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Ho letto su Famiglia Cristiana (n. 50/2009) la lettera "Non riesco a rinunciare a lui", e vorrei intervenire per raccontarle la mia esperienza. Avevo 22 anni, lui 6 in più, e ci siamo amati intensamente. Un amore pulito, sincero, grande. È durato tre anni. C’era, tuttavia, un "ma": lui voleva che io andassi a vivere con sua mamma. Cosa che non mi sono sentita di accettare. Sua mamma non era anziana, aveva vicino altri figli e figlie con le loro famiglie. Lui non voleva staccarsi da sua madre, ma pretendeva che io lasciassi i miei genitori, anche se non avevano altri figli. Così, ci siamo lasciati. Poiché eravamo già vicini al matrimonio e quasi tutto era pronto, lui cercò un’altra e, in poco tempo, la sposò ed ebbero dei figli. Il peggio venne dopo, perché dimostrò in pubblico che non amava quella ragazza. Per me, fu difficilissimo stargli lontana, nonostante sua mamma e una sorella di lei mi facessero continui dispetti e mi provocassero. Io non volevo liti né pubblicità. In pochi mesi ho perso dodici chili. E se mi capitava di vederlo stavo male. Se non avessi avuto fede nel Signore, nulla mi avrebbe impedito di averlo, perché lui mi cercava ancora. Dopo qualche anno, ho incontrato un ragazzo onesto e bravo, che aveva appena perso i genitori. Era molto giovane e non trovando lavoro in paese dovette emigrare all’estero. Quando trovò lavoro in Italia, tornò e decidemmo di metter su famiglia. Ma, ancor prima che iniziasse a lavorare, un grave incidente me lo portò via. Intanto, l’altro cercava di incontrarmi e parlarmi, ma io l’ho sempre rifiutato, nonostante mi si spezzasse il cuore, perché lui doveva stare con la sua famiglia. Ho pregato tanto, ho confidato nel Signore perché mi desse la forza di superare questa terribile sofferenza. Ho avuto un buon lavoro che mi ha permesso una vita tranquilla e abbastanza agiata, ho avuto tante soddisfazioni e tanta serenità nel cuore. Ho tuttora tante amicizie, cerco di aiutare chi ha bisogno e al Signore chiedo sempre di sostenermi sulla strada che lui mi indica, anche se non sempre mi piace. Ora ho poco più di 60 anni e ringrazio ancora Dio. Nella vita non si può avere sempre tutto. Questo mondo è anche una "valle di lacrime", bisogna avere tanto coraggio. E, quando manca, invocarlo nella preghiera. Se tante donne avessero agito come me, molte famiglie non si sarebbero sfasciate e i figli sarebbero stati più sereni. La saluto e la ringrazio per questo scambio di lettere, che ci aiuta molto a riflettere anche sulle sofferenze degli altri. Camilla Cara Camilla, ho letto con attenzione la tua lettera, vera testimonianza di amore. Intuisco dalle tue parole quanta sofferenza e, al tempo stesso, serenità, due sentimenti contraddittori, siano convissute nella tua persona. Senza minarne l’equilibrio. Credo sia questo l’aspetto più importante del sintetico racconto della tua vita. Cioè, la coerenza che non "impone" sacrifici, accompagnati da lagnanze e rimpianti, ma che consente di indirizzarsi secondo coscienza e secondo le scelte fondamentali che hai fatto. Hai dimostrato che si può essere fedeli a Dio, senza giustificazioni e sconti. Una prova di grande maturità, la tua reazione. La preghiera ti è stata di aiuto. Ti ha dato la forza per superare prove e sofferenze. Ma avevi già una forte motivazione interiore, che ti ha portato a fare una scelta, non come una dura rinuncia, frutto d’una rigida osservanza a norme astratte, ma come risposta a una coscienza, che non intendeva ingannare sé stessa e gli altri. Una volta si diceva che la virtù è premio a sé stessa. Oggi, questo principio è andato in disuso. Non si capisce più. Eppure, la felicità non consiste nei beni o nell’assoluta libertà di procurarsi ogni forma di "piacere", ma nel seguire la coscienza retta e ben formata. Prendendo spunto dalle tue parole, Camilla cara, vorrei sottolineare come, oggi, la fedeltà a scelte di fondo (tipo il matrimonio), sia minata da una cultura edonistica imperante, e dall’ossessione del "godere" a ogni costo, non rinunciando a nulla di ciò che appaga o sembra indispensabile per essere felici. Dimentichiamo, invece, che poche sono le cose davvero necessarie per la felicità. Capirlo, non è semplice. Occorre percorrere una strada, spesso accidentata, che è quella della fede per dare senso alla propria esistenza. Piuttosto che l’esasperata ricerca dei piaceri. La fede, però, va intesa non come banale adesione a verità superiori per consolarsi dai mali o dalle delusioni della vita, ma come forza per seguire la volontà del Signore. Spesso su vie che comportano rinunce, con scelte ardue e, forse, incomprensibili, in cui investire tutto sé stessi. Ma non c’è altra strada per chi vuole realizzarsi e realizzare qualcosa di significativo nella propria vita. Non si conquista nulla senza sacrifici. È importante ricordare quelle parole di Gesù, che spesso destano incomprensione e qualche timore: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre, poiché il mio giogo è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30). Parole da capire nell’ottica della coerenza, pagata spesso a caro prezzo, che rende la persona non triste o insoddisfatta, ma serena e gioiosa, pur nella fatica e nel dolore. Non sono i beni a dare la felicità. Né la si acquista con i soldi. La pace interiore è la "misura" su cui confrontare sé stessi davanti al Signore. Pur non togliendo gli affanni e le sofferenze, questa serenità consente di vivere e non subire la vita e le sue vicissitudini. Tutti siamo sulla stessa strada, ciascuno con un suo percorso. Le scelte personali, le priorità, la propria storia sono elementi essenziali, se si è consapevoli che il Signore, che scruta menti e cuori, non disdegna nulla di quanto ciascuno si impegna a offrire e a vivere per lui e in lui. D.A.
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