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Sommario.

 

 
Colloqui col Padre
di D.A. - Scrivere a: don.antonio@stpauls.it


BILANCIO DI UNA VITA, ALLA RICERCA DELL’ANIMA GEMELLA 
DA SPOSARE. MAI TROVATA


LA SOLITUDINE, NEMICO INVISIBILE

«A quarantasei anni mi sono arreso», dice il lettore. «Volevo dirle che non ci sono solo i problemi di coppia, per mancanza di figli o altro.
Ci siamo anche noi single, di cui nessuno parla».

Caro don Antonio, da tanto tempo desideravo scriverle, la prego di dedicarmi qualche minuto. Sono giunto alla soglia dei 46 anni e mi ritrovo a combattere contro un nemico invisibile, ma insidioso: la solitudine. All’età di 14 anni, è mancato mio padre. In un attimo, ho perso un maestro, una guida, un amico. Con mia madre, non più giovanissima, mi sono rimboccato le maniche. Ho abbandonato i testi scolastici, e ho iniziato a lavorare sodo. Sono stati momenti difficili: maltrattamenti, orari impossibili, mansioni faticose, retribuzione risibile.

A 23 anni, ho incrociato lo sguardo di una coetanea. Avevamo in comune gli stessi valori e il desiderio di creare una famiglia. I suoi genitori, però, non sapevano che farsene di un umile operaio, con la passione per la campagna. Hanno usato tutti i mezzi perché il nostro rapporto cessasse. Un altro colpo durissimo, anche perché mi hanno inflitto una pesante umiliazione, che mi ha portato, sempre più, a isolarmi.

Nel frattempo, mia madre si è ammalata gravemente: con un seguito incalzante di interventi chirurgici e ricoveri ospedalieri. Ad assisterla, giorno e notte, c’ero sempre io. Ho affrontato ogni prova, confidando nell’aiuto di Dio. Mi sorreggeva, anche, la speranza che un giorno non sarei più stato solo, che avrei incontrato una ragazza sincera, disposta ad accettarmi per quello che ero. Quella speranza, col passar del tempo, s’ è tramutata in illusione. Ho conosciuto diverse ragazze: molte erano già vincolate a legami affettivi, altre hanno espresso avversione a rapporti seri e duraturi. Insomma, ho collezionato una delusione dopo l’altra. Assieme a qualche sberleffo: «Ma tu credi ancora al matrimonio? In che mondo vivi?».

Data l’età, mi sono arreso. La mancanza di un affetto era scritto nel mio destino. Anche se stento ad accettarlo. Mi aggrappo alla dignità, ma la solitudine è, ogni giorno, più insostenibile. Non posso più vedere mia madre, novantenne, versare le sue lacrime per me. Certo, esistono problemi più gravi nella vita, ne sono consapevole.

Mi perdoni, se mi sono dilungato. Volevo dirle che, oltre al malessere di molte coppie, oltre al dispiacere per la mancanza di figli, ci sono tanti single che soffrono di solitudine. Ma sui giornali non se ne parla.

Lettera firmata
   

Testimonianze di lettori, che si lamentano per la solitudine, ne ho pubblicate tante, in questa rubrica. Se non le ospito tutte, è solo per evitare una monotona ripetizione: quasi ogni settimana potrei dare spazio a una vocina che, come nella pubblicità di un’acqua minerale, grida nel vuoto: «C’è nessuno qui?».

Non voglio fare facile ironia alle spalle di chi soffre di solitudine, perché è una vera sofferenza. E va rispettata. Non la si può svalutare ricordando che esistono sofferenze ben più grandi (che dire di chi, per disperazione, è costretto a correre tutti i pericoli e le umiliazioni dell’emigrazione? Che dire delle madri che si vedono morire in braccio i bambini per fame, sete o malattia?). Il confronto con dolori più grandi, però, non dà sollievo ai propri dolori.

Nelle tante lettere che ricevo da parte di uomini e donne che soffrono di questo malessere, mi ha colpito, soprattutto, il tema delle occasioni e possibilità sprecate. È presente anche in questa lettera. La persona che si sente tagliata a metà non rivendica diritti, non rinfaccia ad altri comportamenti ingiusti o scorretti. È, in particolare, addolorata per non poter vivere la pienezza a cui si sente chiamata. Si rammarica di non riuscire a dare amore. Almeno, tanto quanto non riceverlo.

Molti, dietro questa aspirazione a fondere la propria vita con quella di un’altra persona, individuano la voce stessa di Dio, così che il completarsi attraverso l’unione con un altro essere umano, nella realtà di una famiglia, assume il carattere di una "vocazione". Questa solitudine è ancor più dolorosa: è vissuta non solo come un insuccesso personale, ma come un venir meno a un compito a cui si sentivano chiamati da Dio stesso.

La creatività spirituale si manifesta anche nel saper cambiare i progetti, senza tradire la spinta vitale che li anima dall’interno. Ci sono persone che sentono l’inclinazione alla vita religiosa e che, per circostanze contingenti, non possono assecondarla. Può avvenire anche che qualcuno, che si sente chiamato alla vita familiare, non trovi la possibilità di costruirla, perché non incontra la persona in sintonia con il proprio progetto, o perché situazioni di salute fisica o psichica glielo impediscono. Ma niente e nessuno può far naufragare il progetto più essenziale, che accomuna tutti gli esseri umani: dare e ricevere amore.

Capisco che queste parole possono deludere chi, scrivendo alla rivista, si aspetta un aiuto concreto per trovare l’anima gemella. Ma, anche volendo, non potremmo svolgere il ruolo dei facilitatori di incontri attraverso la "posta del cuore". 

«La vita, amico, è l’arte dell’incontro», proclamava una vecchia canzone di Vinicio de Moraes. Ecco, appunto, un’arte, non un semplice colpo di fortuna. E, come tutte le arti, è frutto sia di doti naturali che di esercizio.

D.A.

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