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Attualità.
di Francesco Anfossi
foto di Attilio Rossetti


PRETI DI PADANIA / 2 - LOMBARDIA
VIAGGIO NEL NORD, DOVE IL CARROCCIO MIETE CONSENSI


LA LEGA IN PARROCCHIA

Gli elettori di Bossi sono ben presenti nelle comunità e nel volontariato. Che continuano l opera di accoglienza.

Ma insomma, Coccaglio è razzista o no? Un viaggio tra i parroci nelle terre di Lombardia non può che partire da questo Comune bresciano divenuto tristemente famoso per l’operazione "White Christmas", bianco Natale. Coccaglio si presenta multietnica a prima vista, basta fare due passi in piazza. I suoi extracomunitari (marocchini, kosovari, nigeriani) non fuggono e nemmeno si nascondono: vanno solo di fretta, alla bresciana, perché hanno da lavorare.

Don Stefano Ghiringhelli, parroco di Bedero Valcuvia (Varese) con un militante leghista.
Don Stefano Ghiringhelli, parroco di Bedero Valcuvia (Varese)
con un militante leghista.

La chiesa fronteggia il monumento al suo coccagliese più celebre, Luca Marenzio, musico madrigalista («il più dolce cigno d’Italia, di più e meglio non si potrà pregare in musica», si legge sul basamento). Ma ora il più famoso dei coccagliesi è il suo sindaco, per via di una delibera che ha fatto il giro del mondo e che ha mandato i vigili casa per casa a controllare i documenti di soggiorno scaduti. Per il parroco don Giovanni Gritti «è stata tutta una montatura sul nulla, su delle frasi sconsiderate che peraltro gli amministratori negano di aver detto. È questa la mia rabbia. Non c’è stata nessuna caccia all’immigrato. Quando uscì l’intervista di uno degli assessori sull’operazione, ho chiesto immediatamente spiegazioni, e tutti mi hanno giurato che persino il riferimento al bianco Natale si riferiva alla nota canzone di Bing Crosby, senza nessuna allusione al colore della pelle».

Semplice censimento anagrafico

«È stato un semplice censimento anagrafico, senza nessuna conseguenza, peraltro già adottato dalla precedente amministrazione. Coccaglio non è per niente razzista. Abbiamo 1.500 immigrati. La seconda generazione di extracomunitari si sta integrando nelle scuole, negli oratori, nelle società sportive, senza problemi. Per la prima è più difficile, ma è comprensibile». Anche questo può toccare a un parroco: riparare l’immagine distorta del paese. Ma i dirigenti leghisti non si vergognano delle ambiguità, spesso ci giocano. Alla fin della fiera degli equivoci, arrivano i voti.

La sede della Lega Nord a Breno (Brescia).
La sede della Lega Nord a Breno (Brescia).

Nel Bresciano, come nel resto del Nord, da almeno vent’anni la politica si è trasformata da ideologica a identitaria. Gli elettori chiedono buona amministrazione, strade pulite e servizi efficienti, pragmatismo, sicurezza, rispetto delle tradizioni. I minareti e le moschee non ci sono, ma potrebbero arrivare come i Turchi a Otranto, annunciati da burqa, attentati, imam minacciosi che finora hanno visto solo in televisione. Per capire come si conciliano, senza dubbi sulla carità evangelica, fede e leghismo, bisogna guardare dentro quel miscuglio di contraddizioni che in fondo è lo specchio dell’Italia contemporanea. Crocifissi e proclami contro gli immigrati, Messa di Natale e caccia al clandestino. Il dio Po e l’armamentario panico sono in soffitta. Come collante identitario la Lega utilizza la religione cattolica. Spesso in chiave poco cattolica. "Tu stacchi il crocifisso, e io ti stacco le mani", era il titolo di una manifestazione della Lega di Brescia sud.

«Qui l’integrazione funziona bene»

Monsignor Aldo Delaidelli è vicario episcopale e parroco di Roncadelle, celebre per il suo castello. Premette, come tutti i sacerdoti incontrati, di non essere schierato per questo o quel partito, conosce i problemi del suo territorio, che è amministrato dal Centrosinistra ma dove il Carroccio è forte. «Nella mia parrocchia problemi non ne ho, qui l’integrazione funziona bene», spiega. «La comunità cristiana sa che quanto viene raccolto dalla Caritas viene devoluto in maggior percentuale per gli immigrati ma continua a donare con serenità. Rispetto a certi eccessi e atteggiamenti enunciati a livello nazionale contro gli immigrati, da parte nostra si pone un problema di attenzione e di formazione. Se io alla mia gente, come ho fatto in Avvento, continuo a ripetere che Cristo viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo credo che rendo un servigio alla comunità ed educo all’accoglienza del diverso».

