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Spettacoli
di Gigi Vesigna


MUSICA
IN UN LIBRO I MILLE BRANI MUSICALI CHE CI HANNO CAMBIATO LA VITA. O QUASI


CANZONI DI SEMPRE

Una doveva cantarla Mina e invece l’ha fatto Rita Pavone. Un’altra Celentano l’ha data alla Caselli. Storia e curiosità della colonna sonora della nostra vita.

Forse non ci hanno cambiato la vita, ma qualche segno l’hanno lasciato: sono tante le canzoni che Ezio Guaitamacchi ha raccolto in un librone di quasi mille pagine, pubblicato da Rizzoli e intitolato appunto 1000 canzoni che ci hanno cambiato la vita.

Lo sapevate per esempio che La partita di pallone, la canzone che diede il successo a Rita Pavone, in realtà era stata scritta per Mina? Furono i discografici della "tigre" a bocciarla, nonostante i suoi autori – Edoardo Vianello e Carlo Alberto Rossi – l’avessero confezionata su misura per la spregiudicata interprete di Cremona. L’idea era quella di fotografare una situazione allora assai diffusa, «perché, perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone, perché, perché qualche volta non ci porti pure me?».

Allora la Tv non trasmetteva il calcio in diretta e, qualche volta, nella mente sospettosa di qualche fidanzata o moglie balenava il sospetto che lo stadio fosse un alibi per consentire al tifoso di casa una scappatella. Tifo e dubbio dunque, che, bocciata Mina, la Rca decide di affidare a una ragazzetta di 17 anni appena scritturata, Rita Pavone, che con quella canzone spicca il volo.

Era il 1962, e saranno proprio gli anni Sessanta a produrre parecchie delle canzoni che si cantano ancora oggi, ma la vera rivoluzione musicale è cominciata nel 1953, quando un giovanotto pugliese scrive il primo dei suoi capolavori. Si intitola Vecchio frack. E il giovanotto, Domenico Modugno, si ispira a un documentario girato dall’amico Riccardo Pazzaglia. Era la cronaca del lavoro notturno dei netturbini, che all’alba cominciavano a pulire la città. Poi la macchina da presa si spostava su un uomo in frack di ritorno da una festa. Quindi una zoomata inquadrava un papillon abbandonato tra i rifiuti.

Piove, la seconda canzone con cui Modugno, dopo Volare, bissa la vittoria a Sanremo, gliel’avevano ispirata invece due innamorati che, a una stazione di Pittsburgh, dove si trovava per un concerto, si salutavano piangendo sotto una pioggia scrosciante.

Il boom esplode nel 1963 quando Gino Paoli ci regala Sapore di sale («sapore di sale, che hai sulla pelle, che hai sulle labbra»). Gliel’ha ispirata una diciassettenne viareggina, Stefania Sandrelli. Intanto nasce un nuovo idolo delle ragazzine, Gianni Morandi, che canta Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte e poi In ginocchio da te, ma non è soddisfatto: in Vietnam c’è la guerra.

Dal Vietnam all’America

Così, quando Mauro Lusini gli fa ascoltare quel «C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones», decide di voltare pagina. La Rca, ritiene però che quella canzone potrebbe far crollare la popolarità di Gianni. Lui non si dà per vinto e allora nasce un disco dove il lato B Se perdo anche te è più nelle corde di Morandi, e infatti si afferma sul mercato. Ma poi, a poco a poco, C’era un ragazzo sfonda e arriva in America dove la incide Joan Baez.

Mentre Morandi è alle prese col Vietnam, Adriano Celentano, ecologista ante litteram ha la canzone "giusta" per Sanremo: si intitola Nessuno mi può giudicare, ma lui preferisce affibbiarla a Caterina Caselli che, grazie a quel pezzo, spopola e diventa "casco d’oro" mentre Adriano, che presenta Il ragazzo della via Gluck viene eliminato da una giuria che commette un misfatto.

Scoccano gli anni Settanta e Adriano un giorno si trova con l’amico e paroliere di fiducia Luciano Beretta a Milano proprio in mezzo a una manifestazione di metalmeccanici: tra loro c’è una coppia; lei si lamenta che con tutti quegli scioperi a fine mese la busta paga sarà dimezzata. Nasce così Chi non lavora non fa l’amore.

Nel ’71 è la volta di Lucio Dalla che, dopo un Sanremo dove viene fischiato da una platea ostile che non capisce la sua canzone Paff bum, ci riprova con Gesù bambino, nata al sole delle Tremiti dove i genitori hanno una casa.

Dedicata alla fidanzatina

A Sanremo però la Rai non accetta quel titolo e Lucio lo trasforma in 4-3-1943 (che è la sua data di nascita): la cantiamo ancora oggi. Come Piazza Grande, che i dirigenti Rai vorrebbero diventasse Canal Grande e che la cantasse Gianni Morandi. Lucio non cede, ma non arriva tra i primi, e Morandi, polemicamente, afferma che se l’avesse cantata lui avrebbe vinto.

Il 1973 è l’anno di un giovane cantautore, Claudio Baglioni, che quando canta «Quella sua maglietta fina», l’incipit di Questo piccolo grande amore, i giovani vanno in estasi. Lui l’ha dedicata alla fidanzatina, Paola Massari, che per l’enorme popolarità Claudio deve sposare in gran segreto proprio mentre la canzone vola in vetta alle hit parade.

Anni d’oro quegli anni: ormai s’è fatto largo Lucio Battisti, che con Una donna per amico ribalta il concetto che non possa esserci amicizia vera tra un uomo e una donna. Giulio Mogol Rapetti scrive il testo ispirandosi a un’Adriana vicina di casa in Brianza, presentatagli dal marito di lei.

Umberto Tozzi nel 1979 incontra Greg Mathieson – prima musicista delle più celebri canzoni di Grease e poi collaboratore di Barbra Streisand e di Ringo Starr – e gli fa sentire Gloria, la sua ultima composizione: in un amen la canzone è negli Usa, dove viene cantata da Laura Branigan.

Nel 1983 Vasco Rossi si presenta a Sanremo con Vita spericolata. Sino a pochi giorni prima c’era la musica ma non le parole e Vasco la cantava in un inglese maccheronico. «Avevo 31 anni e desideravo una vita spericolata nel senso di non piatta e fatta solo di certezze».

Ma già nel 1979 Vasco ci aveva regalato Albachiara, la più delicata delle sue composizioni, che è nata pensando a una ragazzina che incontrava tutti i giorni sull’autobus mentre andava a scuola. Non ha mai saputo il suo nome, ma oggi ogni suo concerto Vasco lo conclude proprio con Albachiara.

Nel viaggio tra le canzoni della nostra vita non può mancare Bello e impossibile, che Gianna Nannini dedicò a un uomo di cui non ha mai voluto rivelare l’identità, anche se si disse che descrivendolo «con gli occhi neri e il suo sapore mediorientale» voleva riferirsi al colonnello Gheddafi.

Canzoni di ieri, canzoni di sempre: continueremo a cantarle ma non per un sortilegio.

Gigi Vesigna

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