Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Così suscitava vera simpatia

«Eri per tutti noi
come una bussola»

 La dolcezza di un padre

Quell'ultimo abbraccio

 
Colloqui col Padre
di Don Leonardo Zega alla Messa per i suoi 80 anni, a Sant’Elpidio, in provincia di Ascoli, dove vive la sua famiglia


DON ZEGA: «ECCO PERCHÉ SIAMO PRETI: PER DIRE AGLI UOMINI...»

LA TENEREZZA DI DIO


«Credo mi sia consentito essere un po’ emozionato. E anche un po’ confuso. Non è soltanto la sorpresa, così intelligentemente organizzata. E anche così affettuosamente realizzata. Io non credo di avere crediti nei confronti di nessuno. Credo di avere pochissimo di cui vantarmi e moltissimo di cui pentirmi: lo dico, con assoluta sincerità, davanti a Dio. E, quindi, sono felice di avervi tutti insieme.

Ci troviamo qui, questa sera, per ringraziare il Signore. L’anno scorso, grossomodo in questi giorni, mica ero così convinto che ci sarei stato stasera! Eppure, ero passato attraverso i gironi infernali che il professor Mineo conosce bene. E ne siamo usciti vivi, che è già un grandissimo successo. Davvero. Io non sono di quelli che dicono "quanto è bello morire"! Questo, quando sarà. Quando verrà la mia ora. Finché ci siamo, viviamo. E viviamo la vita nella maniera più intensa possibile. La vita bisogna amarla in tutte le sue manifestazioni. E anche questa sorta di risurrezione ha un suo senso. Qualcosa vorrà dire.

Comunque, questa è una Messa, soprattutto di ringraziamento, per quanto mi concerne. Appena chiudo gli occhi, vedo sfilare davanti a me tante persone in ottant’anni: quanti nomi, quanti volti. È una folla. Una vera folla. Dovrei dire qualcosa per ciascuno di loro. Ma come si fa? Sono tanti, sono troppi e tutti meritevoli di essere, in questo momento, ricordati.

Consentitemi di ringraziare, in maniera particolare, la mia famiglia. Stamattina, abbiamo fatto il giro dei cimiteri, che non è, neanche quello, un giro triste. Abbiamo rivisto il papà, la mamma, i nonni. Poi, tante altre persone che non ci sono più, alle quali, però, sono legato non solo da ricordi, ma anche da un dovere di riconoscenza profonda che sento e che vivo con intensità. Per esempio, qualche rimorso nei confronti dei miei genitori ce l’ho. Loro mi hanno dato tanto, mi hanno dato tutto, io non ho dato loro quasi niente. E poi tanti altri. I sacerdoti che mi hanno cresciuto. Sono contento che qui ci sia oggi anche l’arciprete del paese dove sono nato, che mi ha omaggiato di una cosa singolare: il certificato del mio Battesimo. Sembra nulla, ma è una cosa importante. A Sant’Angelo c’è il fonte battesimale dove sono stato battezzato. A Sant’Angelo c’è anche san Nicola, che è il nostro santo. Non solo, ma mi collega anche con un altro, don Nicola che, ahimé, è mancato da pochi mesi. Era l’arciprete, il parroco di questa chiesa. Era un caro amico, che amo ricordare questa sera, in maniera particolare, insieme a tutti gli altri, per carità.

Sono grato per quello che avete fatto. Ripeto: ho più cose di cui pentirmi, che cose di cui vantarmi, nonostante le parole generose che mi avete rivolto.

Voglio dire una parola soltanto a proposito della liturgia di questo giorno, di questa domenica. Il Vangelo, che abbiamo appena ascoltato, è veramente il Vangelo della tenerezza di Dio. Quando noi pensiamo a Dio riusciamo con molta fatica a focalizzare un’immagine. "Chissà come sarà, mah!". Non bisogna mai parlare di Dio in maniera facilona, perché non è così semplice. Ma se noi immaginiamo il volto di Dio in controluce con quello di Cristo, tutto diventa più facile. Voi avete ascoltato nel Vangelo che Gesù guarda i suoi discepoli turbati, confusi dalle sue parole, per i suoi discorsi d’addio, per quelle parole che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli alla vigilia della sua passione e della sua morte. Li vede turbati. E lui dice loro una cosa estremamente semplice. Dice: "Credete in Dio e credete anche in me". Cioè, credere vuol dire fidatevi di Dio e fidatevi anche di me. "Guardate quel che io ho fatto per voi. Voi dovrete semplicemente fare lo stesso quando vi troverete a contatto con gli altri. Niente di più, niente di meno".

