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«Quando il treno si fermò, dopo sette giorni e sette notti di un allucinante viaggio, era notte fonda. Nel buio, si intravedeva dalle feritoie del vagone blindato soltanto una fila interminabile di lampadine sul filo spinato e una lunga ciminiera dalla quale usciva, danzando, una grande fiamma, quella del crematorio 4. Ma ancora non lo sapevamo. Avevamo paura, ma eravamo troppo distanti dall’immaginare la verità. Un odore acre di carne bruciata ci assalì. Sessantacinque anni dopo, quell’odore lo sento ancora, se chiudo gli occhi, annusandomi le mani, come se lo potessi toccare». Parla lentamente, misurando le parole, Nedo Fiano, il prigioniero A5405 nel campo di Auschwitz, liberato dalle truppe sovietiche l’11 aprile del 1945. La sala del seminario di Vicenza, gremita di ragazzi, ascolta in silenzio, attonita. Niente filmati d’epoca, niente immagini a commento del racconto. Neanche una lavagna dove, in altre occasioni, aveva disegnato la mappa del lager. Solo una voce, rotta spesso dall’emozione e, sopra il tavolo del relatore al posto della locandina, il simbolo della deportazione: la casacca a strisce bianche e blu che indossò il sopravvissuto durante la prigionia. La tragedia non chiede retorica, ma rivela l’essenziale. E dopo anni di incontri, un migliaio di conferenze in giro per l’Italia e la Svizzera e quattro libri pubblicati sull’Olocausto, questo distinto signore dai capelli bianchi, assai noto nella comunità ebraica milanese, usa il ricordo come la lama affilata di un bisturi. Risuonano i comandi in tedesco La lezione di memoria riprende: «All’alba udimmo i passi cadenzati delle SS; quindi un comando urlato: Alle aussteigen! Los! Los! Bewegung! Fiano grida in tedesco, scuotendo gli studenti. La conoscenza della lingua lo avrebbe salvato dalla morte, perché gli ufficiali SS cercavano interpreti. Agli studenti delle terze medie di alcune scuole cattoliche di Vicenza raccolte in aula sembra di vederla, la scena evocata dall’anziano sopravvissuto alla Shoah. Le sue parole sono fotogrammi di un film dell’orrore: «I vagoni vengono aperti e i soldati tedeschi, con bastoni e dobermann al guinzaglio, fanno uscire tutti, in fretta, con brutalità. Settecento persone iniziano a cercarsi tra loro: i bambini corrono verso i genitori, gli anziani cercano i figli. Mamma m’accarezza teneramente. Poi un altro ordine squarcia l’aria: Männer links und Frauen rechts, uomini a sinistra e donne a destra. Allora, mia madre mi tira per la giacca e mi grida: "Nedo abbracciami. Non ci vedremo mai più". Aveva capito tutto. Io l’abbracciai con tutta la mia forza. Poi fu costretta ad allontanarsi». Sarebbe stata destinata al forno crematorio numero 2. Mentre lui e suo padre vennero giudicati abili al lavoro. «Quello è stato il momento più drammatico della mia esistenza. Le ceneri del corpo di mia madre, come quelle del milione e mezzo di ebrei gasati ad Auschwitz, finirono nelle acque della Vistola, in pasto ai pesci, o nei campi, come concime. Capite ragazzi a cosa è arrivato l’uomo?». Impietriti, gli studenti, stanno ad ascoltare. Qualcuno si commuove e piange. «Una cosa è leggere le storie delle deportazioni naziste sui libri di storia, un’altra è sentirle da un testimone diretto. Non lo dimenticherò mai», osserverà Jacopo, un allievo del Patronato del Seminario, alla fine. Fiano, unico superstite di una famiglia di undici persone sterminate nei campi di concentramento nazisti, continua: «Siamo stati rasati, tatuati e mandati in quarantena a sole 900 calorie di cibo giornaliere. Ci passavano una brodaglia che si doveva bere accucciandosi sulla tazza, come dei cani, perché nel lager non c’erano posate. Tutto c’è stato tolto, ma soprattutto una cosa: la dignità umana. Eravamo degli schiavi. E oggi il mio compito è quello di tenere viva la memoria di questo abominio, perché non ne avvengano altri». Le domande degli studenti La narrazione del viaggio all’inferno, andata e ritorno, si conclude dopo oltre un’ora. C’è spazio per le domande dei giovani: se incontrasse oggi uno di quelle SS, saprebbe perdonarlo?. «Non credo», risponde. «Come potrei farlo pensando a mio fratello che arrivò al campo portando con sé un bimbo innocente di 18 mesi?». Si poteva scappare da lì? E lei ci ha provato? «Io no, mai. Qualcuno, però, c’è riuscito». Cos’ha fatto dopo la liberazione? «Mi sentivo come un sacco vuoto. Sono tornato nella mia Firenze e poi ho sposato una ex compagna di scuola. Mia moglie mi ha fatto tornare in vita». Prima d’uscire, qualcuno chiede un autografo, molti
vogliono stringergli la mano, riconoscenti. Tutti hanno imparato la lezione
del prigioniero A5405.
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