Ridotto a vivere
di beneficenza
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di
Renata Maderna, Stefano
Stimamiglio e Maria Gallelli
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FAMIGLIA
Padri
SEPARATI E POVERI
Separazione,
mantenimento dei figli, difficoltà a pagare una nuova casa. E se poi ci si
mette la perdita del lavoro, la povertà è totale. Sono in aumento i papà
sconfitti dalla vita. Ma a Milano qualcuno si occupa di loro.
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spensierate, anzi più ricche di opportunità e di conoscenze. In video e
sulla carta le famiglie separate o ricostituite sono descritte così, dai
tanti sceneggiati di successo e anche da certa stampa per ragazzi (vedi Focus
Junior di marzo che dedica sei pagine, intitolate "Ops, mi si è
allargata la famiglia", a spiegare ai ragazzini, in tono allegro e
leggero, le differenze tra famiglie regular size, il modello
classico, extralarge, con nuovi papà, nuove mamme, nuovi fratelli, e
unisex con due genitori dello stesso sesso. Differenze che, secondo
Focus, sono arricchimenti, di adulti a cui fare riferimento, di punti di vista
diversi, di regole più appetibili. La cronaca dei giornali e l’esperienza
di chi non vive nel lusso o nel mondo dello spettacolo raccontano storie ben
diverse, alcune persino drammatiche, altre attraversate da una tristezza
infinita che "fa differenza", eccome, nella vita delle persone
coinvolte, a cominciare dai bambini, ma anche dalle mamme e dai papà. È su
questi ultimi che i dati più recenti puntano l’attenzione, mettendo in
luce la povertà crescente dei tanti che non ce la fanno a pagare l’affitto
di un’altra abitazione con quel che rimane dello stipendio di sempre, una
volta tolti il mantenimento dei figli e l’assegno alla moglie. Per non
parlare di quelli a cui la crisi ha portato via il lavoro. Sono storie che
non dicono tutto (perché altri padri, pur potendo, sfuggono ancora al
dovere di mantenere i figli), ma che non devono restare inascoltate
Renata Maderna
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Alle nove di sera nel grande atrio dell’edificio giallo di via Saponaro
40, periferia sud di Milano, ci sono molte persone di vario colore, accenti
diversi. Tanti nel cortile, di più nei due piani superiori, in tutto oltre
400. C’è chi è appena arrivato e ha ancora il cappotto, altri sono già
in pigiama nelle loro camere multiple. La mensa del pianterreno è deserta e
pulita, i pasti caldi serali sono stati serviti un’ora fa.

Siamo in un centro di prima accoglienza per senza fissa dimora in zona
Gratosoglio, un’ex scuola che nel 2006 il Comune ha destinato alla
Fondazione Fratelli di San Francesco d’Assisi in comodato d’uso
gratuito. Poco lontano tanti palazzi alti, tutti uguali.
«Prendiamo in carico le persone, le accogliamo come sono, fino all’integrazione
umana, all’autonomia professionale e abitativa. Raggiungiamo l’obiettivo
nel 33 per cento dei casi», spiega padre Clemente Moriggi, saio e
occhi sorridenti, mentre in guardiola controlla il nome di chi arriva. Qui
si mangia, si dorme, si fa la doccia. Ci sono infermeria, assistenza
sociale, consulenza psicologica, orientamento al lavoro, scuola di italiano.
«Ospitiamo chi ha problemi mentali, ex tossici, ammalati di Aids,
richiedenti asilo, persone in via di regolarizzazione. E anche padri
separati: a oggi sono un’ottantina».
Sono i nuovi poveri, gli ex mariti italiani in difficoltà economiche: i
dati dell’associazione matrimonialisti italiani parlano di 50 mila tra
Milano e provincia: «Il divorzio è un privilegio per ricchi, non per i
separati a bassa soglia. Chi guadagna anche 1.300 euro al mese ma deve
versarne 800 per il mantenimento di moglie e figli, e deve pagare un affitto
per sé perché la casa resta alla famiglia, rimane solo con gli occhi per
piangere. Figurarsi se perde il lavoro».
Senza una casa dove andare
Come è successo a Marco, ex poliziotto, jeans e giubbotto di
pelle: «Il matrimonio è finito, il lavoro pure. Ho cercato e trovato altre
occupazioni temporanee: lo smistamento della posta prioritaria, la guardia
del corpo in Africa sulle piattaforme petrolifere. Oggi lavoro con padre
Clemente come autista dell’Unità mobile che al mattino va a svegliare i
clochard che dormono per le vie di Milano. Non vedo mia figlia di 12 anni
dal 2007: potrei incontrarla, ma non ho una casa dove andare. Dormo in via
Saponaro: non è posto per bambini».
È invece l’unico che Milano offre ai padri poveri. «La stampa»,
precisa con forza il frate francescano, «ha recentemente parlato della
destinazione esclusiva ai papà della casa di seconda accoglienza di via
Calvino gestita dalla Fondazione, 160 posti letto». Giochi da elezioni in
corso: accoglienza leghista per padri che sono italiani. «Quello non è un
posto adatto. Serve la privacy, non un collegio. I figli devono avere la
possibilità di essere accolti senza vergogna, in ambienti che ricordino il
più possibile una casa vera».
