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Arrivederci
di Franca Zambonini


IMMIGRATE CON IL VELO ISLAMICO E I MODELLI FEMMINILI DELLE NOSTRE TV

PER LA DIGNITÀ NON SERVE
UN DIVIETO PER LEGGE


Ho chiesto a Musdah Mulia Siti, giurista indonesiana, perché usasse sempre il velo. Mi ha risposto: «Perché questa è la nostra tradizione. 
Il velo non fa problema. Il vero problema è che le donne abbiano uguali diritti».

Due giornaliste di la Repubblica sono andate in giro velate, per vedere l’effetto che fa. A Milano, Zita Dazzi coperta dal niqab non ha ottenuto un libro in biblioteca e non è potuta entrare all’anagrafe e in tribunale. A Torino, Vera Schiavazzi nascosta dentro il burqa ha incontrato sguardi sospettosi e perfino un po’ spaventati. Per il resto, molta indifferenza e anche un po’ di gentilezza.

L’esperimento è stato fatto in vista di una proibizione del velo islamico che arriva dalla Francia. Ma bisogna distinguere tra i diversi tipi. Il più semplice si chiama hijab ed è comune come il nostro foulard. Chador è l’abito nero lungo fino ai piedi che lascia scoperti il viso e le mani, diffuso soprattutto in Iran. Lungo e nero anche il niqab, che copre il volto lasciando solo una fessura per gli occhi. All’estremo c’è il burqa che imprigiona il corpo e il viso, ha una specie di grata davanti agli occhi ed è usato in Afghanistan.

Solo questi ultimi due cadrebbero sotto il divieto. Siccome anche da noi piacciono le proibizioni, i no e gli altolà, ecco che ci stiamo allineando ai cugini francesi. Per la Lega, la proibizione del velo che copre il volto «è una norma giuridica di civiltà». Per Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, «il divieto aiuterebbe le immigrate a uscire dai ghetti». Più diplomatico, com’è il suo mestiere, il ministro degli Esteri Franco Frattini: «Non sono a favore di una proibizione per legge, penso invece a un piano più ampio di integrazione». Infine Roberto Calderoli, ministro per la Semplificazione normativa, invoca «esigenze di sicurezza».

Ma la questione del velo sembra un falso problema. Anzitutto perché abbiamo già una legge, emanata nel ’75, che proibisce di mostrarsi in luogo pubblico con la faccia nascosta, per esempio da un casco integrale o da un passamontagna. Poi, per il rispetto che si deve alla diversità culturale o religiosa. Infine, perché il divieto avrebbe, più che altro, fini di propaganda, visto che in Italia le donne con il nikab o il burqa sono in pratica inesistenti: le giornaliste che li hanno indossati per finta raccontano di essere state molto fotografate, come una rarità stupefacente.

Dicono che vietare i veli islamici integrali alle immigrate sia una battaglia di libertà. Ma bisogna chiedersi se sia la libertà di adeguarsi ai modelli femminili imposti dalla televisione, dai giornali e dalla pubblicità, seni in vista e ombelico al vento. I paladini dell’emancipazione femminile dovrebbero, piuttosto, aiutare le giovani immigrate a difendersi da un patriarcato che le sottomette con la violenza domestica. Le uccisioni atroci di Saana e Hina, povere ragazze sacrificate dai padri perché volevano vivere come le coetanee italiane, ci ricordano che la vera libertà passa attraverso le scelte personali.

Ho incontrato Musdah Mulia Siti, giurista indonesiana, docente all’Università di Giakarta, eletta in Valle d’Aosta "Donna dell’anno 2009". Le ho chiesto perché usasse sempre il velo che nasconde solo i capelli lasciando libero il volto. Mi ha risposto: «Perché questa è la nostra tradizione. Il velo non fa problema. Il vero problema è che le donne abbiano uguali diritti, per esempio di sposare chi vogliono, di scegliersi il lavoro, di essere ascoltate nei tribunali. E, soprattutto, il diritto al rispetto della loro dignità». Ma per questo non serve un divieto imposto per legge.

Franca Zambonini

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