Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 

 
Primo piano


LA RIVOLTA DI ROSARNO E GLI ESEMPI POSITIVI DI DUE COMUNI CALABRESI

IL FUTURO DEGLI IMMIGRATI
È ANCHE IL NOSTRO AVVENIRE


Il caporalato moderno delle cosche ha imposto le sue regole, riducendo in schiavitù gli immigrati.

I fatti di Rosarno hanno evidenziato la debolezza del nostro sistema di accoglienza e integrazione. Soprattutto al Sud, dove è scoppiata la lotta tra poveri. Da quasi 15 anni i cittadini della Piana di Gioia Tauro convivevano con gli immigrati, impegnati in agricoltura, nelle raccolte stagionali. E non poche volte avevano alleviato le loro sofferenze, provocate da condizioni di vita e sfruttamento, cui erano sottoposti da un sistema di illegalità.

È stata una convivenza non sempre facile. Avrebbe potuto migliorare se le istituzioni avessero aiutato la società civile. Ma così non è avvenuto. Il caporalato moderno, gestito dalle cosche, ha imposto le sue regole. Ha fatto diventare nemici gli italiani e gli immigrati. Non s’è trattato dello scoppio improvviso di razzismo o xenofobia. Forse, ci vorrà tempo per individuare le reali responsabilità. Resta il fatto che, per le violenze, sotto accusa ci sono più italiani che immigrati. E che molti nostri connazionali hanno reagito sparando.

Gli stranieri di Rosarno lasciano il paese sotto la scorta delle forze d'ordine.
Gli stranieri di Rosarno lasciano il paese sotto la scorta delle forze d’ordine
(foto Ansa).

Cosa c’è dietro la rivolta di Rosarno? Perché qualcuno ha deciso, all’improvviso, che gli africani dovevano andar via, esasperandoli con uno sfruttamento estremo? Chi prenderà il loro posto nell’agricoltura? Oggi, gli immigrati, soprattutto quelli che accettano condizioni estreme per poter vivere, fanno più paura sul lavoro che in materia di sicurezza. Sono stati ridotti in schiavitù. E gli schiavi, a volte, si ribellano. Ma la ribellione, a sua volta, è sfruttata per dare la caccia agli immigrati, senza distinzioni. Piuttosto che reprimere ogni forma di illegalità.

È un circolo perverso, con responsabilità sedimentate da anni, dove l’accumulo di povertà, senza interventi risolutivi, dimostra l’inadeguatezza del nostro sistema legislativo e amministrativo. Sia locale che nazionale. Nonostante i proclami contro i clandestini e le periodiche invocazioni alla "tolleranza zero", c’è chi sfrutta i clandestini, ridotti in schiavitù. Sono soprattutto imprenditori senza scrupoli, mafie, e chi, con l’alibi dei clandestini, evita di occuparsi di caporalato criminale e lavoro nero.

Alcuni dicono che la clandestinità ha alimentato la criminalità. È davvero così? Oppure, come i fatti di Rosarno confermano, è vero il contrario? In Calabria ci sono buoni esempi di integrazione, anche con il contributo dello Stato. Le situazioni di Riace e Caulonia, che raccontiamo in questo numero, lo dimostrano con evidenza. Perché se ne parla poco? Perché nasconderle e non indicarle, invece, ad esempio?

Ma più in generale c’è una doppia Italia. In Trentino i lavoratori stagionali, che raccolgono le mele, sono pagati e accolti secondo regole di mercato e di convivenza. Ma questo modello si ferma lì, al Nord.

In molte zone del Paese, invece, c’è un problema di legalità che richiede più conoscenza e solidarietà. L’Italia cresce anche grazie agli immigrati. Ci sono 187 mila imprese con titolari stranieri. E nelle nostre case lavorano un milione di immigrati, che fanno i muratori, gli idraulici, le badanti. Eppure, li abbiamo resi "invisibili", perché loro chiedono risposte vere, non ipocrite, al loro futuro. Che è anche il nostro.


torna all'indice