Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Maestro di giornalismo

Ha dato una mano a tutti

Sincero senza ipocrisie

 

 
Colloqui col Padre
di D.A. - Scrivere a: don.antonio@stpauls.it


PER DICIOTTO ANNI, SU QUESTE PAGINE, HA RISPOSTO ALLE DOMANDE DEI LETTORI. I COLLOQUI ERANO IL SUO PULPITO

L’ESTREMO SALUTO A DON ZEGA

Prete, giornalista e grande comunicatore. Ha dato dignità e orgoglio a tutta la stampa cattolica. È mancato, all’improvviso, alla vigilia dell’Epifania.

Queste erano le "sue pagine". Lo sono state per diciotto anni. Come prima erano state di don Zilli, suo predecessore. Le curava con passione. Le lettere le portava appresso, ovunque andava, in una borsa lisa dal tempo. Ne era geloso. Scriveva e riscriveva le risposte, limandole fino all’ultimo. Bisognava strappargliele di mano per mandarle in stampa. Non lasciava nulla al caso. O all’improvvisazione. Gli dava fastidio la sciatteria. Aveva il massimo rispetto per ogni singolo lettore. E prendeva a cuore ogni singola lettera.

Martedì 5 gennaio scorso, don Leonardo Zega (d. l. per i lettori) ci ha lasciati. Per sempre. Adesso, è giusto ricordarlo sulle "sue pagine". Lo faccio con l’affetto e la gratitudine di chi ha attinto, fino all’ultimo, al suo scrigno di saggezza. Nella vita e nella professione. Anche se, ora, mi sento più solo. Senza padre e maestro. Come tutti voi, cari lettori, che l’avete seguito e apprezzato per lunghi anni. Ci resta, a conforto, l’esempio. E la lezione, che aveva condiviso con don Zilli: quella di "pensare in grande". Con generosità e concretezza. «Non si costruisce nulla piangendo e compiangendosi. Ma lavorando e lavorando bene».

Don Zega era appena tornato da un breve viaggio in Medio Oriente. «Volevo un po’ di sole», diceva. È morto alla vigilia dell’Epifania, la manifestazione di Gesù ai Magi, re e sapienti venuti dall’Oriente. Ora, l’"epifania di Dio" la contempla direttamente in Paradiso. In tutto il suo splendore e pienezza.

I Colloqui col padre erano il suo pulpito settimanale, dove raccoglieva le "confessioni" e le lacrime di migliaia di lettori: mamme, papà, giovani, coppie... che gli confidavano gioie e affanni. Per tutti aveva la parola giusta. Cristianamente solidale ai loro problemi. Aveva dimestichezza con il Vangelo, dal quale attingeva ispirazione. Sempre vicino alla gente, aperto al dialogo. Nella chiarezza e semplicità. Si immedesimava nei pensieri e nelle preoccupazioni di chi gli apriva il cuore, con fiducia. Ai potenti, invece, non le "mandava a dire". Con evangelica franchezza.

La prima messa di don Zega.
La prima messa di don Zega.

Nonostante gli anni e qualche acciacco, la sua morte ci ha colpiti, perché improvvisa. E imprevista. Lui già programmava per l’indomani e i giorni a venire. Tutto, però, è precipitato nel volgere di poche ore, quella sera di vigilia dell’Epifania. Il cuore che, già in passato, aveva fatto le bizze, prima con un infarto, più di recente bisognoso di tre by pass, alla fine non ha più retto. Eppure, don Zega non ha mollato, fino all’ultimo. Anche la mattina del giorno in cui è morto, pur se indisposto, è andato in ufficio. È morto sul campo, consunto dalla passione per la missione paolina. Come uno dei più intelligenti e fedeli interpreti di don Alberione, il fondatore della San Paolo e di Famiglia Cristiana. Ha amato il sacerdozio, la Congregazione e la Chiesa fino alla "follia". Quella sana e santa follia che distingue i grandi uomini. Come lui era ed è.

Non era un "prete ribelle", come ha scritto qualche giornale. Era prete e basta. Prete giornalista, grande comunicatore. Si sentiva "libero e fedele in Cristo". Gli piaceva questa espressione di padre Haering, il grande teologo che, per anni, ha scritto su Famiglia Cristiana. Don Zega ha sofferto per la Chiesa, e questo ogni prete lo mette in conto. Ma lui ha sofferto anche dalla Chiesa, che non sempre gli ha mostrato il volto più materno e misericordioso. Come, spesso, capita ai profeti. E lui lo era, un "profeta dei nostri giorni". Ha saputo cogliere i "segni dei tempi", e anticipato sul giornale il dibattito su temi che, altrove, erano tabù. Nella Chiesa e nella stessa società.

Senza mai salire in cattedra, ma anche senza soggezione alcuna, don Zega ha dato orgoglio e grande dignità a tutta la stampa cattolica. E al giornalismo d’ispirazione cristiana. Che ha fatto uscire dai recinti ecclesiali, accettando le sfide del mondo e della comunicazione. Fino in fondo. Fedele all’insegnamento dell’Alberione di «parlare di tutto cristianamente» e di «fare bene il bene», ha trasformato il giornale in una grande "parrocchia di carta". Ha messo l’impresa editoriale al servizio del Vangelo. Sì, è stato un grande manager. Ma di Dio e della sua Parola. Ha dato orgoglio ai cattolici di questo Paese e ha fatto di Famiglia Cristiana la bandiera della Chiesa italiana, cui anche i laici guardano con immenso rispetto.

