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DISCUSSO PROVVEDIMENTO SUL SOGGIORNO DEGLI STRANIERI IN ITALIA

UN PERCORSO A OSTACOLI
PIÙ CHE PERMESSO A PUNTI


Il permesso di soggiorno a punti era già previsto nel pacchetto sicurezza. Secondo il ministro Maroni «è un aiuto all’integrazione, non un limite per gli stranieri che vengono in Italia a lavorare».

Il Consiglio dei ministri si appresta a varare il "permesso di soggiorno a punti". Gli immigrati dovranno conquistarselo dimostrando buona conoscenza della lingua italiana e della Costituzione, requisiti essenziali per raggiungere i fatidici 30 punti. Se vi riusciranno, saranno "immatricolati". Altrimenti, c’è la via della "rottamazione" e dovranno fare le valigie. Siamo alla "lotteria" sociale, col sospetto che gli arbitri siano di parte. «Più che un permesso a punti», hanno detto le Acli, «è un percorso a ostacoli». Soprattutto in un Paese dove qualsiasi permesso ha i tempi della burocrazia. Biblici, appunto.

Ma che succederebbe se adottassimo stessi criteri per i nostri connazionali, che per Tullio De Mauro sono "analfabeti di ritorno"? Nel suo libro La cultura degli italiani (Laterza) dimostra che il 70 per cento fatica a comprendere un testo scritto. Il 5 per cento non riesce a capire una frase e non sa fare addizioni a una cifra. Non sarebbe meglio partire da qui?

Anche perché non va meglio, quanto a conoscenza della storia e della lingua italiana, nemmeno con i 43 mila aspiranti giudici, tutti laureati, che nelle prove d’esame hanno infilato tanti di quei verbi sbagliati, errori di grammatica e svarioni ortografici che, per la prima volta, gli ammessi sono stati inferiori ai posti messi a concorso.

Stesso discorso nei test di ammissione all’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove il 36,2 per cento si è ritrovato con un "debito" in italiano. Alla domanda: «Che cosa significa "dormire all’addiaccio"», uno studente, gongolante, ha risposto: «Questa la so! Dormire nel paese dov’è nato Napoleone»! Confondendo "addiaccio" con Ajaccio. Se per i nostri ragazzi ce la caviamo con una risata, agli immigrati potrebbe costare la condanna alla disperazione col foglio di via.

Conoscere la Costituzione è, giustamente, requisito essenziale per fregiarsi del marchio "italiano doc". Come la mettiamo con quei parlamentari, intervistati dalle Iene, che non hanno saputo citare nemmeno il primo articolo? Secondo un sondaggio di Donna Moderna, il 50 per cento degli italiani ammette di non aver mai letto la Costituzione. Come possiamo pretendere che la conoscano gli stranieri? E poi, basta la semplice conoscenza? Perché, è ancor più importante applicarla e rispettarla. Da parte di tutti. A cominciare da quei politici che si sono inventati il "permesso di soggiorno a punti", quasi che un essere umano fosse alla stessa stregua di una patente d’auto. I paladini della secessione, ad esempio, farebbero bene a rileggersi l’articolo 5 della Costituzione, che definisce il nostro Paese una Repubblica «unica e indivisibile».

I politici, tutti, dovrebbero essere costretti a imparare a memoria gli articoli sul sostegno alle famiglie («La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione delle famiglie e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose», art. 31). O anche sul diritto al lavoro («La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni», art. 35).

Sulla Costituzione (sorvoliamo su italiano e cultura generale) sarebbe necessario un periodico controllo "a punti" per i nostri parlamentari. Ci riserverebbe sorprese. Non sempre belle. Ma non c’è da disperarsi. Si può recuperare frequentando corsi di cittadinanza e di democrazia. Con una speciale tessera a punti. E con professori imparziali. Al di sopra delle parti.


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