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Spettacoli
di Maurizio Turrioni


CINEMA
"L’UOMO CHE VERRÀ" DEL REGISTA GIORGIO DIRITTI


RIVIVENDO MARZABOTTO

La strage nazista del 1944 raccontata dalla visuale delle famiglie e dei bambini. «Un film dedicato a chi ha la guerra in cortile».

Più che per non dimenticare, proprio per riscoprire. Perché la Resistenza non sia racconto sospeso tra le nebbie del passato ma brandelli, amari e coraggiosi, di vita vissuta dai nostri padri e dai nostri nonni. Per dire no a tutti quei revisionismi che oggi, complice la banalizzazione quotidiana di una Tv che frulla qualsiasi opinione, cercano di fare (letteralmente) di ogni erba un fascio. Perché, per chi visse le lacerazioni della guerra sulla propria pelle o su quella dei familiari, non sarà mai lo stesso se sangue e sofferenze furono spesi nella lotta per la libertà o per opprimere le idee e la dignità altrui.

Non è un caso, insomma, se un film bello e appassionato come L’uomo che verrà di Giorgio Diritti esce a cavallo del "Giorno della Memoria", istituito per ricordare il 27 gennaio 1945 quando l’Armata Rossa aprì i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, rivelando al mondo le persecuzioni e gli orrori perpetrati dai nazisti contro ebrei, zingari, comunisti e oppositori politici.

«Raccontiamo i mesi che precedettero la strage di Marzabotto, sull’Appennino emiliano», spiega Giorgio Diritti, 50 anni, bolognese, regista cresciuto con Ermanno Olmi e Pupi Avati, rivelatosi tre anni fa con Il vento fa il suo giro, film autoprodotto diventato un caso per la sua tenuta record (oltre un anno e mezzo al cinema Mexico di Milano). «Piccoli eventi quotidiani che testimoniano il valore morale della gente umile, contadini e montanari, trucidata dalle SS in un impeto di ferocia immotivata: 770 persone (quasi tutti donne, bimbi e anziani) passate per le armi nel corso di vari giorni a partire dal 29 settembre 1944. E pur se recentemente i sopravvissuti responsabili dell’eccidio sono stati finalmente condannati, troppi oggi non sanno o non vogliono ricordare».

  • Detta così sembra una cosa pesante...

«Al contrario. È un film che parla soprattutto di vita, del bisogno di solidarietà. Che restituisce il valore delle cose che contano: una stretta di mano, uno sguardo, il cibo, l’amore, una preghiera... L’uomo che verrà narra la guerra vista dal basso, dalla parte di chi la subisce senza capire. Il racconto è poi cadenzato nei nove mesi d’attesa per la nascita di un bambino in un’umile famiglia di contadini. E filtrato dallo sguardo stupito di Martina, la bimba di 8 anni che vuole fortissimamente quel fratellino».

Una chiave poetica che illumina la tragica vicenda con squarci di tenerezza, di serenità, di normalità capaci d’evidenziare ancor di più l’assurdità della guerra («Ho capito che molti vogliono uccidere gli altri, ma non so perché», dice a un certo punto Martina tra sé e sé). Sangue, pallottole, grida irrompono solo alla fine. E benché si sappia come andò a finire, lo spettatore si trova a trepidare per la sorte di quelle persone che ha imparato a rispettare e ad amare.

Un miracolo di equilibrio e passione reso possibile dall’originale cast, mix di professionisti (Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Stefano Bicocchi, il meraviglioso teatrante Claudio Casadio) e di gente comune pescata sul luogo (come la piccola Greta Montanari), spesso parenti delle vittime di Marzabotto. Un miracolo che è valso a Diritti il gran premio della giuria all’ultimo Festival di Roma e il Marc’Aurelio d’oro attribuito dal pubblico al miglior film della rassegna. Un pubblico fatto non da giornalisti e addetti ai lavori, ma da migliaia di spettatori veri. Un plebiscito popolare.

  • Diritti, è stato difficile affrontare una storia tanto tragica quanto vera?

«Sì. Per sgombrare il campo da faziosità e strumentalizzazioni, ho fatto interviste ai sopravvissuti alla strage, ai partigiani di allora. Dalla memoria sono così emersi volti, storie, persone, famiglie... E il ruolo fondamentale di alcuni preti».

  • Non fu strage di plebe comunista?

«Quelli di Monte Sole e di Marzabotto più che partigiani politicizzati erano anarchici: fratelli, figli, mariti di chi non ne poteva più di sofferenze e soprusi. Povera gente che oppose alla prepotenza nazista una rivolta interiore, una resistenza morale. Lo dice bene monsignor Luciano Gherardi nel libro Le querce di Monte Sole, che racconta anche di don Ubaldo e don Giovanni, sacerdoti che rimasero accanto a quelle persone abbandonate dallo Stato, dal partito, da tutti».

  • L’uso nel film del dialetto bolognese potrà penalizzare il grande pubblico?

«No. I sottotitoli poi non servirebbero neppure: basta l’espressività dei volti, la scarna necessità delle cose dette. Ogni altra parlata sarebbe suonata falsa».

  • L’uomo che verrà guarda al futuro?

«È dalla parte di chi si ritrova la guerra nel cortile di casa. A Marzabotto così come in Irak o in Afghanistan. Il pacifismo non è utopia ma necessità».

Maurizio Turrioni

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