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Ma insomma, Coccaglio è razzista o no? Un viaggio tra i parroci nelle terre di Lombardia non può che partire da questo Comune bresciano divenuto tristemente famoso per l’operazione "White Christmas", bianco Natale. Coccaglio si presenta multietnica a prima vista, basta fare due passi in piazza. I suoi extracomunitari (marocchini, kosovari, nigeriani) non fuggono e nemmeno si nascondono: vanno solo di fretta, alla bresciana, perché hanno da lavorare.
La chiesa fronteggia il monumento al suo coccagliese più celebre, Luca Marenzio, musico madrigalista («il più dolce cigno d’Italia, di più e meglio non si potrà pregare in musica», si legge sul basamento). Ma ora il più famoso dei coccagliesi è il suo sindaco, per via di una delibera che ha fatto il giro del mondo e che ha mandato i vigili casa per casa a controllare i documenti di soggiorno scaduti. Per il parroco don Giovanni Gritti «è stata tutta una montatura sul nulla, su delle frasi sconsiderate che peraltro gli amministratori negano di aver detto. È questa la mia rabbia. Non c’è stata nessuna caccia all’immigrato. Quando uscì l’intervista di uno degli assessori sull’operazione, ho chiesto immediatamente spiegazioni, e tutti mi hanno giurato che persino il riferimento al bianco Natale si riferiva alla nota canzone di Bing Crosby, senza nessuna allusione al colore della pelle». Semplice censimento anagrafico «È stato un semplice censimento anagrafico, senza nessuna conseguenza, peraltro già adottato dalla precedente amministrazione. Coccaglio non è per niente razzista. Abbiamo 1.500 immigrati. La seconda generazione di extracomunitari si sta integrando nelle scuole, negli oratori, nelle società sportive, senza problemi. Per la prima è più difficile, ma è comprensibile». Anche questo può toccare a un parroco: riparare l’immagine distorta del paese. Ma i dirigenti leghisti non si vergognano delle ambiguità, spesso ci giocano. Alla fin della fiera degli equivoci, arrivano i voti.
Nel Bresciano, come nel resto del Nord, da almeno vent’anni la politica si è trasformata da ideologica a identitaria. Gli elettori chiedono buona amministrazione, strade pulite e servizi efficienti, pragmatismo, sicurezza, rispetto delle tradizioni. I minareti e le moschee non ci sono, ma potrebbero arrivare come i Turchi a Otranto, annunciati da burqa, attentati, imam minacciosi che finora hanno visto solo in televisione. Per capire come si conciliano, senza dubbi sulla carità evangelica, fede e leghismo, bisogna guardare dentro quel miscuglio di contraddizioni che in fondo è lo specchio dell’Italia contemporanea. Crocifissi e proclami contro gli immigrati, Messa di Natale e caccia al clandestino. Il dio Po e l’armamentario panico sono in soffitta. Come collante identitario la Lega utilizza la religione cattolica. Spesso in chiave poco cattolica. "Tu stacchi il crocifisso, e io ti stacco le mani", era il titolo di una manifestazione della Lega di Brescia sud. «Qui l’integrazione funziona bene» Monsignor Aldo Delaidelli è vicario episcopale e parroco di Roncadelle, celebre per il suo castello. Premette, come tutti i sacerdoti incontrati, di non essere schierato per questo o quel partito, conosce i problemi del suo territorio, che è amministrato dal Centrosinistra ma dove il Carroccio è forte. «Nella mia parrocchia problemi non ne ho, qui l’integrazione funziona bene», spiega. «La comunità cristiana sa che quanto viene raccolto dalla Caritas viene devoluto in maggior percentuale per gli immigrati ma continua a donare con serenità. Rispetto a certi eccessi e atteggiamenti enunciati a livello nazionale contro gli immigrati, da parte nostra si pone un problema di attenzione e di formazione. Se io alla mia gente, come ho fatto in Avvento, continuo a ripetere che Cristo viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo credo che rendo un servigio alla comunità ed educo all’accoglienza del diverso».
