Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Arrivederci
di Franca Zambonini


DON ZEGA AVEVA LA STESSA AUDACIA DI DON ZILLI, SUO PREDECESSORE

COSÌ CI HA INDIRIZZATO
VERSO ORIZZONTI LONTANI


Ha diretto Famiglia Cristiana per diciott’anni (dal 1980 al 1998), dopo l’improvvisa scomparsa di don Zilli. Don Zega ha dato forza all’identità del giornale per la famiglia.

A ciò che su don Leonardo Zega scrivono don Antonio Sciortino e Beppe Del Colle posso aggiungere alcuni ricordi minimi e comincio con una nota di lessico familiare. Quando gli mandavo una lettera, lo chiamavo donzega minuscolo e attaccato. Il nome mi pareva troppo confidenziale per il mio capo e il cognome troppo formale per la nostra amicizia.

Era arrivato tra noi come aiuto di don Zilli e in redazione facevamo i paragoni. Con Zilli ci sentivamo tutti importanti, perché dava fiducia e sapeva perfino dire grazie. Con Zega i riconoscimenti erano faticati, come massimo elogio per un articolo ben fatto diceva: «È pulitino». Uno aveva le braccia spalancate, l’altro la battuta pungente. Decidemmo che nei due stili c’era un’impronta regionale, Zilli affettuoso perché abruzzese, Zega scanzonato perché marchigiano. Ma imparammo presto a fidarci anche del nuovo venuto.

Don Leonardo Zega, in una simpatica foto, a Manila, nelle Filippine.
Don Leonardo Zega, in una simpatica foto, a Manila, nelle Filippine.

Parlava un inglese fluente, era interessato a quel che succedeva oltre i nostri limitati confini e me lo spiegò con un episodio di quando, ragazzino, studiava in San Paolo, nella sede di Roma, sotto la guida di don Alberione: «Dopo lo studio e la preghiera, lavoravamo in tipografia. Si componeva a mano, scegliendo i caratteri piccoli piccoli, una volta mi caddero e don Alberione mi rimproverò: "Se li disperdi per terra, come faremo a portare la Bibbia ai cinesi?". Non era una battuta, ma un modo per aprirci verso orizzonti lontani».

Alla morte di Zilli, si ritrovò sulle spalle il lascito del grande sacerdote e giornalista che aveva costruito l’identità del nostro giornale. Zega si è preso la responsabilità con la stessa audacia, senza mai lasciarsi intimorire. Ma quella morte improvvisa e traumatica gli fece venire i capelli bianchi. Non è un modo di dire, l’ho visto incanutirsi di colpo e so che può succedere a chi soffre un dolore come la perdita del padre.

Poi la sua storia è stata segnata da altre angustie, quando fu messo sotto tiro per le risposte che dava ai lettori con una franchezza che dispiacque ai vertici vaticani e gli attirò dolorosi attacchi anche da alcuni confratelli. Le critiche venivano rinfocolate dalla stampa. Trovo tra le vecchie carte il trafiletto di un giornalista arguto come Michele Serra, pubblicato su L’Unità del 3 gennaio ’97 con il titolo "Parassiti": «Tutti i giornali commentano i commenti di Famiglia Cristiana… È come se i quotidiani, specie quelli cosiddetti laici, difettando di una produzione autonoma di giudizi e pareri, amassero parassitare quelli forniti dal settimanale dei Paolini». Dopo qualche esempio, Serra concludeva: «C’è speranza che i laici tornino a occuparsi dei fatti propri? Sì, basta che lo suggerisca un articolo di Famiglia Cristiana».

Ho scelto la foto di don Zega con scimmiotto, in visita a Manila, dove era vissuto sei anni, perché mi ricorda una sua avventura filippina. Andava a dir Messa dalle suore vicino alla foresta e una domenica vide nella penombra del salottino un fagotto che sembrava un puff. Era un pitone arrotolato, lo catturarono e il villaggio fece festa rosolandolo sulla graticola come piatto forte. Anche lui fu invitato a gustarlo, ma se la filò di corsa.

Lo raccontava una sera a cena e c’era un comune amico, il pittore Aldo Pennello che poi gli fece il ritratto accanto al pitone, sullo sfondo un paio di suorine e la scritta: "Non ho paura dei serpenti". Addio donzega.

Franca Zambonini

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