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Ho scritto e riscritto questa lettera cinque o sei volte. Non volevo fosse un testo politico o un semplice sfogo personale. Voglio raccontarle quanto è difficile il mio ruolo di piccolo imprenditore edile. Storia che un giornale "cattolico di sinistra" come il vostro (potrei dire anche il "mio", perché sono abbonato da una vita) non pubblicherà mai. Per non diventare impopolare. Le vostre posizioni a favore di operai, disoccupati, extracomunitari... rispecchiano, sì, i princìpi evangelici (questa è cosa buona), ma sono lontani dalla realtà sociale. Noi piccoli imprenditori siamo stanchi d’essere accusati di rubare perché evadiamo le tasse. Essere definiti senza scrupoli, perché licenziamo o chiudiamo le aziende. O benestanti perché ci arricchiamo sulla pelle di povere vittime, che sono gli operai. Nella mia azienda ho sei dipendenti. Due sono quasi sempre a casa per permessi, ferie, assenze ingiustificate e malattie vere o presunte. Se, all’improvviso, arrivo in cantiere, li trovo a fumare o al cellulare. Qualche volta, se va bene, lavorano. Ho anche un extracomunitario: in quattro anni non ho capito se è lui a sostenere il badile o viceversa. Non me la sento di licenziarlo, perché ha famiglia e temo di offendere Dio. Però, sarebbe ora che l’operaio riconoscesse che se in busta paga riceve mille euro, il datore di lavoro ne sborsa il doppio in contributi. Senza contare le notti insonni per scadenze di pagamenti e l’ansia per un preventivo d’appalto. In quest’anno di crisi, abbiamo avuto più spese che incassi, ma gli operai sono stati pagati regolarmente. È l’unica cosa che mi rende orgoglioso, perché sei famiglie hanno potuto mangiare e pagare l’affitto o il mutuo. Se le imprese chiudono è perché il costo del lavoro è troppo alto. Non siamo più competitivi. Chi può, licenzia e porta all’estero l’azienda. Anch’io dovrò licenziare, se l’edilizia non si riprenderà. A proposito degli extracomunitari, a parer mio, sarebbe meglio pagare dei volontari che vadano a insegnare un mestiere nei loro Paesi, per farli diventare autonomi, piuttosto che lasciarli venire in Italia, dove scarseggia il lavoro e loro rischiano d’essere costretti a delinquere per mantenersi. Spero, caro padre, che lei possa pubblicare questa mia lettera. Almeno per parità di opinione. E anche per dare voce a chi crea lavoro, assumendosi tutti i rischi. Giorgio Famiglia Cristiana non sta né a destra né a sinistra, caro Giorgio. Dovresti saperlo, visto che ci leggi da anni. È dalla parte del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. E se prende posizione, lo fa solo in nome di questi princìpi. La tua lettera, comunque, merita attenta considerazione per le questioni concrete che si pongono, oggi, all’imprenditore. Il pensiero sociale cristiano, da Leone XIII fino all’ultima enciclica, Caritas in veritate di Benedetto XVI, non si presta alla contrapposizione tra imprenditori e operai. Propone sempre vie appropriate per risolvere i rapporti, non di rado conflittuali. Per questo sostiene l’importanza e il ruolo delle associazioni sia degli imprenditori come dei lavoratori. È questo il luogo principale dove, nel dialogo e nel confronto anche dialettico, si può convergere su decisioni che conciliano le regole dell’economia (o del libero mercato) con la giustizia e la solidarietà. Fare appello e ricorso alle rispettive categorie è necessario, ma non basta. Occorre che la società e, per essa lo Stato, si dia una seria politica economica che premi, ad esempio, le imprese che creano nuovi posti di lavoro. O che passano da assunzioni precarie a contratti a tempo indeterminato. È necessario promuovere uno sviluppo economico che permetta l’accesso al lavoro per tutti. In questa prospettiva, rientra la proposta della riduzione delle tasse alle imprese. È sempre sbagliato e ingiusto generalizzare, come collocare tutti gli imprenditori tra gli evasori fiscali. Di sicuro, non vanno cercati tra i lavoratori dipendenti. Se, però, tutte le categorie pagassero le tasse giuste, sarebbe possibile ridurle. "Pagare tutti per pagare meno", per ora, è solo uno slogan. Nel pensiero sociale della Chiesa, l’imprenditore è considerato in termini di alto profilo professionale e morale. Gli si attribuiscono doti e qualità eccellenti: «diligenza, laboriosità, prudenza nell’assumere i ragionevoli rischi, affidabilità e fedeltà nei rapporti interpersonali, fortezza nell’esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma necessarie per il lavoro comune dell’azienda e per far fronte agli eventuali rovesci di fortuna». Descrizione, questa, che non segue il detto: «Gli affari sono affari», così da chiudere un occhio, anzi due, sulla giustizia. Al contrario, l’imprenditore è consapevole che ogni decisione economica è anche giusta o ingiusta. La tua lettera, caro Giorgio, è la testimonianza che l’imprenditore onesto e corretto non esiste soltanto nell’immaginario, ma anche nella realtà. Sebbene questa, in tempo di crisi, sia difficile e problematica. Il dato più preoccupante, oggi, è il calo di produzione e delle commesse di lavoro, per cui le aziende tendono a licenziare. Una decisione grave che non tutti gli imprenditori considerano con la tua stessa sensibilità e responsabilità. Attualmente, nelle società cosiddette avanzate, cresce il problema lavoro: dalla disoccupazione all’impiego flessibile che, purtroppo, è occupazione precaria che taglia ogni speranza e futuro a centinaia di migliaia di persone, italiani ed extracomunitari. Tutto ciò non è fatale o inevitabile. Occorre una politica, a ogni livello, che orienti il progresso nella conciliazione tra le esigenze economiche e quelle della giustizia e della solidarietà. D.A.
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