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Arrivederci
di Franca Zambonini


C’È VOLUTO IL TERREMOTO PERCHÉ IL MONDO APRISSE GLI OCCHI SULL’ISOLA

SOLO ORA CI ACCORGIAMO
DELL’EMERGENZA AD HAITI


L’isola di Haiti ha uno dei tassi di povertà più alti al mondo, un bambino su tre è destinato a non arrivare ai 5 anni, la disoccupazione è del 60 per cento.

C’è sempre un prima e un dopo nelle grandi tragedie. Prima del terremoto, L’Aquila era bella così, ci dicono le vecchie foto di splendide chiese e nobili edifici, dopo il terremoto è ridotta così, e nelle nuove foto vediamo macerie informi, palazzi mutilati, strade transennate. Ci vorrà del tempo per uscire dal dopo, anche se il tempo non basterà a dimenticare cos’era il prima.

Nel disastro che ha colpito Haiti, un aspetto inaudito è che il tempo non è divisibile nel prima e nel dopo, ma esteso in un unico durante. Per gli haitiani, la normalità è emergenza continua. Ma solo adesso ce ne accorgiamo. È l’emergenza di un popolo assediato dal più alto tasso di povertà, meno di un dollaro a testa al giorno, con la disoccupazione che colpisce oltre il 60 per cento. Afflitto dalla più bassa aspettativa di vita, meno di 50 anni, con un bambino su tre destinato a non arrivare ai 5 anni. Alfabetizzato solo al 45 per cento. Alloggiato in baracche di lamiera, senza acqua potabile, senza elettricità.

Bambini sopravvissuti al terremoto di Haiti.
Bambini sopravvissuti al terremoto di Haiti
(foto AP/La Presse).

E in più, assediato dalla violenza delle bande armate di machete, spesso al servizio del potere, come all’epoca dei sinistri "ton ton macoutes" inventati dal dittatore Papà Doc per terrorizzare il popolo. Preda delle mafie che usano l’isola come snodo del traffico internazionale della droga. Tormentato dal passaggio di uragani distruttivi, come i quattro che nel 2008 hanno provocato un numero mai calcolato di morti e dispersi.

Guardo, sul sito di Club3-Vivere in armonia, le foto di Marco Ratti scattate prima della tragedia, e si capisce che il tragico oggi è il prolungamento di un tragico ieri. Nella capitale Port-au-Prince la baraccopoli più grande si chiama, ironia dei nomi, Cité Soleil, e sulle pareti di lamiera spiccano i buchi delle pallottole. I bambini giocano nel fango, le donne cucinano sui fornelletti davanti alle baracche.

In una delle scuole di strada della Fondazione Francesca Rava Italia Onlus, come nell’orfanotrofio di Kenscoff, i bambini sono seminudi o vestiti di stracci. L’impressione è di un Paese inesistente, mentre qualche scatto di riti voodoo fa intuire come la comunità haitiana cerchi nella magia notturna una consolazione dall’insopportabile fatica diurna.

«Questo terremoto è una cosa buona, perché il mondo si accorge di noi», ha detto George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile. Parole che sarebbero scandalose e un insulto alle centinaia di migliaia di vittime, se non esprimessero una speranza di salvezza. Ora che il mondo si è accorto che, tra le sue piaghe, ce n’è una più purulenta delle altre, potrà forse accorrere a sanarla.

Alla mobilitazione immediata dei soccorsi, forse i più massicci mai visti dopo un disastro naturale, dovrà seguire una mobilitazione permanente. Lo ha promesso agli haitiani il presidente americano Obama: «Non vi dimenticheremo». Gli ha fatto eco il presidente francese Sarkozy: «Haiti non resterà un Paese devastato».

Il problema è come sostituire un Governo inesistente con una tutela internazionale, una specie di protettorato collettivo, senza i guasti di antica memoria coloniale. Non è una questione facile. Ma se il mondo non ci ha pensato prima, adesso che si è visto tutto dovrà pur occuparsene. Di fronte alle immagini dell’orrore, nessuno può più tirarsi indietro. Gli scampati del terremoto hanno conquistato il diritto a vivere non come disperati, ma come esseri umani.

Franca Zambonini

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