Un gioiello di ospitalità Monsignor Franco Corbelli è parroco di Breno, in Val Camonica, un paesino di 5 mila anime a due passi dal Lago d’Iseo. Dalle finestre del centro di accoglienza "Casa Giona", un gioiello di ospitalità diretto da Rossella Angeloni, ci mostra il panorama dei monti, con le cime della Conca Arena e del Pizzo Camino. In cucina c’è Adriana Vatavu, 43 anni, romena. «Sono arrivata qui quattro anni fa come badante, oggi vivo in un paesino vicino con mio marito e mio figlio, a Pian Cagno, faccio la badante e la colf. Vengo qui un paio di giorni a settimana e faccio da mangiare per i rifugiati politici. Quando sono venuta in Italia ho ricevuto tanto e ora restituisco». «Qui a Breno», spiega monsignor Corbelli che è anche vicario episcopale per la Val Camonica, «c’è una conferenza di San Vincenzo, un emporio Caritas, dove gli extracomunitari fanno la fila, un banco alimentare. La rete del volontariato è fitta. Tutta la cittadinanza è aperta nei confronti degli immigrati. Ci può essere qualche reazione nei confronti dello straniero, ma sono sporadiche. Io tra la gente, semmai, colgo l’indifferenza, non l’insofferenza. I leghisti vanno a Messa quanto vanno gli ex Dc, gli ex Pc, gli ex Psi. Esattamente come gli altri».
La Lega procede ormai da vent’anni su questo doppio binario. Urla e provvedimenti di sapore xenofobo, se non razzista, sul piano nazionale, per fini elettorali, buona amministrazione sul piano locale, ottimi rapporti con la comunità ecclesiale. È l’evoluzione della Lega di lotta e di Governo. In molti Comuni e città del Nord il Carroccio predica male e razzola bene. Chi vuol capire la Lega deve considerare questa doppiezza politica, questa furbizia bertoldesca tipica del suo fondatore Bossi. Ci rimettiamo in macchina e scendiamo verso Brescia, la città con i più alti tassi di immigrazione d’Italia. Don Fabio Corazzina è parroco di Santa Maria in Silva, ad altissima densità di immigrati extracomunitari. «Alle elementari», spiega, «siamo ormai 50 e 50. Ma il problema per un parroco non è la presenza di stranieri. Il problema è l’evangelizzazione, l’appartenenza alla comunità. «Siamo al 10,5 per cento di frequentanti la Messa. L’esasperazione del problema stranieri nasconde il vuoto, la crisi di appartenenza ecclesiale». L’esasperazione del rifiuto dell’altro, continua don Fabio, «deriva da una leggerezza che parte da lontano: 20 anni fa l’emergere di fenomeni come la cultura leghista e il rifiuto dell’altro sono stati letti con estrema leggerezza. Col tempo sono diventati slogan e percorso politico. Non abbiamo preso sul serio le emozioni, i pensieri, i progetti delle persone. A Rovato il sindaco leghista ha teorizzato quello che poi è avvenuto sul piano nazionale: il pacchetto sicurezza. Quando chiedevo interventi al consiglio presbiterale mi dicevano: lascia perdere, sono cose che passano».
Le parrocchie del Bresciano ormai sono avamposti dell’Italia multietnica. Quanto all’accoglienza Brescia non è seconda a nessuno. Il lavoro dei volontari delle Caritas è enorme. Don Giuseppe Tomasini è stato parroco per 33 anni e oggi si occupa dell’evangelizzazione dei nuovi gruppi etnici. «Qui è tutto da costruire, perché moltissimi sono atei, come i cinesi e gli albanesi, che provengono dal socialismo reale. Abbiamo una comunità romena ortodossa, dobbiamo lavorare sull’ecumenismo. I musulmani invece sono più distanti e distaccati». Per don Adriano Bianchi, direttore del giornale
diocesano La voce del popolo, «lo sforzo del parroco sta nel
coniugare l’integrazione e l’accoglienza dentro un contesto contaminato
dalla politica. Ci sono spinte disgreganti delle loro comunità. Lo vedo
dalle lettere in redazione. C’è un’invadenza viscerale della politica
che divide tra destra e sinistra e tende a toccare la pancia delle persone
più che l’analisi del ragionamento. Oggi è più difficile essere
cristiani e basta che cristiani di centrodestra o di centrosinistra. La
politica divide anche le comunità cristiane. Nelle piccole comunità,
quando la classe dirigente di centrodestra va al potere, quella di
centrosinistra va in consiglio pastorale e dà battaglia anche da lì. Per
poi scambiarsi i ruoli se le elezioni decretano l’avvicendamento dei due
schieramenti». Consiglio pastorale versus consiglio comunale. «È
una conseguenza del bipolarismo a livello locale. La fatica tra i sacerdoti
a tenere unita la comunità è grande».
Francesco
Anfossi
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