Quando
la coperta è corta
Nuove
regole.
Calcolo più leggero
L’anzianità
dal 2010?
Solo se stai in quota
Il
secondo pilastro
sorge dal Tfr
Una
vita di lavoro complicata?
C'è la totalizzazione...
Più
lontana la pensione
per le dipendenti statali
I
lavoratori saranno tutelati
in tutta Europa
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a
cura di Giuseppe Altamore
con il contributo del Patronato Acli
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LA
PENSIONE È DIMAGRITA -
LE NUOVE REGOLE DAL 2010
PREVIDENZA, UNA "RUOTA" DI SCORTA
DOPO
LA CRISI,
FONDI PENSIONE IN RIPRESA
L’anno
nero del 2008 sembra superato e i tassi riprendono quota.
Le risposte ai vostri dubbi.
Dopo
le criticità del 2008, in cui i fondi pensione hanno chiuso con rendimenti
negativi, il 2009 ha fatto registrare positivi segni di ripresa. Secondo i
dati diffusi dalla Covip, l’Autorità di vigilanza sui fondi pensionistici
complementari, nei primi 9 mesi del 2009 i fondi negoziali hanno registrato
rendimenti positivi medi del 7,2%, i fondi aperti del 9,3%, e i Pip unit
linked del 12,5%. Per quanto improprio possa essere il paragone, va
osservato che nel medesimo periodo il Tfr si è rivalutato nella misura dell’1,4%.
- Tutto bene dunque? Siamo ritornati a tempi normali?
Parrebbe di sì, se non fosse che i rendimenti negativi
verificatisi nel 2008 non hanno del tutto fugato i dubbi e le apprensioni.
- Ma i rendimenti negativi quanto hanno inciso sul futuro
pensionistico degli iscritti alla previdenza complementare?
Gli osservatori sono concordi nell’affermare che l’incidenza
negativa è minima, e che, anzi, in determinati casi la crisi è stata
perfino un vantaggio per chi è distante dalla pensione. Vediamo di spiegare
il paradosso. Il sistema prevede che il denaro destinato periodicamente alla
previdenza complementare venga suddiviso in "quote", il cui valore
monetario si abbassa in tempi di crisi e si innalza in tempi favorevoli.
Così se un lavoratore versa 100 euro al mese, e se una quota vale 10 euro,
acquisterà 10 quote. Se il valore della quota scende a causa di una crisi
finanziaria, a parità di versamento, acquisterà più quote; al contrario
acquisterà meno quote nel momento in cui il loro valore unitario salirà.
Una volta acquistate, le quote rimangono nella cassaforte previdenziale del
lavoratore, pertanto nel momento in cui esse si rivalutano ciò che ho
comprato a poco prezzo acquista progressivamente valore. Se non vi è
necessità di rientrare in possesso del denaro (cioè di andare in pensione)
i momenti di crisi appaiono più come opportunità che come problemi,
perché nel lungo periodo i momenti favorevoli superano i momenti di crisi.
È un po’ come accade nei mercati immobiliari: se i valori delle case
diminuiscono, nessun proprietario si dispera, a meno che non sia costretto a
vendere.

- E se quando sto per andare in pensione sopravviene una
crisi finanziaria, non c’è il rischio di bruciare i risparmi di una
vita?
Per ovviare a questo rischio, il sistema prevede che i
risparmi previdenziali possano essere investiti in diversi
"comparti": a comparti più rischiosi, consigliabili in gioventù,
fanno riscontro comparti prudenti, ai quali affidare la cassaforte
previdenziale in prossimità del pensionamento. Per completare il quadro
della situazione vediamo quali rendimenti hanno prodotto i comparti nel
2009. Nella tabella sopra, aggiornata al 30 settembre 2009, sono visibili i
segnali di ripresa, che dati più recenti, anche se ancora frammentari,
confermano con maggiore decisione.
Nonostante la crisi, gli iscritti ai fondi sono cresciuti,
oltrepassando la soglia complessiva di 5 milioni, e facendo registrare,
negli ultimi due anni, un aumento costante compreso tra il 3 e il 4 per
cento all’anno.
| IL
SECONDO PILASTRO SORGE DAL TFR
Il sistema previdenziale italiano ha subìto negli
ultimi anni profonde trasformazioni. L'obiettivo di un sistema
equilibrato nel quale i contributi di chi lavora sono sufficienti a
coprire i costi delle pensioni degli anziani diventa sempre più arduo
da perseguire per varie ragioni. Una prima risposta, data dalla riforma
del 1985, sta nel creare un sistema nel quale la pensione che ciascuno
di noi riceverà sia proporzionale alla quantità di contributi versati.
