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Martedì 5 gennaio scorso, don Leonardo Zega (d. l. per i lettori) ci ha lasciati. Per sempre. Adesso, è giusto ricordarlo sulle "sue pagine". Lo faccio con l’affetto e la gratitudine di chi ha attinto, fino all’ultimo, al suo scrigno di saggezza. Nella vita e nella professione. Anche se, ora, mi sento più solo. Senza padre e maestro. Come tutti voi, cari lettori, che l’avete seguito e apprezzato per lunghi anni. Ci resta, a conforto, l’esempio. E la lezione, che aveva condiviso con don Zilli: quella di "pensare in grande". Con generosità e concretezza. «Non si costruisce nulla piangendo e compiangendosi. Ma lavorando e lavorando bene». Don Zega era appena tornato da un breve viaggio in Medio Oriente. «Volevo un po’ di sole», diceva. È morto alla vigilia dell’Epifania, la manifestazione di Gesù ai Magi, re e sapienti venuti dall’Oriente. Ora, l’"epifania di Dio" la contempla direttamente in Paradiso. In tutto il suo splendore e pienezza. I Colloqui col padre erano il suo pulpito settimanale, dove raccoglieva le "confessioni" e le lacrime di migliaia di lettori: mamme, papà, giovani, coppie... che gli confidavano gioie e affanni. Per tutti aveva la parola giusta. Cristianamente solidale ai loro problemi. Aveva dimestichezza con il Vangelo, dal quale attingeva ispirazione. Sempre vicino alla gente, aperto al dialogo. Nella chiarezza e semplicità. Si immedesimava nei pensieri e nelle preoccupazioni di chi gli apriva il cuore, con fiducia. Ai potenti, invece, non le "mandava a dire". Con evangelica franchezza.
Nonostante gli anni e qualche acciacco, la sua morte ci ha colpiti, perché improvvisa. E imprevista. Lui già programmava per l’indomani e i giorni a venire. Tutto, però, è precipitato nel volgere di poche ore, quella sera di vigilia dell’Epifania. Il cuore che, già in passato, aveva fatto le bizze, prima con un infarto, più di recente bisognoso di tre by pass, alla fine non ha più retto. Eppure, don Zega non ha mollato, fino all’ultimo. Anche la mattina del giorno in cui è morto, pur se indisposto, è andato in ufficio. È morto sul campo, consunto dalla passione per la missione paolina. Come uno dei più intelligenti e fedeli interpreti di don Alberione, il fondatore della San Paolo e di Famiglia Cristiana. Ha amato il sacerdozio, la Congregazione e la Chiesa fino alla "follia". Quella sana e santa follia che distingue i grandi uomini. Come lui era ed è. Non era un "prete ribelle", come ha scritto qualche giornale. Era prete e basta. Prete giornalista, grande comunicatore. Si sentiva "libero e fedele in Cristo". Gli piaceva questa espressione di padre Haering, il grande teologo che, per anni, ha scritto su Famiglia Cristiana. Don Zega ha sofferto per la Chiesa, e questo ogni prete lo mette in conto. Ma lui ha sofferto anche dalla Chiesa, che non sempre gli ha mostrato il volto più materno e misericordioso. Come, spesso, capita ai profeti. E lui lo era, un "profeta dei nostri giorni". Ha saputo cogliere i "segni dei tempi", e anticipato sul giornale il dibattito su temi che, altrove, erano tabù. Nella Chiesa e nella stessa società. Senza mai salire in cattedra, ma anche senza soggezione alcuna, don Zega ha dato orgoglio e grande dignità a tutta la stampa cattolica. E al giornalismo d’ispirazione cristiana. Che ha fatto uscire dai recinti ecclesiali, accettando le sfide del mondo e della comunicazione. Fino in fondo. Fedele all’insegnamento dell’Alberione di «parlare di tutto cristianamente» e di «fare bene il bene», ha trasformato il giornale in una grande "parrocchia di carta". Ha messo l’impresa editoriale al servizio del Vangelo. Sì, è stato un grande manager. Ma di Dio e della sua Parola. Ha dato orgoglio ai cattolici di questo Paese e ha fatto di Famiglia Cristiana la bandiera della Chiesa italiana, cui anche i laici guardano con immenso rispetto.
Il 19 aprile del 2008, al compimento dei suoi 80 anni, amici e familiari hanno voluto festeggiarlo. In quella occasione, a un anno dal delicato intervento al cuore, ha tracciato il bilancio della sua vita. È un "testamento spirituale", che pubblicherò sul prossimo numero. «Se posso dire d’aver amato qualcosa», diceva, «è stato il contatto diretto che ho tenuto, per molti anni, con i lettori. Io ho cercato di defilarmi, per far parlare il Vangelo. Per far parlare la gente: ascoltarla, sentirla, darle spazio e voce. Senza pretendere di insegnare nulla a nessuno. Perché uno solo è il vostro Maestro, Gesù Cristo». Don Zega, ora, riposa ad Alba, accanto a don Zilli e ai
suoi confratelli. Tra gli ultimi scritti, ci ha lasciato questo augurio: «Il
domani sarà quello che oggi noi vogliamo e costruiamo con le nostre mani».
Aiutaci, caro don Leonardo, a costruire un futuro migliore. Per tutti. Per
la Congregazione, che tanto hai amato. Per Famiglia Cristiana, che
hai reso grande. Per la Chiesa e il Paese. Grazie di tutto. Antonio Sciortino
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