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Mostra mani callose e ruvide. «Non sono di uno spacciatore, queste», dice, con le labbra tremanti di rabbia. «Sono mani di uno che lavora duro. Allora perché ci danno la caccia? Perché fermano gli autobus alle cinque del mattino e ci portano via? Oggi, all’alba, 90 ne hanno presi. Abbiamo paura anche di uscire per strada. Ma se non cerchiamo lavoro, come possiamo mangiare?». Non siamo a Rosarno, ma a Castel Volturno. Issah, da Rosarno, ci è appena arrivato, fuggito in tempo prima della deportazione. Ci andava sempre, tre mesi in Sicilia per le arance, due in Puglia per i pomodori, il resto dell’anno a cercare lavori di fortuna, andando in strada, sulla Domiziana alle quattro o alle cinque di mattina, ad aspettare che passino i "caporali" per tirar su i kalifoo, gli schiavi a giornata, come vengono chiamati qui con una parola importata dalla Libia. Issah e gli altri, in maggioranza ghanesi, ci accolgono guardinghi e diffidenti. Hanno assistito alla "caccia all’uomo" di Rosarno delle ronde calabresi, e ora ne vivono un’altra qui, ma da parte di Carabinieri e Polizia.
del ministro Maroni, ha riunito migliaia di stranieri. Castel Volturno. Quindici chilometri da Casal di Principe, 10 da Villa Literno, 25 da Caserta. È il regno del clan dei "casalesi". Un tempo era paese di seconde case dei benestanti di Napoli e Caserta; oggi, col mare inquinato, in vacanza non ci viene più nessuno e si affitta agli stranieri. Le strade si presentano semideserte, mentre alle porte sbarrate si alter-nano abitazioni stracolme di africani. Thomas, Rose, Dominic, Prince e gli altri ci incontrano perché ci ha condotti da loro padre Filippo Mondini, uno dei tre comboniani della parrocchia Santa Maria dell’aiuto. Tutti africani, sono cattolici e frequentano la parrocchia. «L’Africa è qui da noi», spiega il neo parroco padre Antonio Bonato, succeduto da pochissimo a padre Giorgio Poletti, che 15 anni fa ha fondato la comunità. «Stiamo semplicemente accanto a loro, accompagnandoli in un cammino che è di fede, ma anche di rivendicazione della dignità umana. L’intento è far sì che gli africani diventino protagonisti, nello spirito del beato Comboni: salvare l’Africa con l’Africa. A Castel Volturno gli immigrati sono fra 6 e 7 mila. È certamente la maggiore concentrazione in Italia, in rapporto alla popolazione locale che non arriva a 25 mila unità. Ma non è l’inferno che certi giornali raccontano in questi giorni, magari perché così si giustifica un altro intervento di deportazione come a Rosarno».
«Certo, ci sono anche spacciatori e prostitute», continua padre Antonio, «ma la stragrande maggioranza è gente onesta che vuole solo lavorare. La soluzione non è la repressione. Se non si apre una finestra verso la regolarizzazione, continueranno a girare nell’illegalità, braccia a poco prezzo e senza diritti». Pochissimi trovano un posto nella zona di Castel Volturno. Vanno nel Foggiano, in Sicilia o in Calabria per "la stagione", o aspettano lungo la Domiziana il "caporale" che li porti a Napoli o Caserta per lavorare a giornata. Prince è uno di loro. È sposato con Rose, conosciuta qui in Italia, entrambi sono arrivati dalla Libia via mare, lui liberiano e lei ghanese. La moglie gestisce dentro casa un piccolo ristorantino all’africana (in media, un pranzo costa 3 euro), lui va dove lo chiamano. «Sono un fortunato», dice, «perché dopo sette anni mi sono fatto un giro di padroni che mi chiamano direttamente. Non devo aspettare in strada i "caporali". Ma si lavora poco e con quello che ci danno, tra 25 e 35 euro al giorno, non riusciamo a mandare niente in patria». Prince ha fatto di tutto, e subìto di tutto. Ha lavorato in edilizia e in agricoltura, cacciato quando chiedeva di essere messo in regola, sfruttato fino all’osso ovunque: «Ti chiamano quando c’è da fare il lavoro duro», spiega, «come portare i sacchi di cemento all’ottavo piano o scaricare un camion di materiale». Mostra la mano sinistra: «Una volta mi sono mozzato un pezzo di dito. Mi hanno buttato in strada per non avere rogne. Che futuro ci può essere qui?» Se lo chiede lui come tutti gli altri, intorno al tavolo del ristorantino di Rose: «Siamo solo carne da macello, braccati dalla Polizia», dicono, «non abbiamo nemmeno il denaro per tornare nel nostro Paese. E anche l’avessimo, con che faccia ci presenteremmo ai nostri familiari, che ci hanno dato tutto ciò che avevano per il viaggio della speranza?». Per capire cosa intendono concretamente per "sfruttamento", occorre andare al Centro sociale di Caserta, dove ha sede il Movimento dei migranti e dei rifugiati. Il mercoledì e il venerdì funziona lo Sportello legale e di assistenza. Quando arriviamo c’è una fila di 250 persone che presentano il loro problema e poi parlano con gli operatori. Trenta persone di staff, quattro avvocati, tanti volontari, questa realtà singolare è gestita insieme da Caritas, Sacramentini della comunità di Caserta, Comboniani, oltre agli attivisti del Centro sociale. Gian Luca Castaldi, un operatore della Caritas, si occupa delle denunce di sfruttamento: «Il caporalato "normale" consiste in paghe di 25 euro al giorno per 14 ore di lavoro. Non sono questi i casi gravi». No. I casi gravi narrano di lavoro non pagato, di violenze reiterate, di minacce con la pistola in mano, di insulti e pestaggi. «Fino alle situazioni-limite», spiega Castaldi, «come la storia raccontata da Kwadwo, arrivato allo Sportello pieno di ustioni perché per "scherzare" i datori di lavoro lo mettevano con la testa dentro un forno, e una volta gli è scivolato dentro». «Ci occupiamo di immigrazione da 15 anni», gli fa eco Mimma D’Amico, del Centro sociale, «e ormai siamo un punto di riferimento: in un anno prendiamo in carico circa 4 mila persone. Lo Sportello fa informazione. Aiuta gli immigrati a risolvere i problemi di ciascuno. Accompagniamo anche le loro rivendicazioni e la loro lotta per i diritti. Il problema sono le leggi, inique e inefficaci. Ma lo sa che a settembre scorso avevamo la fila di piccoli imprenditori, qui fuori, che ci chiedevano allibiti perché mai non potessero regolarizzarli e prenderli a lavorare com’è avvenuto per le badanti? Se si continua a far finta di non vedere, presto o tardi, Castel Volturno diventerà un’altra Rosarno». Luciano
Scalettari
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