Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Si fa presto a dire bamboccioni

 
Attualità.
di Renata Maderna, Maria Gallelli, Giulia Cerqueti
e Orsola Vetri


FRA NECESSITÀ ECONOMICHE E FORTI TRADIZIONI FAMILIARI

E IL NOSTRO MERIDIONE
INCATENA LE GENERAZIONI


Tra il 2000 e il 2005, 80 mila laureati del Sud sono emigrati al Centronord. Ma il legame con la famiglia rimane.

Carla, capelli neri e occhi grandi, ad andare a vivere da sola non ci pensa neanche: «Il legame con la famiglia è troppo forte, siamo al Sud, qui è normale». Ha 46 anni, non è sposata. Abita da sempre con i genitori nel piccolo paese della Calabria dove è nata. «Mi piaceva molto studiare, ma quando dopo il diploma ho dovuto scegliere se spostarmi a Reggio Calabria per proseguire l’università oppure restare a lavorare a casa mia, ho preferito non allontanarmi».

Il lavoro non le mancava: un’attività commerciale familiare che sopravvive ancora oggi. Limitazioni alla libertà gestibili, a casa qualcuno ad aspettarla con un pasto caldo già pronto la sera. «Un rapporto così lo può capire solo chi lo vive. E adesso do anch’io una mano ai miei, non più giovanissimi».

Tabella.

A mangiare dalla mamma

Suo fratello, invece – una laurea fuori e vita altrove –, ha sposato una ragazza danese: «Altra mentalità: a 18 anni lì sono costretti a uscire da casa e se qualcuno prolunga la permanenza deve contribuire alle spese familiari. Qui, se ci si sposta, al massimo si va nell’appartamento di fianco e si mangia comunque con la mamma».

Daniela, 42 anni, respira la stessa aria. Dodici anni a Roma, una laurea in Scienze politiche e una prima occupazione, poi il rientro in Calabria per il lavoro che sognava, tra i rifugiati politici del Cir, l’amore folle per Badolato, il suo borgo medievale. «L’errore è stato iniziale, quando non sono andata a vivere da sola: ma non potevo fare altrimenti, avevo un lavoro a progetto. A quest’ora i miei si sarebbero già abituati. Adesso diventa difficile, soffrirebbero troppo, hanno un’età e il cordone un po’ c’è». 

«Forse anche da parte sua», chiarisce il fratello Domenico, 33 anni, geologo di ritorno laureato a Milano, che oggi ha un lavoro a basso stipendio e quindi minor possibilità di andar via. Lui soffre di più, sa lavare e stirare, l’ha fatto per anni. «Daniela è la sorella maggiore. Lei si sente troppo responsabile, è quasi la mamma dei nostri genitori. Io scapperei, ma dove posso andare senza uno stipendio normale? E poi, se vivessi da solo, i miei penserebbero di aver fatto qualcosa di male, di aver fallito».

Il Sud incatena le generazioni: i bambini crescono con i nonni, i figli non abbandonano i padri. Le mamme sono nutrici a vita, pronte sempre ad accudire la prole vicina e lontana. È una missione verso tutti i figli in generale, in particolare verso quelli del riscatto, della laurea, che inconsciamente libera da un passato antico di sottomissione feudale e disuguaglianza, e mette finalmente tutti alla pari. «Ora che ti ho visto laureato», dicono i nonni ai nipoti, «posso pure morire». E una volta preso il titolo, il posto è a casa, in famiglia non altrove: quasi tutti all’inizio provano a tornare, l’amore fa star bene.

Ma il lavoro non c’è neanche per chi resta: c’è solo ricerca affannosa, pochi fortunati. Per gli altri solamente sfruttamento economico o lavoro nero. E quindi ancora valigie.

Sono 80 mila i laureati del Sud che tra il 2000 e il 2005 sono emigrati verso il Centronord (dati Bankitalia, gennaio 2009). «Ma prima, chi andava a Milano faceva fortuna; oggi», dice Domenico, «si va lì, anche con la laurea, per sopravvivere, per scappare dalla fame». E quando si approda altrove, per mesi, a volte per anni, il cordone rimane: resta il bancomat familiare, quelle "rimesse" che non tornano, piuttosto vanno.

Antonietta, 30 anni, laurea in Filosofia, da due non trova occupazione a Roma: ha deciso di riprendere a studiare e di iscriversi a un master. Dipende da casa, fa solo piccoli lavoretti. Andrea e Alessandra, 33 anni lei, 32 lui, sono fidanzati da nove. Laurea in Lettere classiche alla Sapienza per entrambi, l’una abilitata all’insegnamento, l’altro con alle spalle un dottorato in Filologia e oggi una borsa di studio all’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli: 800 euro al mese, una vita da pendolare: «Posso farlo solamente perché vivo in casa con mia madre».