Tradotto in soldoni, tutto questo significa che le pensioni del futuro
saranno sempre più magre e copriranno meno del 40% dell’ultima
retribuzione. Per evitare di ritrovarsi poveri, è stata inventata la
previdenza complementare che è, in sostanza, la costruzione di una
seconda pensione, frutto di risparmio aggiuntivo. Una pensione non più
pagata con i contributi di chi sta lavorando ma con l'accantonamento di
contributi specifici, aziendali e propri del lavoratore, utilizzando
soprattutto il proprio Trattamento di fine rapporto (Tfr) che,
debitamente investito nei fondi pensione, dovrà essere restituito al
lavoratore in forma di rendita pensionistica o restituito in capitale
quando si andrà in pensione. La previdenza complementare può essere
attivata solo per libera scelta destinando il Tfr al fondo pensione di
categoria. Scelta che molti hanno fatto entro il 30/6/2007.
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UNA
VITA DI LAVORO COMPLICATA?
C’È LA TOTALIZZAZIONE…
I lavoratori che nel corso della loro vita hanno
svolto attività diverse e versato i contributi a più casse
previdenziali possono sommarli al momento di andare in pensione. La
totalizzazione, infatti, come strumento alternativo alla ricongiunzione,
consente di utilizzare i diversi periodi contributivi non coincidenti al
fine di conseguire un unico trattamento pensionistico. Destinatari della
totalizzazione sono dipendenti pubblici e privati, lavoratori autonomi,
liberi professionisti, iscritti alla gestione separata e al Fondo di
previdenza del clero.
ECCO LE CONDIZIONI CHE
CONTANO
Il lavoratore non deve essere titolare di una pensione liquidata da una
delle gestioni interessate alla totalizzazione;
il periodo da totalizzare non può essere inferiore a tre anni per ogni
gestione (vale solo per le pensioni di vecchiaia e anzianità);
la totalizzazione deve interessare tutti e per intero i periodi
assicurativi e possono essere cumulati solo i periodi non coincidenti.
Le prestazioni che si possono ottenere con la totalizzazione e i
relativi requisiti sono:
pensione di vecchiaia, almeno 20 anni di
contributi, ottenuti dalla somma dei periodi contributivi, e un’età
non inferiore a 65 anni (sia per gli uomini sia per le donne);
pensione
di anzianità, un’anzianità contributiva non inferiore a 40 anni,
a prescindere dall’età anagrafica. Ai fini dei 40 anni non vanno
considerati i periodi di contribuzione figurativa per disoccupazione e
malattia;
pensione di inabilità, sussistenza dello stato di
inabilità e possesso dei requisiti di assicurazione e contribuzione
richiesti dalla gestione pensionistica nella quale il lavoratore risulta
iscritto al momento in cui si manifesta lo stato di inabilità. Non è
previsto l’assegno di invalidità in regime di totalizzazione;
pensione
indiretta ai superstiti,la pensione spetta ai superstiti in base ai
requisiti richiesti dalla gestione in cui il defunto era iscritto al
momento del decesso.
COME FARE LA DOMANDA
La domanda deve essere presentata dal
lavoratore (o dai superstiti) all’ente previdenziale di ultima
iscrizione. Solo per la pensione di reversibilità la domanda va
presentata all’Inps.
IL CALCOLO
Ogni gestione pensionistica calcola la quota
di pensione in rapporto ai rispettivi periodi di iscrizione. Il calcolo
viene determinato con il sistema contributivo. Solo nel caso in cui in
una gestione a carico degli enti previdenziali pubblici (Inps, Inpdap...)
sia maturato il requisito minimo richiesto per il diritto alla pensione
autonoma, il criterio di calcolo sarà quello del sistema di
appartenenza (e dunque retributivo o misto).
CHI PAGHERÀ?
Il pagamento della pensione è effettuato dall’Inps,
ma l’onere rimane a carico delle singole gestioni previdenziali in
proporzione alle rispettive quote. La decorrenza delle prestazioni è
fissata al primo giorno del mese successivo a quello di presentazione
della domanda. La pensione ai superstiti invece, ha decorrenza dal mese
successivo al decesso del lavoratore assicurato o pensionato.
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