spalti con una parrucca a riccioli bianchi e rossi, avendo cura di passarne una uguale, verde, all’amica seduta vicino, così da formare una bandiera di teste. Impossibile non individuarle, eccezioni occidentali in un mondo che viene quasi tutto dal centro profondo e povero dell’ex Unione Sovietica: Georgia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirgyzistan, Uzbekistan, con qualche traccia mediorientale in Turchia e Iran. «Le parrucche le abbiamo prese il giorno prima della finale, in un grande magazzino», racconta senza più voce la signora Celestina, una giovane mamma  

bionda, cinque figli e una bandiera italiana dipinta sul viso: «Cerco di esserci ogni volta che posso, stavolta poi era troppo importante». Tanto da meritare un viaggio di quasi 24 ore, con dieci ore di scalo a Mosca. Per l’oro olimpico vale la pena tutto. Per un figlio, anche di più. Andrea abita a Roma, la famiglia a Imola, la distanza si colma dandosi appuntamento dall’altro capo del mondo, ogni volta che una gara lo permette.

«Igor ci ha visti di sicuro»

Mara Cassina, la sorella di Igor, funambolo della sbarra, ha scoperto che nel compito dell’addetto stampa, che si è assunta dopo l’oro di Atene 2004, sono inclusi gli straordinari da agente del turismo per un’intera e complicata truppa di amici e parenti: «Partiamo sempre in grandi gruppi: stavolta siamo in 16, alle finali di Coppa del mondo di ginnastica saremo in 70. Appena arriva la qualificazione cominciamo a pianificare il viaggio: siamo organizzatissimi, tutti con la t-shirt bianca con la scritta "Italian Gymnastics" e la bandierina sulla manica, stampata apposta, ovviamente. Stavolta, per la qualificazione siamo stati fortunatissimi: avevamo i posti proprio dietro la sbarra: Igor ci ha visti di sicuro. Sappiamo che per lui è importante».

Non solo per lui. Quando la gara comincia, si cercano i punti di riferimento, quando finisce le uniche braccia, in cui ci si possa davvero abbandonare, meglio se a telecamere spente. Lo sa bene papà Ferrari da Genivolta (Cr), che tra qualificazioni e finale ha raccolto il pianto di Vanessa, la sua minuscola ginnasta tutta carattere: «Era tesissima, si è lasciata andare. Sono qui per questo. Il bar è chiuso. Ora andiamo in vacanza tutti insieme, forse in Nuova Zelanda, oppure a Cuba: vorrei che sapesse che sono felice di averla vista dare tutto, anche se il tutto stavolta – colpa di un infortunio al tendine d’Achille – non poteva includere la medaglia. Deve sapere che da qualche parte c’è qualcuno che l'accoglierà anche quando tutto va storto». Quel qualcuno si chiama quasi sempre papà.

Non a caso, Chiara Cainero, oro nello skeet, ha per il suo il primo pensiero: «Se papà non mi avesse portata a sparare a 14 anni non sarei la prima donna italiana a vincere l’oro olimpico in questa specialità». Quando ha vinto, l’abbraccio della famiglia (mamma, papà, marito, zio) l’ha letteralmente travolta.

Il papà di D’Artagnan

Ha fatto anche di più Giuseppe Tagliariol, padre di Matteo, oro nella spada: ha rivoltato la vita come un calzino: «Per seguire la passione di mio figlio, che da piccolo voleva diventare D’Artagnan, sono diventato io maestro di scherma. Sei anni fa ho cambiato anche lavoro, ho chiuso la carrozzeria reinventandomi agente immobiliare, in modo da garantirmi il tempo libero sufficiente a seguire la palestra». Diversamente non avrebbe mai risposto a un’intervista dalla muraglia cinese, né abbracciato, ancora fradicio, un figlio eletto re di spade.

Al confronto, Giorgio Cagnotto e Renée Felton sono fortunati. Con i figli campioni loro vivono a fondo. Sono i loro allenatori. Li hanno presi per mano, visti crescere, accompagnati a piccoli passi dietro le quinte e, poi, sul palcoscenico. Al momento che conta, però, come gli altri stanno a guardare, solo con più responsabilità. Renée non molla Andrew un attimo, al campo si porta anche Jeremy, tredici anni, fratello piccolo di Andrew, saltatore in erba, aspirante cuoco a cinque stelle: «Per il momento viene con noi, si allena, vede il mondo e compra regali agli amici. Poi si vedrà». Il difficile è che bisogna fare due lavori insieme e, se possibile, scinderli: «Al campo faccio l’allenatrice, a casa la mamma». Sapendo che alle Olimpiadi il confine è molle. Un tecnico e basta, se va bene, si commuove quando si vince. La lacrima per la qualificazione mancata, invece, scappa solo alla mamma. Il fatto che si chiami Renée e di mestiere faccia l’allenatrice di salto in lungo, in fondo, è soltanto un dettaglio.

Elisa Chiari

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