Il Signore non è venuto a portarci il messaggio, a dire belle parole. Ha detto: "Guardate me, mettete i piedi dove vanno messi. Ripetete agli altri quello che io vi ho detto. Fatevi miei portavoce". È per questo che noi siamo preti: per dire, per raccontare agli uomini la tenerezza di Dio, rivelatasi in Gesù Cristo. Tutte le altre cose sono assolutamente secondarie. Se noi non riusciamo a trasmettere, trasferire questo messaggio di vita incarnata alle persone con le quali ci rapportiamo, che preti siamo!

Dio ci vuole veramente bene. Se noi non riusciamo a trasferire questo messaggio alle persone, qualunque sia il nostro ruolo, parroco, vescovo, Papa, abbiamo mancato assolutamente alla sostanza della nostra vocazione. Noi siamo preti per questo, per dire agli uomini che Dio gli vuole bene, che Dio li ama. E per fargli vedere in che cosa consiste questo amore. Questa è, non soltanto la nostra missione, ma anche quel che rende piena la nostra vita.

Tante volte, ho avuto occasione di dire, anche parlando ai miei confratelli, che il rispetto delle regole, il rispetto degli orari... sono cose troppo piccole per spenderci una vita. Noi non possiamo esserci fatti preti per rispettare gli orari, per rispettare le regole. Sono cose troppo meschine per giocarcisi la vita. Bisogna avere convincimenti un po’ più profondi, ideali e valori un po’ più importanti. E se noi, invece, riusciamo davvero a far percepire questo amore che c’è, allora possiamo essere anche sereni e tranquilli di fronte al tribunale di Dio. Certi di non essere vissuti invano, di non aver sprecato la nostra vita.

Vi lascio solo questo pensiero: ricordiamo la tenerezza di Dio rivelataci da Cristo. San Filippo dice: "Facci vedere il Padre e siamo contenti". Gesù gli risponde: "Guarda me", e basta. "Chi vede me, vede il Padre". Non perdetevi dietro a tante elucubrazioni. Come i filosofi, i teologi, come tutti i preti. Ma il messaggio è un’altra cosa. E noi preti dobbiamo fare un’altra cosa.

Se posso dire d’avere amato qualcosa è stato questo contatto diretto, che ho tenuto per molti anni, con i lettori, in cui ho sempre cercato di defilarmi un po’ per far parlare il Vangelo, per far parlare la gente: ascoltarla, sentirla, darle spazio, darle voce. E poi aspettare le reazioni, senza pretendere d’insegnare niente a nessuno, perché uno solo è il vostro Maestro, Cristo. È scritto nel Vangelo. Non chiamate gli altri Maestri, perché uno solo è il vostro Maestro».

Don Leonardo Zega
   
   
"ERI PER TUTTI NOI COME UNA BUSSOLA"

Caro Direttore, non ti dispiacerà se, proprio in questo luogo e proprio in questo momento, e dopo le tantissime grandi cose che sei stato, ti salutiamo con un appellativo che, nei rapporti con te, nulla aveva di puramente gerarchico o contrattuale. Il fatto è che tu, Direttore, sembravi sempre sapere quale fosse la direzione giusta da prendere. Come una bussola. Azzardo: è persino possibile che anche tu, qualche volta, umanamente ti sbagliassi. Ma quanto ci intimidiva e ci esaltava l’ombrello della tua autorevolezza, della tua sicurezza. Abbiamo imparato da te a perseguire la qualità e a tenere in gran conto originalità e indipendenza: a che ci sarebbero serviti, altrimenti, i valori di cui ci facevamo vanto fin nella testata del giornale?

Credo che tutto dipendesse dal fatto che, oltre a essere giornalista come pochi, eri anche uno straordinario sacerdote. Le persone ti interessavano, tutte e una per una. Eri un grande, amichevole ma non mieloso, curioso dell’umanità, come la rubrica delle tue lettere dimostrava. La gente lo sentiva e ti seguiva: milioni di italiani comuni ma non qualunque, milioni di cattolici che tu vedevi non come un gregge ma come un popolo.

Caro Direttore, non c’è dubbio, anche in Paradiso, cioè nella "Famiglia Cristiana" più grande che c’è, avranno un giornale da farti dirigere. Sarai perfettamente aggiornato: all’alba dei 77 anni avevi imparato a usare il computer, tu che avevi sempre scritto a mano, con quelle impossibili Bic punta fine che tagliavano il foglio. E a 81 anni ti sei appassionato ai giornali on-line. Per cui, se ti daranno qualche giovane redattore coi boccoli biondi e le ali che non capirà al volo ciò che intendi, non ti spazientire. Non fare subito quel gesto tuo così tipico, con le dita passate sulla fronte, come a dire: incredibile! Ricordati di noi, che eravamo ancor più giovani e non avevamo le ali, eppure quante cose hai comunque provato a insegnarci.

Fulvio Scaglione


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