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Spettacoli
di Maurizio Turrioni


CINEMA

RITORNO IN VERSILIA

Esce La prima cosa bella di Paolo Virzì, che sfida il kolossal Avatar.
«È un film sull’amore materno, sugli affetti familiari. Sulla possibilità di imparare di nuovo a voler bene. Però si ride pure, diciamolo».

A parlar troppo bene di una pellicola, specie se italiana, c’è il rischio di fare la figura del compare. C’è sempre chi sospetta un’amicizia col regista, una simpatia per quell’attore o la tale attrice. Ma La prima cosa bella di Paolo Virzì è un gran film, forse il suo migliore. Devono esserne convinti pure i dirigenti di Medusa, visto che in questi giorni lo distribuiscono per i cinema di tutta Italia in oltre 350 copie. È sfida aperta con Avatar di James Cameron, il kolossal tecnologico della Fox.

«M’incuriosisce per carità, pur se non correrò a vederlo. La fantascienza non è la mia passione: da spettatore preferisco i film sulle persone, sui loro destini e sentimenti», sogghigna Virzì, 45 anni, più divertito che preoccupato dalla concorrenza. «Il cinema, fin dalle sue origini a fine ’800, è sempre stato un luna park per stupire lo spettatore. Ma a un capolavoro indiscutibile come Guerre Stellari io preferisco il Dustin Hoffman del Laureato o di Piccolo grande uomo».

  • Non teme, come certi colleghi, che computer e 3D possano segnare la fine del cinema di attori in carne e ossa?

«Non c’è effetto speciale che riuscirà mai a sostituire un sorriso di Stefania Sandrelli. Chi ama la fantascienza correrà a vedere Avatar, chi predilige le storie che fanno ridere e piangere sceglierà magari il mio kolossal livornese su Anna Nigiotti, coniugata Michelucci».

Provocazione davvero intelligente. Perché nelle vicende minimaliste di Anna, mamma bella e solare, donna piena di vita senza alcuna malizia, frivola al punto da suscitare meschinità e maldicenze della gente, c’è un po’ la summa della vita italiana dagli anni Settanta a oggi. C’è il bello e il brutto della vita di provincia, di una Livorno ben diversa dall’iconografia della città operaia, di sinistra e godereccia.

Tutto comincia nell’estate 1971 con l’elezione di Anna come Miss Bagni Pancaldi: la mamma più bella della spiaggia! Corrono le voci, il maschilismo impazza. Alla fine il marito, gelosissimo, la caccerà di casa incoraggiato dalla cognata, sorella invidiosa di Anna. E lei si dovrà arrabattare per tirare avanti e crescere i due figli: Bruno, ombroso e vergognoso di una mamma tanto bella e chiacchierata, e la piccola Valeria, più vicina all’indole materna.

Le cose viste con occhi diversi

È l’inizio di una piccola odissea, con Anna costretta a saltabeccare da un lavoro all’altro (perfino comparsa sul set in Versilia di Dino Risi che gira La moglie del prete con Mastroianni e la Loren) cercando di evitare le mani lunghe del maneggione, le avance del produttore, le insinuazioni del giornalista locale. Sempre col sorriso, un gesto d’affetto per i suoi bambini, pronta magari a intonare una canzone (La prima cosa bella nella versione di Nicola di Bari) pur di distrarli da malinconie e difficoltà.

La storia procede per flashback man mano che Bruno, ormai quarantenne infelice e scontroso riportato a Livorno dalla sorella per vedere la mamma morente, ricorda l’infanzia. Tornato di malavoglia in quella città da cui era fuggito (come Virzì), Bruno rivede le cose con occhi diversi. La sua mamma non è cambiata, malgrado la malattia: conserva tutta la sua gioia di vivere. E, come ultimo regalo, riuscirà a trasmettergliela.

Film caldo, familiare, di pacificazione e speranza, a mezza strada tra Filumena Marturano di Eduardo e La famiglia di Ettore Scola. Con quel tocco in più assicurato dall’ironia di Virzì. E un cast strepitoso: Valerio Mastandrea è l’irsuto Bruno, Claudia Pandolfi la tenera Valeria, Anna da anziana è interpretata mirabilmente da Stefania Sandrelli, mentre da giovane è Micaela Ramazzotti (azzeccato passaggio di testimone). C’è pure il bravo Marco Messeri nel ruolo del Nesi, vicino da sempre innamorato di Anna...

«Non si tratta di un film autobiografico», puntualizza Virzì che ha un fratello e una bella mamma, oggi settantaquattrenne, che faceva la cantante. «Anche se, per raccontare una buona bugia, ci vogliono robuste dosi di verità».

  • Diranno che Virzì s’è rammollito...

«In un momento così pieno di cose tristi, volevo fare un film sull’amore materno, sugli affetti familiari. Sulla possibilità di imparare di nuovo a voler bene. Però si ride pure, diciamolo».

  • Lei è infatti l’erede della commedia all’italiana grazie a film (Ferie d’agosto, Ovosodo, Tutta la vita davanti) capaci di far sorridere graffiando. Perché stavolta più emozioni che attualità?

«Vero, è il mio film più personale. Mi sento anche un po’ indifeso. È vero soprattutto questo sentimento del ritorno a casa di chi, ventenne, è andato via dalla famiglia e dal proprio mondo polemicamente. Di chi non vorrebbe ricordare ma a un certo punto è costretto. La mia, però, non è banale nostalgia, è amore misto a sofferenza: Livorno è una città che, sotto la crosta spavalda e spiritosa, si rivela perfida e malevola. Non è quella degli operai comunisti, ma di una piccola borghesia che sogna i miti di quegli anni: il cinema, il benessere. Gente gretta che ha paura del resto del mondo e perciò sparla e disprezza chiudendosi nel suo guscio. Un atteggiamento che mi fa pensare a tante cose di oggi».

  • Il cast è un miracolo di equilibrio...

«Mastandrea è come un fratello, mi somiglia. La Pandolfi, con cui avevo già lavorato in Ovosodo, ha intelligenza e sottigliezza. Ma la cosa difficile era trovare le due attrici per incarnare Anna nelle diverse fasi della sua vita. Scrivendo il personaggio ho pensato subito a Stefania Sandrelli, che considero da sempre un’icona di talento naturale, di femminilità e ironia. In Micaela Ramazzotti ho trovato non tanto una somiglianza fisica con lei quanto un’affinità di spirito e candore, quella capacità di essere allo stesso tempo buffe e sexy».

  • A proposito, quanto di questa sua voglia di sentimenti dipende dal fatto che si è appena sposato con Micaela e che a giorni nascerà vostro figlio?

«C’entra... Ho già una figlia di vent’anni, Ottavia, che da bimba veniva con me sul set. Però, per diventare padre oggi ci vuole ottimismo. E io, in fondo, sono un ottimista».

  • Non era un cinico fustigatore?

«Ripenso a padri, madri, nonni. A un’Italia che ne ha viste tante senza mai smettere di lottare con un’energia e un gusto per la vita che noi, figli del benessere incapaci di godere degli affetti, dobbiamo saper ritrovare».

Maurizio Turrioni

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