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Difficile per un musulmano attraversare il Ghetto senza ripercorrerne la storia, senza temere che in qualche misura si possa patire anche noi, se non vere e proprie persecuzioni, quantomeno analoghe e odiose discriminazioni. Per questo il dialogo diventa sempre più importante, un modo per evitare strumentalizzazioni e pregiudizi. Non è solo una questione di diplomazia, ma un aspetto determinante del nostro futuro. Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, ha ricordato che la nostra società non avrà futuro se non vi sarà rispetto dei diritti fondamentali, che siano quelli dei cittadini o degli immigrati.
Era la prima volta che una rappresentanza della Grande Moschea di Roma veniva invitata ufficialmente in Sinagoga. La visita del Papa rendeva la circostanza ancor più determinante per il dialogo tra i credenti della famiglia di Abramo. Assieme al segretario generale, ’Abdallah Redouane, ero stato invitato, insieme all’ex ambasciatore Mario Scialoja, in rappresentanza dell’Assemblea generale della Moschea, e anche degli intellettuali musulmani italiani. Naturale che le aspettative fossero alte. Da parte ebraica ci si attendeva un segnale chiaro sulla questione del papato di fronte al fascismo e alla deportazione di più di mille ebrei del Ghetto. Da parte nostra, più in generale, ci aspettavamo di avere indicazioni su quali fossero le prospettive della comunità ebraica e dell’attuale Pontefice sul futuro del dialogo interreligioso. La preghiera al Muro del Pianto Quando Benedetto XVI ha chiesto perdono per tutto ciò che ha potuto favorire la piaga dell’antisemitismo si è levato più di un commento sommesso. «Non è mai stato detto prima dal Papa», concordavano un rabbino e un ecclesiastico proprio di fronte a noi. Analoghi commenti si sono levati alla prima citazione fatta dal Papa della preghiera di Giovanni Paolo II davanti al Muro del Pianto nel marzo del 2000, nella quale si invocava il perdono del Dio di Abramo su coloro che hanno fatto soffrire i suoi figli e si pregava per un’autentica fraternità tra i popoli. La riscoperta del significato della fratellanza era stata sottolineata anche da Renzo Gattegna, presidente delle 21 comunità ebraiche italiane. Da parte nostra, la fratellanza in Abramo è un valore sacro: nulla può trovarci più aperti e favorevoli.
La risposta alle aspettative sul dialogo è arrivata solo alla fine dell’intervento del Papa. Benedetto XVI ha parlato dei dieci comandamenti. Con l’invito a partire da essi per una messa in pratica dei princìpi della fede, evitando discussioni sterili. I comandamenti, quindi, come potenziale e universale codice etico cui conformarsi in vista del bene spirituale e materiale di tutta l’umanità. Abbiamo abbandonato la Sinagoga in silenzio. La speranza
che la grande famiglia di Abramo rinnovi i suoi vincoli profondi si è fatta
sempre più sensibile. Così come la consapevolezza che Roma è ancora
chiamata a svolgere una funzione centrale nella storia religiosa. Un ruolo
che la trascende, come ne erano consapevoli gli ebrei del passato, quando,
obbligati a radunarsi sotto l’Arco di Tito con l’intenzione di metterli
di fronte alla loro sconfitta politica, sapevano ritrovare nella loro
debolezza materiale una forza interiore, perché «gli Imperi periscono, ma
lo Spirito continua a soffiare nella Casa di Abramo».
Ahmed
Gianpiero Vincenzo
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