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L'editoriale.
di Beppe Del Colle


DIETRO IL FALLIMENTO DELL'ACCORDO TUTTI HANNO SBAGLIATO QUALCOSA

QUESTO SCARICABARILE
NON SALVERÀ L'ALITALIA


Poiché in questa vicenda tutti hanno sbagliato almeno qualcosa, sarebbe una prova di serietà se soprattutto le persone sulle quali incombono i maggiori doveri rinunciassero al gioco della caccia al capro espiatorio.

Nell’ansia estrema di questi giorni su Alitalia, ciò che sembra contare più di tutto è la ricerca dei colpevoli di un disastro incombente. Impressiona la visione vicendevole della questione: «Io non ho sbagliato nulla, le responsabilità sono di altri, di tutti gli altri».

Siccome, invece, tutti hanno sbagliato almeno qualcosa, specialmente in questi ultimi anni, quando la crisi della Compagnia di bandiera era già scritta nei libri dei conti, sarebbe una prova di serietà se soprattutto le persone sulle quali incombono i maggiori doveri (al Governo o alla guida dei sindacati) rinunciassero al facile ma inutile gioco della caccia al capro espiatorio.

Il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi.
Il commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi
(foto Ansa).

Molti dicono che l’accordo cercato dal precedente Governo con Air France, e mancato all’ultimo istante per il "no" di una parte dei sindacati, era allora il migliore possibile, tenuto conto delle pessime condizioni di mercato in cui Alitalia si trovava. Berlusconi non ebbe esitazioni: mentre il suo avversario elettorale subiva una sconfitta addebitabile principalmente alla componente politico-sindacale di sinistra della propria maggioranza, lanciò l’idea di una cordata di imprenditori nazionali per "salvare l’italianità" della Compagnia.

Tutti si domandarono: chi saranno mai questi "capitani coraggiosi"? Quanto metteranno sul tavolo? Adesso lo sappiamo: era un gruppo di 16 industriali, parecchi dei quali uniti da un comune interesse, quello di investire il proprio denaro "di rischio" in un’azienda liberata comunque dai debiti immensi accumulati in tanti anni (mentre le passività sarebbero ricadute sulla finanza pubblica) e in attesa che altri affari (come l’Expo del 2015) si offrissero loro da parte di un Governo riconoscente. Sul tavolo mettevano un miliardo di euro, mentre Air France ne aveva messi 2,5.

Nell’ultima settimana, dopo il ritiro della cordata per il rifiuto opposto all’accordo dalla Cgil e dai sindacati di categoria dei dipendenti Alitalia, è stato detto autorevolmente che non c’è alternativa a quell’intesa, se non il fallimento e la perdita di ventimila posti di lavoro. Che ciò avvenga proprio nel momento in cui nel santuario dell’economia di mercato, gli Usa, lo Stato decide il più colossale salvataggio pubblico della storia di alcuni giganti della finanza capitalistica, non può far sorridere nessuno. Nessuno, in Italia, può sentirsi "superiore".

Non un Centrodestra dominato da un premier carismatico che, sullo sfondo del personale, crescente conflitto d’interessi (ora c’è anche Mediobanca), ha trasformato la politica in un annuncio continuo di prodigi ma deve tener conto, nel caso di Alitalia, di altri interessi in conflitto nella sua stessa maggioranza (Malpensa e/o Fiumicino?) o in pericolo (i dipendenti in esubero, i contribuenti, gli azionisti).

Non una Sinistra estrema politico-sindacale che ripete ostinatamente sé stessa da oltre un secolo. È appena uscito un libro, Detenuto politico 3048 (edizioni LiberEtà) in cui un "anarco-socialista", Antonio Specchio, racconta le lotte dei contadini pugliesi contro gli agrari fra il 1898 e il 1921, e mostra la divisione fondamentale fra le jacqueries selvagge dei braccianti e gli sforzi di quanti, con alla testa un giovane ma convincente Giuseppe Di Vittorio, tentavano di trasformarle in normali controversie sindacali. Il riformismo fallì: alle violenze proletarie si oppose quella vincente degli squadristi al soldo degli agrari. Il caso Alitalia, pur diversissimo da quello, può finire con un’analoga sconfitta del buonsenso. A meno che una Compagnia straniera…

Beppe Del Colle

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