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Custodiscono la memoria dei martiri di qua e di là del mare. In fondo all’Adriatico c’è un fazzoletto d’acqua che divide dolori e unisce sofferenze. Ricorda persecuzioni ai cristiani di eserciti e regimi. Ci sono secoli di mezzo, ma uguale è il dramma. Ci sono due colli e, alla sommità, il male. Di qui, sulla riva italiana del mare, Otranto, lo scempio dei turchi, le picche dei soldati della Sublime Porta con issate le teste mozzate di 800 cristiani, sacco della città nel 1480. Di là, sulla riva d’Albania, nel cuore di Scutari, cinque secoli più tardi altri soldati di uno dei regimi più orrendi della storia, il comunismo autarchico di Enver Hohxa, s’accanirono per anni su altri cattolici e su una popolazione che avrebbe meritato pace e democrazia e, invece, è stata percossa e ammazzata. Perché non cali il sipario Di qua e di là, adesso, un piccolo gruppo di suore Clarisse di clausura prega perché quella violenza non si ripeta più. A Otranto il convento sul colle dei Martiri, a Scutari quello dentro la palazzina della Sigurimi, la spietata polizia segreta comunista, dove la gente veniva torturata, dove vennero ammazzati vescovi, sacerdoti, suore, laici, di cui è stato avviato il processo di beatificazione. Spiega suor Diana, madre badessa: «Lo abbiamo fatto perché non cali il sipario su una storia tragica e il silenzio possa rimuovere dagli occhi del mondo tanto orrore d’empietà». Il vescovo di Otranto monsignor Donato Negro ha firmato i permessi, come quello di Scutari monsignor Angelo Massafra. Adesso le suore si sono infilate tra le mura del male nel centro di Scutari. Hanno lasciato tutto com’era, le stanze delle torture, le celle dove i prigionieri morivano, dove vivevano le ultime ore straziati prima di essere fucilati. Perché nessuno possa pensare di cancellare, nemmeno con la ristrutturazione dell’edificio, la memoria dei martiri. Era il Collegio Serafico dei Frati Minori. Nel 1946 venne sequestrato dal regime, che lo trasformò nella sede del Sigurimi i Shtetit, cioè nella centrale della più spietata persecuzione politica e religiosa in Europa dopo la guerra. Sono passati in centinaia per queste stanze, alcuni ce l’hanno fatta, altri no. Assicura suor Sonia, responsabile della comunità di Clarisse che hanno deciso di vivere in queste stanze bagnate di sangue: «Non temiamo che questa memoria ci soverchi. La preghiera è l’unico rimedio per non dimenticare. Anche perché il Signore ricostruisce sempre sulla macerie dell’uomo». Le urla dei torturati, le tracce del sangue, i rosari a mezza voce recitati dai prigionieri li hanno inchiodati nella mente e negli occhi. Fino al 1990 la palazzina grigia nel centro di Scutari ha ospitato prigionieri. E quando, pochi anni fa, le autorità di Tirana hanno restituito i beni ecclesiastici, nessuno ha avuto dubbi: deve diventare un santuario. Le Clarisse custodiscono oggi il santuario dei martiri. Serve anche a purificare la memoria della gente di qui. Sono sei clarisse, due italiane e quattro albanesi. Suor Lula, albanese, non dimenticherà mai la gente di Scutari che le guardava come fossero matte: «Questo per la città era il luogo del male estremo, la gente si teneva alla larga. Voleva dimenticare, cancellare l’orrore. Buona parte della città è passata di qui. Bastava poco per finire anche solo "avvertiti" dalla Sigurimi, bastava fermarsi a parlare in quattro per la strada, nascondere un maiale o una gallina, accennare un segno della croce». Tra oblio e memoria un filo sottile Eppure loro sono venute ad abitare qui. Oggi pregano e raccontano una memoria scomoda che l’Albania vuole rimuovere. La gente a poco a poco si è riavvicinata ai muri dell’ex prigione. Loro aprono la porta e ascoltano. Così molti testimoni hanno ricostruito vicende tragiche di interrogatori disumani. Loro fanno anche da guida. Ecco gli strumenti di tortura, ecco le manette appese a una grande croce di legno, ecco i ganci dove venivano attaccati gli amplificatori che trasmettevano la musica del regime per coprire le grida dei torturati. Sanno che tra oblio e memoria passa un filo sottile e che la loro azione e la loro preghiera possono contribuire a non ripetere simili errori. Vivono dentro una Via Crucis perenne, offerta a un popolo che ha bisogno anche di questo per ricostruire la propria difficile storia. Lo hanno capito il pope ortodosso e il mufti musulmano. Tutte le religioni sono state perseguitate dagli sgherri di Hohxa, anche se qui al Nord è stata la Chiesa ad aver pagato il prezzo più alto con 40 martiri. Racconta suor Sonia: «Vengono tutti a percorrere la Via Crucis, musulmani e ortodossi. D’altra parte, qui anche noi preghiamo Dio quando sentiamo il muezzin che alza la preghiera dal minareto. È l’abbraccio delle religioni al mondo, il solo che può salvare il mondo». La Via Crucis si snoda tra celle e corridoi. La guidano le suore, ma nessuno scatta fotografie. I luoghi vanno impressi nudi, nella loro tragica realtà passata. Non ci sono immagini delle suore nel convento delle torture. La Via Crucis è un contrappunto di sofferenze dei martiri del comunismo albanese. Prima stazione, don Michele Beltoja: «Lo presero. Salutò dicendo addio. Riunirono poi fuori tutta la gente per accusarlo come nemico del popolo e reazionario. Lo torturarono direttamente nell’aula del processo con i punteruoli e il giorno dopo venne fucilato». Ottava stazione, Marie Tuci: «Aspirante delle suore Stimmatine, picchiata selvaggiamente, viveva nella cella dove l’acqua arrivava ai materassi. Morì per le violenze e di tubercolosi». No alla Chiesa patriottica Tredicesima stazione, padre Serafin Koda: «Morì per asfissia in un bidone d’acqua. Gli affondarono le unghie nella gola fino a spezzargli la trachea». A monsignor Gjini, vescovo e delegato apostolico, venne proposto di rinnegare la Santa Sede e mettersi a capo di una Chiesa patriottica nazionale. Negò. Venne torturato e fucilato. La fila delle persecuzioni è lunga. A don Lazer Shantoja, giovane sacerdote, vennero tagliate le mani e i piedi, prima di mostrarlo alla madre, che esclamò disperata agli aguzzini: «Compero io il proiettile per ucciderlo». La Via Crucis è finita. Suor Diana dice: «È il modo per risanare l’anima dell’Albania, sfinita da antiche oppressioni». Il convento delle Clarisse, unico monastero di clausura di tutto il Paese, ha salde radici nel cuore dei martiri. Alberto Bobbio
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