Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Alberto Bobbio e Francesco Anfossi


SALESIANI
FORMARE DEI BUONI CRISTIANI E DEGLI ONESTI CITTADINI


LA MEGLIO GIOVENTÙ

Terminate le celebrazioni per i 150 anni della nascita della Congregazione, il rettor maggiore, don Chàvez Villanueva, ribadisce l'impegno educativo e pastorale.

Si chiama il "sistema preventivo" ed è l’intuizione di san Giovanni Bosco, che oggi, un secolo e mezzo dalla fondazione della congregazione dei Salesiani, è ancora attuale.

Dice don Pascual Chávez Villanueva, rettor maggiore dei Salesiani, che "prevenire è più efficace che curare"; ciò vale soprattutto per i giovani. Alla vigilia della festa liturgica di don Bosco (31 gennaio) racconta la passione per la Chiesa e per le nuove generazioni, che ancora non ha stancato lui e i suoi confratelli.

  • Il vostro atto ufficiale di nascita risale al dicembre 1859: come giudica l’esperienza della congregazione che guida dal 2002?

«Vari elementi mi permettono di affermare che l’esperienza sia positiva. In alcune nazioni e aree del mondo, la Chiesa è oggi presente unicamente attraverso le nostre opere e i nostri missionari. Un dato che credo sia importante è che dal carisma salesiano sono germogliate figure di santi dal profilo diverso: religiosi e laici, soprattutto giovani, in ogni continente».


Foto di Paolo Siccardi/Sync.

  • Cosa resta di maggior attualità nell’insegnamento di don Bosco?

«Don Bosco ha fatto stupendamente il "mestiere" di fondatore. Tre, credo, siano gli indirizzi che ci ha lasciato. Il suo carisma è vivace e produce frutti di santità. Il secondo è il "sistema preventivo", che trova nelle 130 nazioni in cui siamo presenti modalità diverse e nuove di attuazione. Nel gennaio 2009 abbiamo celebrato un congresso internazionale dal titolo significativo (Sistema preventivo e diritti umani) che ha dimostrato quanto forti siano ancora l’intuizione e l’azione umana e pastorale di don Bosco. Poi, c’è la "Famiglia salesiana". Come i grandi santi, don Bosco ha dato origine a una famiglia spirituale apostolica, convinto che la salvezza dei giovani attraverso la promozione umana, l’educazione, l’evangelizzazione ha bisogno di un vasto movimento di persone che lavorino in rete, con comunione d’intenti e con progetti condivisi».

  • Oggi, dove sono impegnati soprattutto i Salesiani? Quali sono le frontiere del vostro apostolato?

«Fin dalle origini, i Salesiani sono impegnati là dove si trovano i giovani. Percorrendo le vie del mondo, oggi si imbattono nei volti dei giovani immigrati, dei ragazzi sfruttati dal turismo sessuale e dal lavoro minorile, dei tossicodipendenti, dei malati di Aids, dei disadattati sociali, dei disoccupati, delle vittime della violenza, della guerra e dei fanatismi religiosi, dei bambini soldato, dei ragazzi di strada. I diversi contesti nazionali e continentali richiedono ai Salesiani forme diverse e nuove di presenza tra i giovani. Il nostro compito primario è, prevenendo eventuali esperienze negative, educarli a valorizzare le loro persone e, soprattutto, aiutarli a scoprire che Dio li ama e li vuole felici, come diceva don Bosco "nel tempo e nell’eternità". Cioè santi».

  • I Salesiani in Italia: qual è il loro più importante contributo alla vita della Chiesa e della società nel nostro Paese?

«I Salesiani sono notoriamente conosciuti per le loro istituzioni educative, le scuole e soprattutto i centri di formazione professionale. Non di meno, sono noti per l’oratorio, che don Bosco reinventò e praticò in chiave moderna. Numerose poi le diocesi che affidano a noi l’animazione di alcune parrocchie. Diversi sono gli ex allievi che, avendo frequentato le nostre opere, oggi ricoprono ruoli di responsabilità politica, economica e sociale e, soprattutto, trasmettono come genitori, insegnanti o educatori lo spirito e i valori ricevuti. Siamo presenti anche su quelle nuove frontiere che i mali della società e cultura contemporanea hanno aperto. I Salesiani, e i laici che con loro collaborano, sono impegnati in comunità di accoglienza per ragazzi in situazioni di disagio e marginalità. L’espressione di don Bosco "buoni cristiani e onesti cittadini" sintetizza bene, ancora oggi, la finalità educativa salesiana: condurre i giovani a conoscere Cristo e la Chiesa, e a partecipare attivamente alla vita politica e sociale».

  • Come contribuiscono i Salesiani all’impegno per l’educazione, in questo tempo di sfida e di emergenza educativa evocata sia dai vescovi italiani sia, e più volte, dal Papa?

