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Caro don Zega, la saluto per l’ultima volta, con la speranza che, da lassù, si ricordi anche di me. Sono una sua giovane lettrice e ricordo le sue splendide lettere, fin da quando le leggevo da bambina. Caro don Zega, lei è stato un padre, un confidente, un amico per migliaia di lettori che si sono rivolti a lei, tramite le pagine del suo giornale. Lei ha trovato sempre parole di conforto, ha affievolito le sofferenze di chi le ha scritto, esprimendo le proprie amarezze. Lei ha avuto parole buone per tutti, ha dato conforto e mai inflitto condanne. Grazie per essere stato amico di molti e di aver permesso a chi soffre di scrivere. Lei ha insegnato, tramite le sue rubriche, che scrivendo ci si può sfogare, per far conoscere il proprio dolore, che va condiviso con chi, proprio come lei, era capace e disposto ad ascoltare. Grazie don Zega, perché le sue preghiere sono state un inno alla vita. Grazie perché leggendola anch’io, un po’, ho imparato a scrivere. Perché scrivere in certi momenti, vuol dire pregare, vuol dire aprirsi al mondo e rendere pubblici i propri sentimenti. Dalle sue pagine è sempre trapelato lo spirito di un condottiero. Ma, allo stesso tempo, la dolcezza di un padre. Chissà, con le sue parole di conforto, quanti giovani ha saputo conquistare, quegli stessi giovani che spesso la società condanna, senza nemmeno provare ad ascoltare e conoscere. Caro don Zega, ora lei è tornato ad Alba. Piccoli angeli a forma di fiocchi di neve l’hanno accompagnata in questo ultimo suo viaggio. Quanto candore in quel letto di neve, che le hanno voluto preparare gli angeli, per quell’ultima notte. L’abbiamo accolta con una coltre bianca di cristalli, sì perché le Langhe son belle anche così innevate; dolci colline, terra di preziosi frutti, che il buon Dio ci ha saputo donare. Noi sappiamo che lei, amante delle cose semplici e genuine, amava venire di tanto in tanto quaggiù, dove la vita scorre ancora lontana dai ritmi frenetici delle grandi città. Noi amici di Alba siamo felici che lei sia venuto a riposare, per sempre, tra noi e in particolare in questa piccola città, che le ha voluto bene e a cui lei ha voluto bene. In questo piccolo angolo di Piemonte, lei non sarà mai solo: un fiore sarà sempre dedicato a lei e anche se ormai lontano, noi amici di Alba qui la sentiremo un po’ più vicino. Caro don Zega, io la saluto, quindi, con la penna in mano, come si fa per un amico, sperando di poter trovare altre belle pagine di vita da leggere. La lascio volare nel regno dei cieli, tra i poeti e gli scrittori. Le sue parole rimarranno d’esempio per molto altro tempo ancora, perché le parole e i buoni sentimenti non muoiono mai.
QUELL’ULTIMO ABBRACCIO Caro Direttore, ero in Francia sotto la neve quando la televisione italiana, captata abbastanza per caso, mi ha pugnalato con la notizia. Il rientro in tempo un problema, e così ho salutato don Zega per conto mio, aiutato dall’abbraccio con cui mi aveva accolto nell’incontro prima di Natale, all’insegna di un’amicizia che la nostra età greve ha fatto sempre più affettuosa, in una sorta di complicità anagrafica. Ho chiesto a Fulvio Scaglione di dirti di me, ti ho lasciato un messaggio telefonico, ma ora voglio metterti per iscritto un pensiero che mi sembra anche un dovere, un piacere, un compito da eseguire, un qualcosa da fare e – scusami l’immodestia – da dare. Voglio, ecco, dirti che ho avuto, in ormai mezzo secolo, la straordinaria fortuna di lavorare per Famiglia Cristiana con tre direttori (Zilli, Zega, Sciortino) che mi hanno fatto capire, apprezzare, godere un sentimento che, a rischio di presunzione, definisco di orgoglio. Sì, l’orgoglio – nel mio piccolo e con tutti i miei difettacci – di dirmi, di vedermi o quantomeno di cercare di essere cristiano all’insegna non della rinuncia, del sacrificio, ma della partecipazione al mondo, al suo divenire, ai suoi problemi, al suo stesso progresso che non è obbligatorio confondere con la secolarizzazione. Mai nessuno di voi tre mi ha fatto avvertire disagio o stridore nel comprendere i tempi, spartirli, accettarli, combatterli se del caso; mai ho dovuto ansimare per stare al passo delle vostre idee, dei vostri scritti, dei vostri insegnamenti, per corrervi dietro. Ora, siccome io sono – giuro – piccolo e scarso, questa mia situazione ottimale, serena, chiara, è merito vostro. E vi dico grazie, davvero con tutto il cuore ma anche con tutto il cervello, magari piccolo ma impegnato in ogni sua cellula. Don Zega mi ha abbracciato, quell’ultima volta, in maniera trepida e forte insieme, da pastore e da amico. Penso che una familiarità affettuosa fra noi due abbia in parte un’origine bizzarra ma bella: quando corsi la maratona di New York lui mi volle festeggiare in una cena speciale, premiare, eleggere a suo amico, anche. Esagero se dico che ebbi da lui l’attenzione di un padre, per quella che tutto sommato era una mia bizzarria? Lo piango ma soprattutto lo sospiro. E se qui sopra ti sono parso confuso, sono pronto a cercare di spiegarti tutto a voce. Anche perché il riassunto di una mia bella porzione di vita con voi è facile: grazie, è stato bello, è ancora bello. Tuo Gian Paolo Ormezzano
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