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Il paesaggio del Punjàb è simile a quello della Pianura Padana. La terra dei cinque fiumi, a metà fra India e Pakistan, è sterminata e fertile come quella bagnata dal Po. Lo provano le foto, che gli immigrati mostrano con un certo orgoglio. Anche per questo, nel triangolo tra Cremona, Brescia e Reggio Emilia, così come nel Mantovano e nel Veronese, gli indiani si sentono a casa. Nella sola Brescia, la comunità di origine indiana conta circa 15 mila persone, di cui 5 mila impegnate in agricoltura e nell’allevamento. Sono arrivate silenziosamente, con il passa parola, già a partire da 30-35 anni fa. Oggi, sono la colonna portante dell’industria zootecnica della provincia, la prima in Italia – con i suoi undici milioni di quintali annui – per produzione di latte. «Si sono dimostrati molto affidabili e seri nel rapporto con le aziende che li hanno assunti», spiega Mauro Donda, direttore della Coldiretti di Brescia. «Chi lavora nella zootecnia ha bisogno di personale fisso e con una certa propensione ad accudire gli animali», prosegue, «perché la gestione delle mandrie è molto delicata. Non servono lavoratori stagionali. Gli indiani si sono mostrati particolarmente portati per queste attività. Molti si sono stabilizzati acquistando casa e portando qui la famiglia. Segno di una buona integrazione. Nessuno compra un alloggio se vive in un posto dove non si trova bene». Kulvir Singh si sveglia di buon’ora. Alle cinque è già in piedi. Alle sei è nelle stalle. È in Italia da 15 anni, a Calcinato, sud-est di Brescia. Suo fratello era arrivato dieci anni prima, con il circo, come gran parte degli indiani di prima generazione. Alcuni di loro, quand’era l’ora di partire, restavano nella Bassa bresciana a occuparsi di vacche e vitelli piuttosto che di elefanti e di tigri. Il fratello di Kulvir è tornato in India, a fare il sindaco del suo paese. Ma prima ha chiamato qui fratelli e nipoti. «Sono arrivato con mia moglie e una figlia, che oggi ha 19 anni», racconta Kulvir seduto al tavolo della colazione. Dopo aver sistemato il bestiame, accudito i piccoli appena nati, spento la mungitrice, pulite le stalle, sistemato il fieno, c’è tempo per un bicchiere di latte prima che le autobotti vengano a caricare il prodotto destinato, in gran parte, alla preparazione del formaggio. Di figlie ne ha due, adesso: la piccola sta finendo la materna, mentre la sorella si è diplomata in ragioneria ed è in cerca di impiego. «Le mie figlie non vorranno certo tornare in India», dice. «Io e mia moglie non ci abbiamo ancora pensato. La nostalgia c’è, ma qui ci troviamo bene». La storia di Kulvir Singh e di sua moglie Mohan Kaur è di ordinaria normalità. Il suo lavoro, in questa parte d’Italia, è pagato tra i 1.200 e i 1.600 euro, più la casa, visto che l’80 per cento risiede presso la stessa azienda in cui è assunto. A Flero c’è anche il tempio sikh «Si è ricreato il mondo agricolo con i suoi ritmi e la sua struttura familiare», dice Francesco Ferrari, già parlamentare europeo, da sempre impegnato nell’agricoltura. «Abbiamo visto in questi anni che instaurare un rapporto serio con i lavoratori fa bene a noi e fa bene a loro. D’altra parte non solo l’agricoltura, ma anche gran parte dell’industria bresciana non potrebbe sopravvivere senza l’apporto degli stranieri». Intanto a Flero è sorto un tempio sikh ed è sempre più facile vedere indiani col copricapo arancione. In paesi come Poncarale, Calcinato, lo stesso Flero, Castenedolo, gli indiani hanno incontrato una popolazione, come loro, operosa e accogliente. Di poche parole: quelle giuste. «Li abbiamo conosciuti, abbiamo visto come lavoravano, abbiamo chiesto quali documenti servivano per assumerli in modo regolare», dice Placido Bono, proprietario dell’azienda in cui lavora Kulvir. Una vitellina appena nata è scaldata dalle lampade. Ma sono i rapporti umani, genuini e semplici, che qui generano calore. Anche in pieno inverno. Annachiara
Valle
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