«I Salesiani offrono in risposta all’emergenza educativa alcuni contributi. Il primo è quello della riflessione sulla condizione giovanile. Diversi sono i centri di studio e di formazione per educatori. Il secondo contributo è quello della presenza tra i giovani. Per don Bosco il cortile non era solo un luogo fisico, ma esprimeva la qualità della relazione tra educatore ed educando. La presenza tra i giovani è da considerarsi una strategia fondamentale per risolvere l’emergenza educativa. Risalta dunque sempre più l’attualità del sistema preventivo nell’educazione dei giovani e degli adulti contenuta nella pedagogia di don Bosco. Prevenire è più efficace che curare. Il "sistema preventivo" ci chiede il ritorno al mondo dei giovani quale premessa per ogni discorso educativo che voglia essere efficace. Solo capendo i giovani nel loro attuale contesto è possibile offrire risposte credibili».

  • L’impegno per i poveri: dove si concentra maggiormente e come si attua?

«Le situazioni di povertà, generate da un sistema neoliberale, che la recente crisi mondiale ha evidenziato, costringe molti giovani alla sopravvivenza. Troviamo Salesiani in prima fila nelle favela brasiliane, negli slum indiani o africani, nelle banlieue parigine, nelle periferie delle città e nelle zone rurali estreme. L’Europa, avendo rinunciato alle sue radici cristiane, ha sganciato i giovani da valori e da tradizioni che in passato avevano guidato varie generazioni. I giovani sono smarriti e disorientati in un mondo confuso e disperato».

  • Le celebrazioni per i 150 anni sono ormai alle spalle. Una parola sul futuro: come si va avanti da ora in poi?

«Nel 2009 noi Salesiani abbiamo riscoperto la nostra consacrazione. Siamo convinti che la congregazione avrà un futuro fecondo così come ha avuto un passato brillante a condizione che ci siano giovani che continuino a consegnare completamente la loro vita a Dio. Nei prossimi 150 anni la nostra congregazione è chiamata a lavorare in sinergia più stretta con i gruppi della "Famiglia salesiana" e a prendere in mano il "sogno del padre": la salvezza dei giovani, che continuano a essere la parte più preziosa della nostra identità. Abbiamo una meravigliosa storia da raccontare, ma anche una bella storia davanti, che è ancora tutta da scrivere».

Alberto Bobbio
   
   
AGLI ESTREMI CONFINI DELLA TERRA

Ha il fisico massiccio e il viso abbronzato di una guida alpina monsignor Luciano Capelli. È un valtellinese di Oga, a due passi da Bormio, terra di monti, sentieri e ghiacciai. Ma la Provvidenza lo ha chiamato agli antipodi delle sue montagne, nei mari del Sud, tra foreste equatoriali, spiagge, piroghe e capanne. Un paradiso naturale dove manca tutto di tutto: elettricità, igiene, salute, istruzione, lavoro.

Nel giugno 2007 Benedetto XVI ha nominato questo salesiano sessantenne, sopravvissuto a sette attacchi di malaria, vescovo delle Isole Salomone, agli estremi confini del pianeta. «Credo di essere il missionario più sperduto al mondo», dice. La sua è la diocesi più lontana dalla Santa Sede.

Per raggiungere il minuscolo arcipelago australe, composto da 360 isole, agli antipodi di Roma, ci vogliono ventiquattro ore di aereo, scali esclusi, in un territorio che un tempo era preda di pirati e dominio di tribù di cannibali.

Il centro della diocesi è Gizo. Lì, grazie al buon cuore e alla volontà d’acciaio di una comunità di volontari che hanno fatto la spola tra Oga e Gizo (carpentieri, falegnami, medici; si veda al riguardo il sito www.amiciisolesolomon.it), la missione ha costruito una piccola scuola, un ospedale e da pochi mesi anche una nuova chiesetta che ha sostituito quella distrutta dalla furia dello tsunami. «In queste parrocchie sperdute in innumerevoli isole la priorità non è il sacramento da amministrare», ripete monsignor Capelli, «ma salvare la gente che muore. Da noi il 20 per cento dei bambini perde la vita sotto i 5 anni. La malaria è un flagello che devasta tutto. Ecco, per me essere missionario significa cambiare questa situazione con una presenza attiva, dare un senso alla testimonianza cristiana che è soprattutto carità, indurre in chi mi sta vicino la domanda: "Perché fa tutto questo?". A quel punto la risposta è una sola: "Perché l’ha fatto Cristo"».

Francesco Anfossi

 

SULLE ORME DI DON BOSCO

15.346 Salesiani nel mondo
119 vescovi e cardinali
92 ispettorie (province religiose)
1.854 case nel mondo
130 nazioni in cui i Salesiani sono presenti
14.091 Figlie di Maria Ausiliatrice (Salesiane)

Fonte : Agenzia iNfo Salesiana, dati aggiornati al 31 dicembre 2009.


torna all'indice