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Via Sansovino, quartiere Vallette, profonda periferia di Torino. Non lontano dal nuovo Stadio delle Alpi in costruzione, che con le sue linee avveniristiche segnerà il confine tra il futuro e il passato del gioco del calcio, vive, immerso in una lotta quotidiana fatta di un presente da salvare a tutti i costi, il piccolo ma organizzato Centro di aiuto alla vita Sansovino. Segregato in mezzo ai casoni, costruiti in tutta fretta sul finire degli anni ’50 per affrontare l’immigrazione dal Mezzogiorno, il Cav lavora alacremente ogni giorno, quasi mimetizzato dentro le strutture della parrocchia di Santa Caterina da Siena, per salvare tante donne dall’aborto.
«Dal 2000 a oggi», dice con un pizzico di sano orgoglio Renata La Rocca, 55 anni, cocciuta presidente e cofondatrice del Centro, «abbiamo assistito circa duemila bambini con le loro mamme». Una quotidiana lotta, fatta anche di vere e proprie avventure (molte donne arrivano al Cav attraverso il numero verde 800.81.30.00), contro ogni tipo di povertà, spirituale certo, ma anche, e oggi soprattutto, materiale. Un quotidiano, quello della signora Renata, con una vita da mamma e da catechista nella parrocchia vicina da portare avanti, e quello del suo manipolo di volontari, 16 in tutto, che ogni giorno passa attraverso le maglie strette delle difficoltà economiche delle donne, la cui lingua madre, come denunciano da tempo le statistiche, è sempre più l’italiano. «È vero», conferma Renata La Rocca, «sempre più donne del nostro Paese si rivolgono a noi perché da sole non ce la fanno». E allora via con l’assegno mensile di 160 euro per 18 mesi del Progetto Gemma, con i pacchi di pannolini, i completini, le vitamine, gli omogeneizzati, le pappe... Sempre a rincorrere, comunque: «Qui a Torino non ce la passiamo molto bene quanto ad aiuti. Abbiamo una buona rete di contatti, dai medici agli psicologi, agli assistenti sociali e agli altri operatori pubblici, per far sì che le ragazze in gravidanza, altrimenti lasciate completamente in balia di sé stesse e dei loro dubbi, ci contattino. Spesso arrivano con il certificato per abortire già in mano. Ma i fondi, salvo per gli aiuti istituzionali degli enti locali e dei proventi del Progetto Gemma, sono largamente insufficienti, tanto più oggi che siamo in piena crisi economica». Un clima minimo di serenità E quartieri come questi sono i primi a pagarne le conseguenze. Annuisce con un sorriso amaro il parroco che ospita il Centro, don Renato Casetta, da 15 anni riferimento spirituale del quartiere: «Qui la crisi della Fiat e del suo indotto ha aggravato una situazione economica e morale già di per sé pesante per le stesse famiglie italiane. Circola molta droga, i negozi si sono spostati altrove lasciando ai bar il ruolo di spazio aggregativo per i giovani, le famiglie conoscono una crisi mai vissuta prima, con realtà di convivenze allargate e mescolate in cui sono i figli i primi a farne le spese. D’altronde, come pensare che si facciano figli in un clima minimo di serenità se il massimo del lavoro che si trova, se si è fortunati, è una collaborazione precaria per qualche mese?». Già, la povertà, il lavoro... Una tesi indiscutibile, quella di don Renato, ormai diventata di comune dominio. E le donne che si incontrano al Cav Sansovino incarnano nelle loro storie, spesso fatte di disagio sociale legato alla povertà materiale e morale, i drammi che si leggono sui giornali e nelle puntuali, fredde statistiche che giungono da ogni dove. Il rischio della solitudine È il caso di Luana, sorriso dolce appena velato da una nota di amarezza. Una vita che lei, coraggiosamente, definisce fortunata: «Mi sono trovata incinta a neanche 24 anni», prova a rompere il ghiaccio la ragazza con in braccio il suo vivace angioletto di 11 mesi, Matteo. «Studiavo cinese all’Università di Torino, ero abbastanza spensierata nonostante la separazione dei miei ma Fabio, il mio fidanzato, e un lavoro seppur precario in un call center per mantenermi, mi davano quella giusta serenità. Poi, all’improvviso, mi trovo incinta. Per prima cosa, senza neppure battere ciglio, vengo subito lasciata a casa dal lavoro. La prima tentazione mia e di Fabio è stata quella di abortire». Non trattiene le lacrime la giovane: «Come possiamo tenere un figlio da soli, senza nessun aiuto, ci dicevamo, in preda all’angoscia». Già, la solitudine. «La mia fortuna è stata di incocciare nel Cav Sansovino attraverso una volontaria del Centro, Ester, mia amica di infanzia. Quello che mi serviva, forse anche prima dei soldi, era qualcuno che mi dicesse: "Coraggio, ce la farai". Oggi non ho dubbi: senza di loro non ce l’avrei fatta». Luana sopravvive, è il caso di dirlo, con l’assegno mensile del Progetto Gemma di 160 euro al mese e lo stipendio da precario del fidanzato, finché ci sarà. Incontriamo anche Jessica, un’altra delle ragazze seguite dal Cav Sansovino. La sua storia è simile a quella di Luana, ma solo per le difficoltà che vive. Incinta all’ottavo mese, senza un compagno vicino, disoccupata, ha deciso di tenere il suo bimbo. Ma con molta speranza in corpo: «Mia nonna, con la quale convivo da quando, ragazzina, venni lasciata dai miei che si stavano separando, all’inizio rifiutò il fatto. Mamma e papà, addirittura, minacciarono di prendermi a calci in pancia se non avessi abortito. Piangevo senza smettere mai, mi sentivo sola e senza via d’uscita. Oggi, tremo al pensarlo, credo che avrei abortito se non avessi trovato il sostegno economico e morale del Cav Sansovino e di Renata». Eleonora, la piccola che ha in grembo, dunque nascerà prestissimo. E per diversa la nuova famiglia, nonna, mamma e nipotina, si aprirà una stagione, certo non priva di stenti: con 700 euro scarsi al mese e qualche pannolino, tra pensione della nonna e sussidi del Cav, dovranno sbarcare il lunario. Almeno fino a settembre, quando Jessica, svezzata la sua piccola, spera alla fine di trovare un lavoro. Precario naturalmente. Stefano
Stimamiglio
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