Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Frecce spuntate

«Orari da rivedere,
linee da ripristinare»

 
Attualità.
di Alberto Laggia


TRASPORTI
PARLA PAOLO RUMIZ, AUTORE DI REPORTAGE DI VIAGGIO

I TRENI, TRISTE METAFORA
DI UN’ITALIA CHE NON VA


I problemi del Nordest. «Manca un’Ostpolitik ferroviaria», dice lo scrittore. «Il capolinea è a Mestre». Più in là, il nulla.

L’Eurocity Allegro Johann Strauss non sorride più. Morto. L’ultimo treno diurno che univa Trieste a Vienna è stato giubilato il 13 dicembre scorso, con buona pace dell’Europa unita, dell’allargamento dell’area Schengen, del fondamentale "Corridoio 5" e degli interscambi sempre più fitti tra il Nordest italiano e l’area del Danubio.

«Da triestino, è allucinante osservare come non esista uno straccio di Ostpolitik ferroviaria», ragiona Paolo Rumiz, giornalista e scrittore, uno che se n’intende avendo girato in treno il territorio nazionale per raccontarlo in reportage, poi raccolti nel libro L’Italia in seconda classe.

«Dal punto di vista ferroviario il nostro Paese ha il suo capolinea a Mestre; tutto quanto sta a Est, da Udine a Gorizia, è un binario morto», prosegue Rumiz. «Oggi, se da Trieste voglio andare a Zagabria senza prendere l’auto, non so più come fare. La via più veloce? Spostarmi a Venezia e da lì prendere un volo aereo, perché in treno, da Trieste ci metto sette interminabili ore. E per Lubiana? Una volta ci ho impiegato meno in bicicletta. Stiamo come ai tempi di Tito, anzi peggio: in quegli anni, prendendo in serata il treno in una stazione subito a nord di Trieste, arrivavo a Belgrado al mattino, oggi non è più possibile. Mia nonna, sotto l’impero austriaco, in una nottata arrivava fino a Praga. E noi stiamo a lamentarci solo della soppressione dell’Orient Express? Eppure quanti interessi economici abbiamo in Romania, in Croazia e negli altri Paesi dell’Est, dove da oltre un decennio delocalizziamo le nostre produzioni?».

La realtà è davanti agli occhi di tutti. Il Nordest, "locomotiva" economica del Paese, continua a camminare più lenta d’una lumaca appena sale in carrozza (lo si chieda ai pendolari veneti o friulani). Per non parlare dell’Alta velocità: mancano le rotaie. Ma, peggio ancora, manca l’intesa sul tracciato della Tav che, lasciatasi alle spalle Venezia, corra fino a Trieste.

«Certo, di fondo subiamo la persistente incapacità delle nostre Regioni di fare massa critica, dimostrando ancora una volta che siamo una terra di provincialismi scatenati», osserva Rumiz. «Ciò che manca, però, è soprattutto una politica dei trasporti che consideri strategico il passaggio a Nordest. E intanto le motrici delle ferrovie tedesche cominciano a scendere dal valico del Brennero».

Anche quello che c’è di nuovo, ricorda ancora lo scrittore triestino, viene trascurato dopo averlo inaugurato magari due o tre volte. «La fiammante ferrovia superveloce per Vienna, che passa per Tarvisio e Canal del Ferro, ad esempio, non viene manco usata: i binari muoiono a Tarvisio Boscoverde, una stazione in mezzo al nulla. E fa il paio con il grande scalo merci di Cervignano, gigantesca cattedrale nel deserto, che lavora ad appena un decimo delle sue potenzialità».

Paolo Rumiz era a Bucarest quando è stato sorpreso dalle stesse tormente di neve che, prima di Natale, hanno sconvolto l’Italia. «Ebbene i treni romeni, condotti dalle vecchie motrici "comuniste" uscite dalle officine di Craiova, hanno continuato a fare il loro dovere, mentre da noi s’è paralizzato l’intero Paese. Mi sono sentito umiliato».

Le ferrovie, è la conclusione amara del giornalista, non sono altro che «la metafora perfetta di un’Italia che ha abolito la manutenzione ordinaria dal proprio orizzonte, mentre sforna novità malfunzionanti, lasciate subito deperire». Altro che Freccerosse in ritardo.

Alberto Laggia

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