Monsignor Franco Corbelli nel centro di accoglienza "Casa Giona".
Monsignor Franco Corbelli nel centro di accoglienza "Casa Giona".

Un gioiello di ospitalità

Monsignor Franco Corbelli è parroco di Breno, in Val Camonica, un paesino di 5 mila anime a due passi dal Lago d’Iseo. Dalle finestre del centro di accoglienza "Casa Giona", un gioiello di ospitalità diretto da Rossella Angeloni, ci mostra il panorama dei monti, con le cime della Conca Arena e del Pizzo Camino. In cucina c’è Adriana Vatavu, 43 anni, romena. «Sono arrivata qui quattro anni fa come badante, oggi vivo in un paesino vicino con mio marito e mio figlio, a Pian Cagno, faccio la badante e la colf. Vengo qui un paio di giorni a settimana e faccio da mangiare per i rifugiati politici. Quando sono venuta in Italia ho ricevuto tanto e ora restituisco».

«Qui a Breno», spiega monsignor Corbelli che è anche vicario episcopale per la Val Camonica, «c’è una conferenza di San Vincenzo, un emporio Caritas, dove gli extracomunitari fanno la fila, un banco alimentare. La rete del volontariato è fitta. Tutta la cittadinanza è aperta nei confronti degli immigrati. Ci può essere qualche reazione nei confronti dello straniero, ma sono sporadiche. Io tra la gente, semmai, colgo l’indifferenza, non l’insofferenza. I leghisti vanno a Messa quanto vanno gli ex Dc, gli ex Pc, gli ex Psi. Esattamente come gli altri».

Don Fabio Corazzina.
Don Fabio Corazzina.

La Lega procede ormai da vent’anni su questo doppio binario. Urla e provvedimenti di sapore xenofobo, se non razzista, sul piano nazionale, per fini elettorali, buona amministrazione sul piano locale, ottimi rapporti con la comunità ecclesiale. È l’evoluzione della Lega di lotta e di Governo. In molti Comuni e città del Nord il Carroccio predica male e razzola bene. Chi vuol capire la Lega deve considerare questa doppiezza politica, questa furbizia bertoldesca tipica del suo fondatore Bossi.

Ci rimettiamo in macchina e scendiamo verso Brescia, la città con i più alti tassi di immigrazione d’Italia. Don Fabio Corazzina è parroco di Santa Maria in Silva, ad altissima densità di immigrati extracomunitari. «Alle elementari», spiega, «siamo ormai 50 e 50. Ma il problema per un parroco non è la presenza di stranieri. Il problema è l’evangelizzazione, l’appartenenza alla comunità. «Siamo al 10,5 per cento di frequentanti la Messa. L’esasperazione del problema stranieri nasconde il vuoto, la crisi di appartenenza ecclesiale». L’esasperazione del rifiuto dell’altro, continua don Fabio, «deriva da una leggerezza che parte da lontano: 20 anni fa l’emergere di fenomeni come la cultura leghista e il rifiuto dell’altro sono stati letti con estrema leggerezza. Col tempo sono diventati slogan e percorso politico. Non abbiamo preso sul serio le emozioni, i pensieri, i progetti delle persone. A Rovato il sindaco leghista ha teorizzato quello che poi è avvenuto sul piano nazionale: il pacchetto sicurezza. Quando chiedevo interventi al consiglio presbiterale mi dicevano: lascia perdere, sono cose che passano».

Tre ospiti di "Casa Giona".
Tre ospiti di "Casa Giona".

Le parrocchie del Bresciano ormai sono avamposti dell’Italia multietnica. Quanto all’accoglienza Brescia non è seconda a nessuno. Il lavoro dei volontari delle Caritas è enorme. Don Giuseppe Tomasini è stato parroco per 33 anni e oggi si occupa dell’evangelizzazione dei nuovi gruppi etnici. «Qui è tutto da costruire, perché moltissimi sono atei, come i cinesi e gli albanesi, che provengono dal socialismo reale. Abbiamo una comunità romena ortodossa, dobbiamo lavorare sull’ecumenismo. I musulmani invece sono più distanti e distaccati».

