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Carla, capelli neri e occhi grandi, ad andare a vivere da sola non ci pensa neanche: «Il legame con la famiglia è troppo forte, siamo al Sud, qui è normale». Ha 46 anni, non è sposata. Abita da sempre con i genitori nel piccolo paese della Calabria dove è nata. «Mi piaceva molto studiare, ma quando dopo il diploma ho dovuto scegliere se spostarmi a Reggio Calabria per proseguire l’università oppure restare a lavorare a casa mia, ho preferito non allontanarmi». Il lavoro non le mancava: un’attività commerciale familiare che sopravvive ancora oggi. Limitazioni alla libertà gestibili, a casa qualcuno ad aspettarla con un pasto caldo già pronto la sera. «Un rapporto così lo può capire solo chi lo vive. E adesso do anch’io una mano ai miei, non più giovanissimi».
A mangiare dalla mamma Suo fratello, invece – una laurea fuori e vita altrove –, ha sposato una ragazza danese: «Altra mentalità: a 18 anni lì sono costretti a uscire da casa e se qualcuno prolunga la permanenza deve contribuire alle spese familiari. Qui, se ci si sposta, al massimo si va nell’appartamento di fianco e si mangia comunque con la mamma». Daniela, 42 anni, respira la stessa aria. Dodici anni a Roma, una laurea in Scienze politiche e una prima occupazione, poi il rientro in Calabria per il lavoro che sognava, tra i rifugiati politici del Cir, l’amore folle per Badolato, il suo borgo medievale. «L’errore è stato iniziale, quando non sono andata a vivere da sola: ma non potevo fare altrimenti, avevo un lavoro a progetto. A quest’ora i miei si sarebbero già abituati. Adesso diventa difficile, soffrirebbero troppo, hanno un’età e il cordone un po’ c’è». «Forse anche da parte sua», chiarisce il fratello Domenico, 33 anni, geologo di ritorno laureato a Milano, che oggi ha un lavoro a basso stipendio e quindi minor possibilità di andar via. Lui soffre di più, sa lavare e stirare, l’ha fatto per anni. «Daniela è la sorella maggiore. Lei si sente troppo responsabile, è quasi la mamma dei nostri genitori. Io scapperei, ma dove posso andare senza uno stipendio normale? E poi, se vivessi da solo, i miei penserebbero di aver fatto qualcosa di male, di aver fallito». Il Sud incatena le generazioni: i bambini crescono con i nonni, i figli non abbandonano i padri. Le mamme sono nutrici a vita, pronte sempre ad accudire la prole vicina e lontana. È una missione verso tutti i figli in generale, in particolare verso quelli del riscatto, della laurea, che inconsciamente libera da un passato antico di sottomissione feudale e disuguaglianza, e mette finalmente tutti alla pari. «Ora che ti ho visto laureato», dicono i nonni ai nipoti, «posso pure morire». E una volta preso il titolo, il posto è a casa, in famiglia non altrove: quasi tutti all’inizio provano a tornare, l’amore fa star bene. Ma il lavoro non c’è neanche per chi resta: c’è solo ricerca affannosa, pochi fortunati. Per gli altri solamente sfruttamento economico o lavoro nero. E quindi ancora valigie. Sono 80 mila i laureati del Sud che tra il 2000 e il 2005 sono emigrati verso il Centronord (dati Bankitalia, gennaio 2009). «Ma prima, chi andava a Milano faceva fortuna; oggi», dice Domenico, «si va lì, anche con la laurea, per sopravvivere, per scappare dalla fame». E quando si approda altrove, per mesi, a volte per anni, il cordone rimane: resta il bancomat familiare, quelle "rimesse" che non tornano, piuttosto vanno. Antonietta, 30 anni, laurea in Filosofia, da due non trova occupazione a Roma: ha deciso di riprendere a studiare e di iscriversi a un master. Dipende da casa, fa solo piccoli lavoretti. Andrea e Alessandra, 33 anni lei, 32 lui, sono fidanzati da nove. Laurea in Lettere classiche alla Sapienza per entrambi, l’una abilitata all’insegnamento, l’altro con alle spalle un dottorato in Filologia e oggi una borsa di studio all’Istituto italiano per gli studi storici di Napoli: 800 euro al mese, una vita da pendolare: «Posso farlo solamente perché vivo in casa con mia madre». Lei abita con la sorella in una casa acquistata dai genitori. Quest’anno solo risicate supplenze temporanee. Di vita insieme non è aria: «Non è possibile chiedere ai genitori di mantenermi da sposata, non è dignitoso». Bamboccioni no, arrabbiati sì: «Per fortuna abbiamo i genitori. Ma per quanto può durare?». Maria
Gallelli
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