Lei abita con la sorella in una casa acquistata dai genitori. Quest’anno solo risicate supplenze temporanee. Di vita insieme non è aria: «Non è possibile chiedere ai genitori di mantenermi da sposata, non è dignitoso». Bamboccioni no, arrabbiati sì: «Per fortuna abbiamo i genitori. Ma per quanto può durare?».

Maria Gallelli
  
   
Diplomato al conservatorio di Palermo, la lirica è il mio sogno e la mia passione: sono un tenore. I miei genitori mi incoraggiano, ma mi hanno spinto a studiare anche ragioneria per restare con i piedi per terra. Sono venuto da Mussomeli (Caltanissetta) a Milano, il posto giusto per trovare un lavoro d’ufficio e tentare la carriera musicale. Ora ho un impiego e posso continuare a studiare canto. Vivere qui è dispendioso, ma ho la fortuna di essere ospite da amici. Grazie a questo, posso permettermi le lezioni di canto e le uscite serali. Se penso al futuro sono sereno, ma la difficoltà sarà l’acquisto di una casa: i costi sono inavvicinabili.

Carmelo, 26 anni

Faccio il pendolare tra due città e la sera rientro tardi. Con il mio stile di vita non avrei certo il tempo per pensare ad altro, gestire una casa, fare la spesa, cucinare... La sera vado in piscina, in palestra, esco con gli amici. C’è poi la convenienza economica: stando a casa risparmio molto. Andrei a vivere per conto mio solo se dovessi trasferirmi o sposarmi. Con i miei genitori sto bene: non ho mai avuto problemi o grandi discussioni. Certo, non ho una libertà totale, e se una sera decido di dormire fuori una telefonata la faccio, ma per educazione e rispetto. Non perché loro mi controllino. Ci mancherebbe, a 35 anni...

Paolo, 35 anni
  

Ho scelto di non andare via da casa perché dopo il diploma ho trovato un lavoro nel paese vicino e poi mi sentivo troppo legata alla mia famiglia. I miei amici sono invece partiti tutti per il Nord, chi a studiare, chi a lavorare. Io sono rimasta con mamma e papà. In un paese piccolo della Calabria non si può fare altrimenti: se una ragazza non si sposa è impensabile andare a vivere da sola. La gente parla. Ma a volte il desiderio compare. La privacy? Mi ritaglio il mio angolino, è una gran fatica. Oggi, comunque, non sarebbe possibile neanche pensarci: chi mi aveva assunta, a causa della crisi, mi ha sostituita con sua figlia. Qui rimanere senza lavoro, se si è parenti di nessuno, è una maledizione. Mi viene da piangere: ho sei anni di esperienza, ho mandato curricula dappertutto, ma non mi chiama nessuno. Intanto do una mano ai miei genitori e a mio fratello, single quarantenne. Se avessi soldi forse, con l’avanzare dell’età, penserei a una casa tutta mia, anche a prescindere da un uomo. Ma con il lavoro mi è stato tolto il futuro. E, insieme, la possibilità di sognare.

Francesca, 34 anni
  

La mia non è convenienza economica. Da anni ho un lavoro sicuro e potrei sostenere senza problemi le spese di un affitto o di un mutuo. Anzi, un appartamento pronto ce l’avrei già. Il fatto è che ho un legame molto forte con la mia famiglia, con mio padre e mia madre ho un rapporto bellissimo, ottimo direi. Mi piace l’idea di ritrovarci tutti insieme a tavola a pranzo e a cena, scambiare quattro chiacchiere, discutere, raccontarci la giornata. E poi loro mi lasciano tutta la libertà possibile, non mi condizionano, posso rientrare agli orari che voglio. Tanti se ne vanno di casa per non essere più controllati, per vivere liberi e come vogliono loro. Io la mia libertà già ce l’ho. Inoltre, da molto tempo sono single, non ho un legame sentimentale stabile. Se avessi una fidanzata, un rapporto serio, sentirei l’esigenza di staccarmi dalla mia famiglia di origine per progettarne un’altra tutta mia. Ma adesso, perché andare a vivere per conto mio? La sera dopo il lavoro mi ritroverei a casa da solo, senza nessuno che mi aspetta e con cui sedermi a tavola. Per me che sono una persona molto socievole sarebbe un disastro.

Franco, 38 anni


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