Per don Adriano Bianchi, direttore del giornale diocesano La voce del popolo, «lo sforzo del parroco sta nel coniugare l’integrazione e l’accoglienza dentro un contesto contaminato dalla politica. Ci sono spinte disgreganti delle loro comunità. Lo vedo dalle lettere in redazione. C’è un’invadenza viscerale della politica che divide tra destra e sinistra e tende a toccare la pancia delle persone più che l’analisi del ragionamento. Oggi è più difficile essere cristiani e basta che cristiani di centrodestra o di centrosinistra. La politica divide anche le comunità cristiane. Nelle piccole comunità, quando la classe dirigente di centrodestra va al potere, quella di centrosinistra va in consiglio pastorale e dà battaglia anche da lì. Per poi scambiarsi i ruoli se le elezioni decretano l’avvicendamento dei due schieramenti». Consiglio pastorale versus consiglio comunale. «È una conseguenza del bipolarismo a livello locale. La fatica tra i sacerdoti a tenere unita la comunità è grande».

Francesco Anfossi
   
  
I DUE PRIMATI DI BEDERO VALCUVIA

Bedero Valcuvia è un comune del Varesotto, a due passi dal Lago Maggiore, con due primati: ha la più alta percentuale di volontariato in rapporto ai suoi abitanti e un consenso di elettori della Lega Nord che supera il 60 per cento. «Su 750 abitanti ne ho 75 solo in parrocchia impegnati regolarmente in opere di solidarietà, per non parlare dei volontari dell’associazionismo laico e comunale. Quale centro può vantare un dato così?», sintetizza don Stefano Ghiringhelli, parroco di questo paesino che sembra ancora immerso nel Medioevo: un ricamo di strade strette che si snodano al disotto di archi duecenteschi, case in pietra costruite gomito a gomito. «Se si attraversa la piazza», recita una guida turistica, «si possono ancora sentire le donne che insegnano catechismo ai bambini».

La sede della Lega Nord di Corte Franca (Brescia).
La sede della Lega Nord di Corte Franca (Brescia).

Don Stefano premette di amare tutti i suoi 750 parrocchiani «con i loro pregi e difetti». L’oratorio della chiesa di Sant’Ilario è frequentato da numerosi ragazzi extracomunitari. Però aggiunge: «Non faccio fatica a comprendere le istanze leghiste». E le sparate contro i clandestini, il pacchetto sicurezza? «Il dibattito politico nazionale, con i suoi eccessi, viene sentito lontano. Da queste parti viene avvertito più il timore che la nostra cultura e la nostra tradizione piano piano si sfarinino fino a scomparire». Don Stefano aggiunge che però non si comprende abbastanza «che non è soltanto l’immigrazione a rovinarci da questo punto di vista. Siamo prima di tutto noi con le nostre mani a farle scomparire, con il nostro poco amore, il nostro poco attaccamento alle stesse cose che difendiamo da altri. I primi nemici dei nostri valori siamo noi. Lo dico spesso dal pulpito». L’indifferenza «e probabilmente anche questa immigrazione massiccia che confonde un po’ le cose e porta a essere un po’ meno sicuri» creano il pericolo. «Stiamo vivendo in un tempo in cui si verifica un combinato esplosivo: l’avvicinarsi di culture diverse che molto spesso favoriscono l’indifferenza e la rinuncia a noi stessi, alla nostra fede e alla nostra tradizione». Ma la Lega non va a volte contro la cultura dell’accoglienza, proposta dal Vangelo? «Vede, noi non viviamo il problema dell’immigrazione in maniera drammatica. Abbiamo pochi extracomunitari, tutti integrati, quasi tutti provenienti dall’America latina. Qui da noi non si verifica lo scontro di culture, convinzioni e religione». Insomma in questo feudo leghista la gente vive in modo stemperato le tirate di Bossi. Che peraltro nel luglio scorso è venuto di persona a Bedero a portare in dono i fondi della Banca popolare di Milano per la ricostruzione della chiesa che era andata distrutta da un incendio: «C’era radunato tutto il paese, è stata una presenza molto sentita».

E le accuse di Calderoli all’arcivescovo di Milano Tettamanzi, paragonato a un imam e a un mafioso? «Queste esternazioni da noi si vivono molto da lontano. Del resto siamo abituati a questo clamore, come le dichiarazioni separatiste, che poi non vengono mai messe in atto nella pratica. È solo un genere letterario forte, determinato da un po’ di nervosismo, da un po’ di rabbia». Insomma, se ci sono contraddizioni, «sul territorio si superano». A proposito di Bossi, lo si era visto alla Messa in San Michele, a Varese, il giorno di Pasqua del 2008. La cosa faceva ben sperare. «Ma da allora non l’ho più visto», glissa il parroco don Pietro Giola. Chissà, forse per la prossima Pasqua.

F.Anf.


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