Qualcuno prova a creare alternative milanesi a misura di bambino: l’associazione
lombarda dei Padri separati, che ospita gli ex mariti in due monolocali
requisiti in città alla mafia; la Provincia con il progetto Giopà (attivo
ancora per poco perché non rifinanziato), che in un appartamento colorato
di via Procaccini dà ai bambini la possibilità di trascorrere ore di gioco
con i padri.
Niente altro. Soltanto il dormitorio. Ci vive Ivano, 51 anni,
milanese. Era autista, ha perso il lavoro: «La mia ex moglie sa dove abito
e non mi chiede continuamente soldi, io do qualcosa quando posso. Si è
risposata con un uomo che ho conosciuto anch’io, sono contento perché è
una brava persona e mio figlio con lui sta bene».
Ognuno si tiene il suo dolore
Ci vive anche Marco, da qualche tempo. Ha 54 anni, parla con un
linguaggio forbito e la vergogna negli occhi. È nato a Catanzaro, lavorava
in una banca milanese. Ha perso lavoro, moglie siciliana e figlia, riportata
dalla madre a Trapani. La bambina aveva sette anni quando l’ha vista per l’ultima
volta, ora ne ha 17: «Ho dei problemi, lo psichiatra è diventato mio
amico. Mi hanno diagnosticato anche la sclerosi multipla. Qui c’è chi ci
aiuta a superare le difficoltà».
Mentre parliamo nel corridoio si sentono urla: «Si litiga, tante le
etnie. Io dormo in palestra», dice Marco, «ho legato con qualcuno. Ma
anche tra noi non parliamo mai dei nostri problemi, ognuno si tiene il
proprio dolore». La mattina esce alle sette: «Il momento più brutto? Le
domeniche, Natale, Pasqua. L’altro giorno mi sono tolto uno sfizio: ho
mangiato carne di maiale. A mensa non c’è quasi mai, tanti sono
musulmani. Così ho risentito il sapore della festa, del Sud. Un po’ del
sapore della mia casa».
Maria
Gallelli
| UNA
CASA DOVE INCONTRARE I FIGLI
La povertà, complice anche la crisi, incombe anche sui padri che si
sono separati, e le istituzioni cominciano a muoversi. A Roma, ad
esempio, l’assessorato alle Politiche sociali del Comune capitolino ha
di recente fatto partire una "casa per papà separati" e in
difficoltà economiche per vivere e accogliere degnamente i figli nei
tempi loro assegnati.
Venti miniappartamenti con saloncino e angolo cottura, camera a due
letti e uno spazio comune per giocare e stare qualche ora in modo sereno
con i propri bimbi.
«I padri, nella gran parte dei casi di separazione, come primo
effetto perdono la casa, che è assegnata quasi sempre alla madre in
ragione dell’interesse preminente dei figli, che è quello di
proseguire la loro vita nell’abitazione di origine», spiega Maria
Giovanna Ruo, avvocato esperto in diritto matrimoniale con studio
nella capitale, già docente all’Università Lumsa di Roma.
«Nella casa, inoltre, sono state investite di solito tutte le
risorse dei due coniugi e quelle delle famiglie di origine, spesso
accendendo un mutuo, con il risultato che i padri, anche per i tempi
molto lunghi in cui in Italia i figli si rendono autonomi, hanno davanti
a sé lo spettro di molti anni di spese altissime, spesso superiori alle
loro capacità economiche, e di rischio povertà».
Le conseguenze? «I padri non riescono più a mantenersi e tornano
spesso nella casa dei genitori di origine, con mutamenti sociali
evidenti». Di qui una proposta: «Se è giustificabile dare continuità
abitativa ai figli, occorre anche immaginare soluzioni diverse per
quando i figli sono diventati grandi, perché magari sono andati fuori
sede per studiare all’università. In questi casi forse bisognerebbe
ripensare a livello legislativo, secondo una visione più bilanciata dei
diritti, una diversa assegnazione dell’abitazione. In altri termini:
è giusto appesantire per un tempo così lungo la situazione economica
dei padri?».
Il fenomeno della povertà dei padri colpisce comunque
trasversalmente tutte le fasce sociali, «tranne nei casi dei nuclei
familiari più agiati, in cui i costi sono ammortizzati dalle forti
possibilità economiche proprie o delle famiglie di origine. In alcune
circostanze l’eventuale indigenza provoca addirittura l’impossibilità
di separarsi anche nei casi in cui questo sarebbe consigliabile, come
nei casi di violenza domestica».
L’indigenza, inoltre, colpisce anche i figli: «Nonostante la legge
preveda un uguale tenore di vita dei figli tra il "prima" e il
"dopo", la duplicazione dei costi di fatto non lo permette.
Non bisogna dimenticare infine il problema dell’occultamento dei
redditi. Che fare quando, ad esempio, uno dei coniugi lavora in nero,
dato che l’assegno familiare viene determinato in base al reddito
dichiarato? Considerato che il lavoro nero in Italia è molto diffuso,
il problema si pone in modo a volte drammatico, come constatiamo in
molti casi che quotidianamente trattiamo».
Stefano Stimamiglio
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