Il 19 aprile del 2008, al compimento dei suoi 80 anni, amici e familiari hanno voluto festeggiarlo. In quella occasione, a un anno dal delicato intervento al cuore, ha tracciato il bilancio della sua vita. È un "testamento spirituale", che pubblicherò sul prossimo numero. «Se posso dire d’aver amato qualcosa», diceva, «è stato il contatto diretto che ho tenuto, per molti anni, con i lettori. Io ho cercato di defilarmi, per far parlare il Vangelo. Per far parlare la gente: ascoltarla, sentirla, darle spazio e voce. Senza pretendere di insegnare nulla a nessuno. Perché uno solo è il vostro Maestro, Gesù Cristo».

Don Zega, ora, riposa ad Alba, accanto a don Zilli e ai suoi confratelli. Tra gli ultimi scritti, ci ha lasciato questo augurio: «Il domani sarà quello che oggi noi vogliamo e costruiamo con le nostre mani». Aiutaci, caro don Leonardo, a costruire un futuro migliore. Per tutti. Per la Congregazione, che tanto hai amato. Per Famiglia Cristiana, che hai reso grande. Per la Chiesa e il Paese. Grazie di tutto.

Antonio Sciortino
   
  
«SEMPRE LIBERI, MAI SERVI DI NESSUNO»

Don Leonardo Zega era nato a Sant’Angelo in Pontano (Macerata), il 19 aprile 1928. Entrò in San Paolo appena tredicenne, facendo tutti gli studi, tra Alba e Roma, fino all’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 24 gennaio 1954. Cominciò a scrivere per il settimanale paolino Orizzonti. Ha lavorato, per diversi anni, all’Ufficio Edizioni libri, accanto a don Valentino Gambi, prima di partire, nel 1961, per le Filippine. Lì, per sette anni, ha curato le edizioni dei libri e il periodico Home Life. Nel 1967 fu richiamato in Italia per affiancare don Giuseppe Zilli a Famiglia Cristiana, di cui divenne direttore nel 1980. Lasciò la direzione nel 1998, al compimento del suo settantesimo anno d’età. È morto a Milano, il 5 gennaio scorso, nella comunità paolina di via Solenghi.

Don Zega è stato un maestro di vita e di giornalismo. Anche per il mondo laico. Ci ha insegnato a stare a testa alta e con la schiena dritta. «Il cristiano vero», diceva, «è un uomo libero. Ama la verità, la giustizia e la libertà. Poi viene tutto il resto». A chi gli chiedeva qual è il ruolo del giornalista, rispondeva: «Innanzitutto, quello di sentirsi a disagio con le verità prefabbricate». E aggiungeva: «C’è soltanto una strada per fare il giornalista seriamente: rinunciare alla carriera. È difficile servire il padrone e la verità al tempo stesso. È una strada in salita. Bisogna essere liberi e servi di nessuno».

 

SAPEVA OBBEDIRE MA A "TESTA ALTA"

In tanti anni di impegno giornalistico, don Zega ha vissuto, attingendo dal beato Alberione e da san Paolo, il sacerdozio del carisma paolino nella convinzione che con la notizia non si rivela solo "qualcosa", ma anche "qualcuno" e per questo «dietro la notizia si sente la persona che scrive». Significative le lettere di riconoscenza che giungevano quando don Zega redigeva le sue risposte ai lettori: volevano ringraziare il "padre" che intravedevano dietro il direttore.

Il rigore della professionalità è così adottato per una ragione di comunicazione che don Zega riassume: «Noi dobbiamo comunicare, annunciare, più che convertire: convertire è opera della Grazia». E aggiungeva: «Se una comunità cristiana non comunica, inaridisce, a maggior ragione una comunità paolina».

Per pensare con lucidità e vivere con totalità questi ideali di vita paolina, don Zega ha valorizzato la sua personalità umana, le sue convinzioni religiose, paoline e professionali con argomenti e una dialettica che giungeva, a volte, all’intransigenza. È questa la ragione per cui, se era chiaro intendere ciò che pensava, non per tutti risultava convincente e condivisibile. Ma grazie alla libertà e franchezza del pensare e del dire, don Zega, in momenti tristi, per tutti, della storia della Congregazione, ha saputo conservare la dignità di un’obbedienza a testa alta. Tra i protagonisti di queste vicende turbolente, don Zega vi ha percepito un episodio del delicato equilibrio dell’apostolato paolino, già preannunciato da don Alberione: «Non bisogna smarrirsi, ma pregare e puntare verso la nostra indipendenza di attività nella Chiesa, cercando di passare illesi tra goccia e goccia, senza bagnarsi e senza mescolarsi».

Don Silvio Sassi, 
superiore generale della Società San Paolo


torna all'indice