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«Il problema in Siberia», dice Toto Cutugno, «è uscire dall’albergo, 40, 45 gradi sotto zero, l’itinerario è hotel-teatro-hotel. Non si abituano loro, figurati cosa può provare uno come me che ama il caldo e il sole. Ma è un’esperienza bellissima, conoscono le parole delle mie canzoni e vogliono che le canti in italiano e, naturalmente, che nel repertorio ci sia L’italiano». Toto è raggiante: dopo la lunga malattia che l’ha tenuto lontano dalla musica per quasi due anni (un tumore alla prostata seguito da un difficile intervento chirurgico che l’ha costretto a una lunga convalescenza sulla Riviera Ligure), in Russia è sempre in testa alla hit parade, ci va spesso e, se dovesse accettare tutte le proposte di lavoro, dovrebbe definitivamente trasferirsi tra i ghiacci. Così centellina i suoi trasferimenti. Il lavoro, nel mondo, non gli manca. Ora si sta preparando per Sanremo ma ha già in programma un viaggio in India dove proprio L’italiano sta vendendo milioni di copie nella versione di Aamir Khan, un divo di Bollywood, la Hollywood indiana. Il titolo che nemmeno lui sa tradurre è Nasha ye, pyaar ka nasha hai ed è stato realizzato un video faraonico con centinaia di comparse e ballerini che si può vedere anche su Internet. «Quel video mi ha fatto venir voglia di conoscere Aamir e magari di combinare qualcosa con lui. L’India sinora è stata fuori dai miei programmi, quindi vorrei provare a conoscere quella cultura: entrare in quel coloratissimo, rutilante modo di render spettacolare la musica».
«È vero, lui che aveva già inciso 13 mie canzoni, ottenendo altrettanti successi, mi disse che non voleva apparire presuntuoso e che non se la sentiva di rappresentare in qualche modo l’italiano medio. "Mi pare di leggere già quel che scriveranno, giocando sui tuoi versi", mi disse: "Sono Celentano, un italiano vero". E così non se ne fece niente! Però, mi è andata di lusso lo stesso».
«Quindici volte su 60 Festival, una bella costanza, non ti pare?».
«Non smentisco, ma non confermo la cifra, anche se ci sei andato molto vicino. Però arrivare secondo in quel Festival che sembrava assegnato per diritto divino ai Pooh (che naturalmente lo vinsero) è stata una grande, impagabile soddisfazione...».
«Tutto risale a quando vivevo a La Spezia, dove la mia famiglia s’era trasferita. Ogni notte sognavo di librarmi in volo e dopo aver visto dall’alto i tetti della città atterravo nella piazza principale... E poi mi svegliavo sperando di riaddormentarmi subito e ricominciare. Per me volare è sintomo di libertà».
«Sono stato escluso una sola volta dalla finale, sono
arrivato secondo sette volte, come solista e come autore. Mi aspetto che i
miei aeroplani volino alti. Perché raccontano una bella storia d’amore:
"Amore mio apri le tue ali e voleremo come aeroplani", dice un
verso. E a proposito della mia passione per il cielo e il volo ti do una
notizia. Quando ero convalescente ho scritto un libro, una storia d’amore
che si conclude proprio nel cielo. Si intitola Sulle ali della speranza.
Non so quando lo pubblicherò, ma sento che diventerà anche una fiction
televisiva».
Gigi
Vesigna
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