Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

E il nostro meridione
incatena le generazioni

 
Attualità.
di Renata Maderna, Maria Gallelli, Giulia Cerqueti
e Orsola Vetri


FAMIGLIA

SI FA PRESTO A DIRE
BAMBOCCIONI


Alcuni vorrebbero ma non possono. Altri non mollano i genitori. 
Le femmine escono prima dei maschi. Ma in Italia lo Stato non aiuta. 
E le famiglie pagano...

I fatti più recenti sono una sentenza del tribunale di Bergamo e un intervento del ministro Brunetta. La prima ha condannato un artigiano trentino, padre divorziato, a continuare a mantenere la figlia 32enne, studentessa fuori corso da 8 anni, a cui aveva sospeso l’assegno perché non si decideva a laurearsi. Il secondo ha creato scalpore perché il ministro della Pubblica amministrazione e dell’innovazione ha provocatoriamente proposto una legge che obblighi i figli a uscire di casa a 18 anni, ammettendo di essere arrivato a 30 anni senza essersi mai rifatto il letto e, quindi, di far parte di diritto della categoria dei "bamboccioni" stigmatizzati già anni fa dall’allora ministro Padoa-Schioppa. Al di là dei commenti suscitati da questi episodi, spinti talvolta dalla polemica politica o da una sorta di tifo per questa o quella generazione – come se interessasse stabilire se siano meglio i padri o i figli, piuttosto che preoccuparsi e occuparsi della vita delle persone –, ci sono i dati recenti del rapporto Istat che ribadisce la tendenza tutta italiana e, anzi, ne mette in luce l’ulteriore acuirsi. Basti pensare che su 10 mila giovani tra i 18 e i 39 anni intervistati il 72,8 per cento è ancora a casa e soltanto la metà di quelli che quattro anni fa affermavano di essere in procinto del grande passo ha mantenuto la parola. Oltre i numeri ci sono le donne e gli uomini veri come quelli a cui diamo voce in queste pagine, capaci di aiutare a comprendere le ragioni di chi varca la porta di casa e di chi se la chiude alle spalle, di chi "sceglie" di vivere da solo o di rimanere con mamma e papà, ma anche di chi è costretto ad andare via o, come raccontano i giovani del Sud, di chi non vede uno sbocco e tantomeno un futuro fuori dalla soglia di casa.

  
L’indagine dell’Istat Le difficoltà nella transizione dei giovani allo stato adulto segnala molte differenze tra il comportamento delle femmine e quello dei maschi. Le prime escono di casa più dei secondi e più giovani (il 58,5 per cento sotto i 30 anni contro il 41,1), mentre più tardi emergono "le criticità nei percorsi di vita femminili".

Tanto per semplificare: la perdita del lavoro quando diventano mamme, la minor carriera e altre tristi questioni sotto gli occhi di tutti. Ma per rimanere in tema, e cioè al più spigliato atteggiamento delle ragazze, può capitare di imbattersi in una come Cinzia Tagliabue, 27 anni, vissuta con la famiglia a Cesano Maderno (Milano), quel che basta per arrivare agli esami di maturità: «Poi ho sentito la necessità di partire», racconta oggi al telefono da un treno che la sta portando nel Nord della Thailandia, a Chang Mai. «Risparmiavo da tempo per pagarmi questo giro zaino in spalla. Viaggiare apre la mente e il contatto con quello che non conosciamo fa diminuire le paure. Però la prima volta, quando sono partita per Londra, lo scopo era imparare la lingua. Non avevo le idee chiare su che cosa volevo fare veramente. Lì mi affascinava conoscere persone di ogni parte del mondo, anche se è stato un periodo molto duro perché facevo fatica a farmi capire».

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Ma quel che frena qualcuno dal prenotare una vacanza all’estero non ha impedito a Cinzia di fare diversi lavori, cameriera, commessa, impiegata. Dopo due anni, però, la voglia di partire si è fatta sentire, destinazione Barcellona, dove vive oggi: «Cambiare città e abitudini non è sempre facile, l’ostacolo più grande non è trovare casa e lavoro, ma stare lontano dalla mia famiglia. Meno male che nuove tecnologie e voli low cost aiutano a rendere questa distanza sostenibile, mentre aumento il mio bagaglio culturale: evadere dai confini fa maturare e vivere esperienze uniche, che non si fanno senza fare fatica».

Anche Alessandra Moretti, 24 anni, vive da sola: «Diventare indipendente, mettermi alla prova e vedere come potevo cavarmela senza la mia famiglia è sempre stato il mio pallino, non perché a casa stessi male, ma ho sempre creduto che per "diventare grandi" bisognasse staccarsi un po’ dalla rete di sicurezza che i genitori tessono intorno a te. Così ho cominciato a risparmiare: piccole rinunce, la prima collaborazione, i lavoretti nel weekend, le fiere. Poco alla volta, la priorità all’università. Dopo la laurea triennale ho tentato di mettere alla prova il mio curriculum. Mi hanno chiamata e offerto un’esperienza nella società in cui lavoro ancora».

Un’aria di vacanza perenne

Dal primo contratto interinale Alessandra è passata al secondo e poi a un impiego in una posizione diversa: «Era più impegnativo, ma anche più appassionante. Quando si è trasformato nel mitico posto fisso ho cambiato casa e vita: prima abitavo a 20 minuti dal lavoro, ora impiego un’ora e mezza. Prima avevo la mia famiglia a portata di mano, ora per vederli prendo la macchina e faccio 40 km. Non è stato un cambiamento a favore della comodità, ma questa nuova vita mi piace: fare la spesa, occuparmi della casa, star dietro a tutto quello che questa autonomia comporta, avere il fidanzato e gli amici che vanno e vengono, le cene organizzate all’ultimo, quest’aria di vacanza perenne. Se poi c’è un dubbio o un problema, so che i miei genitori sono a portata di telefono. E se capita un momento di malinconia, tra Facebook e Sms recupero in un attimo anche i miei fratelli».

«Ma questa emancipazione senza l’aiuto di mamma e papà, diffusissima altrove, in Italia sta mettendo radici in ritardo», commenta Elisabetta Carrà, ricercatrice del Centro di ateneo studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica e madre di due figlie di 19 e 16 anni.

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Ragioni economiche e culturali

«Le cause sono prima di tutto economiche. I lavori occasionali e temporanei si sono diffusi più tardi, ma quel che pesa è il modello di redistribuzione tra le generazioni, ben diverso da altri Paesi dove sono previste borse di studio, contributi di ogni tipo, per l’affitto, lo studio, la casa... Le famiglie italiane devono compensare lo squilibrio tra l’attribuzione di risorse alle generazioni più anziane a scapito di quelle giovani. Dato che lo Stato non favorisce l’uscita dei giovani né verso l’autonomia né verso il matrimonio, i genitori si trovano a mantenerli per sempre, in casa o fuori».

Alle ragioni economiche si intrecciano anche quelle culturali: «Fin da bambini i figli italiani sono meno abituati a stare fuori casa, al nido o all’asilo, e da studenti si trovano a dover seguire percorsi di formazione più lunghi che altrove. Ma diciamo anche che molti giovani, che ne avrebbero la possibilità, rimangono in famiglia perché ci stanno bene e capiscono che non potrebbero avere le medesime condizioni di vita da soli, a cominciare dalla mamma che, per quanto lavoratrice, non smette di garantire attenzioni, pasti, lavaggio, stiro... e qualche vizio difficile da negare».

Renata Maderna
 

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