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Breve ed essenziale, poche righe appena, senza ombra di retorica e con parole scelte con cura, non una di troppo. È il Padre nostro, la sola preghiera che Gesù lascia agli apostoli e ai discepoli che gli sono accanto.
Originario del Monferrato (è nato, infatti, a Castel Boglione, in provincia di Asti, il 3 marzo 1943), laureatosi in Economia e commercio presso l’Università di Torino, alla fine del 1965 Enzo Bianchi si reca a Bose, una frazione allora abbandonata del comune di Magnano, in provincia di Biella, sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica che prende forma nel 1968 e che, oggi, conta un’ottantina di membri tra fratelli e sorelle provenienti da cinque Paesi.
«È la preghiera che caratterizza ogni età della vita. Penso alla mia esperienza personale. Lo recitavo da bambino al mattino e alla sera, prima ancora di andare alle elementari. Oggi, monaco, lo prego a Lodi, Ora Media e Vespri, lo dico durante la Messa, mi affiora spontaneamente sulle labbra quando entro in una sperduta chiesetta di campagna o nella cattedrale di una chiassosa metropoli. E quante volte, sin da quand’ero ragazzino, l’ho sentito recitare, con un fil di voce, sempre più spenta, da persone in punto di morte».
«Non ripetiamo errori antichi».
«Non è corretto affermare che Gesù compie un taglio netto con il passato perché già gli Ebrei pregavano Dio chiamandolo avinu, cioè padre nostro. Semmai, Gesù introduce un termine più intimo, più affettuoso: abba, che significa papà, babbo».
«Perché solo Matteo e Luca presentano Gesù a partire dai suoi grandi discorsi. Per Marco, la vita di Cristo è soprattutto un intreccio salvifico di eventi e di fatti, tutt’al più di parabole. Quello di Giovanni, infine, è il "vangelo altro", è meditazione pura».
«Si tratta di uno scritto antichissimo, che risale al primo secolo dopo Cristo ed è quasi contemporaneo dei Vangeli di Matteo, Marco e Luca, redatto da qualcuno che aveva seguito le predicazioni di Gesù. Didaché si traduce con il termine dottrina. Ci trasmette cose essenziali circa la vita quotidiana delle prime comunità cristiane e il loro modo di pregare. Anche lì troviamo la preghiera del Padre nostro».
«Sì. Risale certamente a Gesù e ne è prova il fatto che non contiene tracce di fede post-pasquale. Tra gli esegeti c’è chi vede nel Padre nostro una semplice traccia, una matrice, un canovaccio consegnato da Gesù ai suoi discepoli; c’è chi lo giudica il canone di ogni preghiera liturgica cristiana; c’è chi considera primitiva la formulazione di Luca o, viceversa, quella di Matteo e, di conseguenza, un restringimento o un ampliamento quella dell’altro. Queste differenti ipotesi non inficiano la comprensione profonda del Padre nostro: è una parola di Gesù che ha dato un frutto assolutamente autentico il quale, a seconda del terreno in cui è caduta, presenta grandezza, colore e sapore diversificati».
«Gesù proveniva da un popolo che sapeva pregare. Nel Padre
nostro si riconosce la matrice orante di Israele; anche un ebreo
potrebbe recitarlo, perché esso è conforme alla fede e all’attesa del
suo popolo. Dico di più: il Pater potrebbe essere pregato anche da
un musulmano, oppure da un credente di un’altra tradizione religiosa,
perché si tratta di una preghiera rivolta a Dio con fiducia. Le domande in
esso contenute sono quelle di ogni credente: pane, perdono, liberazione
dalla prova e dal male. Rivela ciò di cui l’uomo ha bisogno, ciò che è
veramente importante per la sua vita, e dunque ciò che chiunque di noi può
chiedere con filiale abbandono a Dio, nella sua preghiera».
di
Roberto Parmeggiani
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