Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Giulia Cerqueti


SOCIETÀ
LA TESTIMONIANZA DI MARTINA MARINUCCI


«E ADESSO RESPIRO»

Ha sofferto di attacchi di panico. Ora è una cantante rock, moglie di Max Pezzali e madre di due figli, Matilda e Hilo.

La prima volta accade nel 2000, alla guida della sua auto. All’improvviso il vuoto, il senso di soffocamento, il sudore, la perdita dei sensi e lo schianto sul Raccordo anulare romano. Martina Marinucci si risveglia in un letto di ospedale. E quando i medici pronunciano quelle parole, "sindrome da attacco di panico", lei non ci vuole credere. Eppure, quegli stati d’animo improvvisi si ripetono, la perseguitano. «Ero arrivata al punto di non guidare più l’auto, quando uscivo mi facevo accompagnare».

Oggi Martina, 31 anni, cantante rock romana, è uscita dal tunnel. E ha dedicato all’Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico (Eurodap) un brano, Respiro. Sposata con il cantautore Max Pezzali, la Marinucci ha costituito un duo di rock alternativo, i Readme.txt, con Luca Tomassini (in arte Jontom), che accompagna la voce di Martina con l’ukulele, la chitarra a quattro corde hawaiana. Respiro fa parte del loro disco d’esordio, Zip, minialbum di 4 brani autoprodotto e distribuito sul circuito di Internet.

Tatuaggi, stile trasgressivo e voce grintosa da vera rocker, Martina parla con molta simpatia di sé, dei suoi attacchi di panico e della sua vita, rivelando l’altra faccia della medaglia: quella di moglie e mamma.

  • Martina Marinucci, raccontaci di te e della tua famiglia...

«Io e Max Pezzali siamo sposati dal 2005. Abbiamo un bambino di 16 mesi, Hilo, il nome di una cittadina hawaiana alla quale siamo molto legati: ogni anno facciamo un viaggio alle Hawaii. Sia io sia Max suoniamo l’ukulele, uno strumento hawaiano che dona molta serenità. Io ho anche un’altra figlia, Matilda, oggi tredicenne».

  • Soffrivi di attacchi di panico. Come ne sei uscita?

«Per anni sono stata malissimo facendo finta di niente. A un certo punto mi sono rivolta a Eurodap. Dopo quattro anni di psicoterapia ne sono finalmente uscita. È un percorso lungo e complesso, che scava nel tuo vissuto e non dà risultati immediati. Bisogna avere pazienza e non pensare di potercela fare da soli. Oggi sono rinata. E voglio far capire a chi soffre di questa sindrome che è importante accettare il proprio disagio, senza vergogna o sensi di colpa. Avere una debolezza e chiedere aiuto non vuol dire essere sbagliati. Il video del brano Respiro è molto forte, crudo, violento: lì interpreto la disperazione di quei momenti di angoscia. La mia famiglia mi è stata vicina ma senza riuscire a capire: chi non vive il panico non lo vede come problema».

  • Tatuaggi vistosi e look alternativo... Sei così rock anche nella vita?

«Sono cresciuta ascoltando in casa i Led Zeppelin e i Pink Floyd. Negli anni ’90 i miei miti sono diventati i Nirvana, i Pearl jam, gli Oasis e ho adottato il loro stile. Grazie a Max ho poi scoperto la musica degli anni ’80, e anche il country: amiamo la musica del cantante americano Johnny Cash, scomparso nel 2003. La sua storia d’amore con la moglie June Carter rappresenta un mito per noi: Cash non ha resistito alla scomparsa della moglie ed è morto quattro mesi dopo di lei. Io e Max ci siamo fatti tatuare i loro nomi: lui quello di Johnny Cash, io quello di June. Quanto ai tatuaggi, ne ho una ventina, solo sulla parte sinistra del corpo».

  • Scelta singolare. Come mai?

«La parte non tatuata rappresenta l’altra metà di me: quella di persona credente, con una vita normale, che adora la sua famiglia. Nella quotidianità mi piace cucinare, occuparmi della casa e dei figli. Non abbiamo baby sitter. Max è un vero "mammo": è molto presente e ha già comprato delle chitarrine per Hilo. Io lavoro due sere a settimana in un locale, ma tutte le mattine accompagno a scuola Matilda. Insomma, si può essere rock senza essere sballati».

Giulia Cerqueti
    
  
QUEL DISAGIO TENUTO NASCOSTO

Arriva come un fulmine a ciel sereno, senza dare nemmeno il tempo di rendersene conto. Può capitare una volta sola. Ma spesso è un disagio che si ripete. Perché, poi, quando ci si ritrova nella stessa situazione che già una volta ha generato il panico, subentra il ricordo, l’angoscia di avere un nuovo attacco, in una sorta di circolo vizioso.

«Il disturbo da attacchi di panico è una sindrome ben precisa, che non va confusa con l’ansia o con la depressione», spiega Paola Vinciguerra, psicologa, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico, che ha sede a Roma (www.eurodap.it, tel. 06/64.82.40.08).

«Mentre la paura è la risposta fisiologica di fronte a un pericolo reale e oggettivo, l’attacco di panico nasce in modo del tutto indipendente dalla situazione di rischio». I sintomi della sindrome sono chiari ed evidenti: sensazione di soffocamento, testa che gira, eccessiva sudorazione, palpitazione, tachicardia, nausea e colite, fenomeni di derealizzazione e depersonalizzazione, ovvero il non riconoscere più l’ambiente a livello visivo e non riconoscere il proprio corpo. «Se alcuni di questi sintomi sono presenti, vuol dire che si tratta di attacco di panico», osserva la Vinciguerra. Un disturbo invalidante, perché, spiega la psicoterapeuta, chi ne soffre tende a diventare sempre più fragile, evitando via via tutte le situazioni che danno la sensazione di perdere il controllo.

«La sindrome da attacchi di panico è molto diffusa: oggi riguarda il 33 per cento degli italiani. Un tempo si trattava quasi solo di adulti, oggi arrivano alle sedute di psicoterapia anche molti ragazzi di 18-19 anni. La situazione di sbandamento e precarietà economica in cui viviamo, poi, ha di certo contribuito ad aggravare il disagio».

Fino a qualche tempo fa le più colpite erano le donne. «Ma forse solo perché le donne chiedono aiuto più facilmente; gli uomini tendono a non ammettere di avere un problema. Che è poi una difficoltà diffusa: avere un disagio psicologico è normale, ma per molti è dura accettarlo».

G.Cer.


torna all'indice