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Primo: prendi il carrello. Se hai dei bambini puoi lasciarli alla "baby area", e fai la tua spesa. Poi, un salto dall’estetista lì di fronte. Hai bisogno di una consulenza fiscale? C’è lo sportello apposito. Sei reduce da una lite condominiale? Trovi l’avvocato che ti consiglia su come farla pagare al tuo vicino-nemico. Sei depresso? In un ufficio del centro c’è pure uno psicologo pronto a darti un consiglio. E se mediti di fare un viaggio, l’agenzia turistica è lì con i last minute a prezzi stracciati. Hai qualche minuto ancora che t’avanza? Assisti alla performance del trio jazz in galleria. E, se alla fine, girando, hai fatto l’ora di cena, ti fermi al ristorante al pianoterra.
In un libro di storia C’era una volta l’anonimo centro commerciale dove s’andava a fare la spesa settimanale. Nel giro di pochi anni, questi templi del consumo post-moderno, "simulacri di città" alla periferia delle città, hanno trasformato la loro immagine, il territorio circostante con la nascita di un nuovo tessuto urbano e modificato la viabilità; ma soprattutto hanno modificato le nostre abitudini. Uno di questi, il centro "I Gigli" di Prato, è addirittura entrato in un libro di storia per le medie inferiori, come simbolo delle trasformazioni economiche e sociali degli anni Novanta. Altro che "non-luoghi" come, con un po’ di snobismo intellettualistico, li definiva il sociologo Marc Augé. Entriamo in un pomeriggio freddo e piovoso a Oriocenter, uno dei tre più grandi centri commerciali italiani e d’Europa, strategicamente collocato a due passi dall’autostrada A4 e dall’aeroporto di Orio al Serio, nel bergamasco. Si tratta di un mall di 80 mila metri quadrati di superficie, con 200 negozi, 12 milioni di visitatori annui e un fatturato "agglomerato" di 450 milioni di euro. Al pianoterra, tra la folla, scorgiamo un gruppo di ragazzi che chiacchierano seduti nella zona relax, c’è chi, come fosse in biblioteca, ha i libri aperti e sembra finire i compiti scolastici; un’anziana è accompagnata nello shopping dalla badante tra un viavai continuo di coppie con figli al seguito all’entrata dell’ipermercato; una coppietta amoreggia con discrezione in un angolo; al primo piano un signore in gessato acquista un mazzo di rose dal fioraio; qualcuno s’aggira curioso tra pannelli solari e modelli di scooter ecologici, esposti nella mostra "Ecocentro", che richiama l’attenzione dei visitatori sulle buone pratiche per salvaguardare l’ecosistema. Seduti davanti al caffè, all’aperto "finto", una comitiva di indiani, trolley-muniti, in attesa del volo, ha scelto di fare lo shopping: il collegamento pedonale che passa sotto l’autostrada in soli cinque minuti li riporterà all’aerostazione. Si viene per socializzare La filosofia è oltremodo chiara: prima di riempirti il carrello, ti riempiamo il tempo. «Per i bergamaschi fare la passeggiata per lo shopping significa venire qui. Facciamo tendenza, moda. Perché a Oriocenter non si viene più solo per fare la spesa, ma per socializzare, per comunicare; e noi offriamo occasioni d’aggregazione e comunichiamo», spiega Michele Neri, vicepresidente dell’agenzia "Canali & C.", che si occupa dell’immagine del Centro da cinque anni. Insomma lo stesso centro deve diventare un "oggetto del desiderio", perché non basta più lo slogan "convenienza" per fidelizzare il consumatore. E la parola magica è: "evento". «Creiamo eventi che attirino i nostri clienti ma, intendiamoci, niente comparsate di veline scollacciate o dell’ultimo protagonista del Grande Fratello, come fanno molti altri. Puntiamo su un target medio-alto, con cultura e buona capacità d’acquisto». Ecco il motivo del progetto "Ecocentro", per esempio, o delle mostre d’arte e delle sfilate di maxipinguini degli anni scorsi. E i risultati? Più che promettenti a sentire il presidente del Consorzio operatori Oriocenter, Giancarlo Bassi: «Abbiamo tenuto in piena crisi economica, incrementando di uno 0,1 per cento i fatturati in galleria e aumentato del tre per cento le presenze, in controtendenza con i concorrenti». L’altra strategia adottata dagli shopping center e dalle grandi catene commerciali per non perdere clientela e profitti è quella dell’aumento dei servizi, soprattutto rivolti alla famiglia: ormai c’è di tutto, dall’ufficio anagrafe, come sperimentato dall’Auchan in Lombardia, al pagamento delle bollette Telecom ed Eni alle casse dei 193 punti vendita di Coop Adriatica ed Estense. Proprio come in una vera città, ma a portata di carrello; al massimo devi salire di un piano, su un comodo tapis roulant. Servizi come valore aggiunto Da cinque anni Coop sta investendo moltissimo sull’offerta di servizi innovativi ai propri clienti e soci, con iniziative che, a volte, hanno fatto scalpore. Ricordate l’apertura degli "angoli" per le consulenze legali negli Ipercoop lombardi? «È nostra volontà offrire servizi di comunità come valore aggiunto al supermercato perché il centro commerciale è a tutti gli effetti un luogo di socializzazione e d’incontro», afferma Valter Molinaro, responsabile del marketing sociale di Coop Lombardia, una realtà di 4.200 dipendenti, 800 mila soci e 50 punti vendita. «Da un’indagine svolta tra i nostri soci e le loro famiglie è emersa la richiesta di nuovi servizi nei centri, soprattutto di tutela giuridica, sociosanitaria e sociale. Così, dopo gli avvocati (18 in altrettanti punti vendita) che prestano consulenze gratuite soprattutto in materia di diritto di famiglia, abbiamo anche inserito in altri cinque punti vendita un servizio d’assistenza previdenziale: uno sportello rivolto anche agli immigrati, che offre informazioni su permessi di soggiorno e domande di ricongiungimento». Entro metà 2010, Coop aprirà anche un’agenzia di
lavoro specializzata, in cui si potranno incontrare domanda e offerta di
badanti e colf. Per marzo, invece, con l’apporto della "Lega italiana
lotta ai tumori", saranno disponibili sportelli di orientamento e
prevenzione delle malattie oncologiche. E infine uno spazio riservato alle
donne immigrate gestito da personale medico straniero. Insomma, vince l’iper
dal volto umano, che diventa un po’ centro civico e un po’ presidio
sanitario. Ma con un nuovo appeal, anche nell’immagine esterna:
sempre meno capannoni industriali e sempre più architettonicamente
attraenti. Anche i grandi architetti, infatti, da Renzo Piano a Vittorio
Gregotti, non hanno resistito alla tentazione di progettarne uno. Cattedrali
per l’uomo "desiderante" contemporaneo, metafore della città
futuribile e della prossima era dei consumi. Dove, però, vien da sorridere,
resta ancora "in vigore" la vecchia, desueta moneta da 500 lire,
accettata dai carrelli della spesa, al posto di quella da due euro. L’importante,
alla fine, è comunque che un carrello in più si fermi alla cassa.
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