Padri separati e poveri
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di
Orsola Vetri
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FAMIGLIA
STORIA DI ANTONIO, PADRE SEPARATO DA 11 ANNI
RIDOTTO
A VIVERE DI BENEFICENZA
Un'incredibile odissea giudiziaria, poi la povertà. E soprattutto il rifiuto
del figlio.
«Ho quasi
50 anni, una laurea in Economia e commercio, l’abilitazione a dottore
commercialista e sono un poveraccio!». È il tragico bilancio di Antonio,
romano, padre separato da 11 anni, che in questi anni ha assistito alla fine
del suo matrimonio, alla rovina del rapporto con il figlio Francesco (oggi
13enne) e al suo ridursi in povertà: «La mia è stata un’odissea
giudiziaria di cui ancora non riesco a comprendere l’esito così negativo
e l’accanimento nei miei confronti. Se mi avessero raccontato l’incubo
che ha caratterizzato la mia vita, avrei avuto serie difficoltà a crederlo
reale», racconta Antonio.
La storia di questa separazione sembra delineata da ingiustizie
giuridiche e umane ed è tale da indurre a pensare che un padre e una madre
non abbiano gli stessi diritti davanti alla legge. Antonio, impiegato come
quadro presso un’importante azienda di telecomunicazioni, si è trovato a
ricorrere a enti che siamo abituati ad associare a ben altre situazioni: «Per
vivere, e per mantenere la mia seconda figlia Elena, nata due anni e mezzo
fa da una nuova unione, ho dovuto accettare l’aiuto dei miei anziani
genitori (che percepiscono la pensione sociale), di mia sorella, ma anche
del Movimento per la vita, della Caritas e del Banco alimentare, che mi
hanno procurato cibo e pannolini e che non smetterò mai di ringraziare».
Senza casa di proprietà, con un affitto di 900 euro, una compagna senza
lavoro e un assegno di 1.300 euro da versare alla ex moglie e al figlio
(tolti direttamente dalla busta paga secondo le disposizioni del giudice),
la sua pur buona retribuzione di 2.100 euro mensili si riduce a un’inutile
farsa. «C’è stato un periodo in cui sullo stipendio mi sono stati
addebitati sia l’assegno di mantenimento che un pignoramento relativo alla
causa di divorzio. Risultato: una busta paga in negativo».
Il figlio è quello che ha perso di più
Quanto è stato raccontato può far credere che il problema di Antonio
sia semplicemente di natura economica. Ma il suo vero dolore sta nell’impossibilità
di avere un rapporto sereno con il figlio Francesco, cresciuto tra le liti e
le carte bollate del divorzio e che ha sempre respirato un’aria tale da
indurlo a rifiutare suo padre. «È capitato che non lo vedessi per un anno.
Ora quando sta con me, sempre con difficoltà, praticamente non mi parla».
Francesco mostra una profonda insofferenza nel relazionarsi col padre.
Antonio avrebbe voluto che questo disagio venisse approfondito. Ma nella sua
odissea colpisce anche l’indifferenza per il bene del ragazzo da parte di
chi dovrebbe averlo a cuore: «"Non si media con l’Irak", era
stato il suggerimento del legale della mia ex moglie alla richiesta di
trovare un accordo. Ricordo un’udienza in cui ho chiesto di nominare un
esperto che si occupasse dello stato di salute psichico di mio figlio. Il
magistrato non solo non ha accolto la richiesta, ma mentre parlavo scorreva
le carte del fascicolo e mi chiedeva perché non fosse presente il CUD 2008!».
Questo padre che è costretto a ricorrere alla beneficenza per vivere sa
bene che suo figlio, nonostante l’assegno che riceve, è quello che ha
perso di più. A Francesco è stata negata la possibilità di venire
cresciuto da entrambi i genitori e soprattutto è stata tolta la ricchezza
di avere accanto un padre durante un periodo difficile come l’adolescenza.
Antonio fa parte di un’associazione (Papà separati Onlus) che non ha
come scopo quello di difendere a priori gli uomini divorziati: «Sia chiaro,
i padri separati devono prendersi le loro responsabilità, tra cui anche
quella di provvedere al mantenimento dei figli: chi non paga gli alimenti
non può stare con noi. Ma la nostra principale preoccupazione è piuttosto
tutelare i figli garantendo loro relazioni profonde, regolari e frequenti,
con entrambi i genitori: fondamentali per crescere sereni».
Orsola
Vetri
| LA
CHIESA VICINA AI SEPARATI
Accorgersi delle difficoltà in cui vivono molti padri separati non
significa voler creare tra mamme e papà un’ulteriore frattura, già
ampiamente acuita dalla conflittualità tra i singoli e dal fiorire di
associazioni di ogni tipo (ce ne sono decine), che rivendicano diritti
propri e sottolineano inadempienze degli altri. Occorre semmai che
cresca la consapevolezza delle difficoltà e delle sofferenze, che
macchiano la vita delle persone separate, e, con essa, la disponibilità
ad accoglierle.
A cominciare dalla comunità cristiana, come ha raccomandato l’arcivescovo
di Milano cardinale Dionigi Tettamanzi nella lettera Il Signore
è vicino a chi ha il cuore ferito, un testo che, con altri interventi
precedenti, è stato accolto con gioia dai separati, come anche la
partecipazione del cardinale Ennio Antonelli al convegno nazionale delle
famiglie separate cristiane.
«Negli ultimi anni», spiega il presidente
dell’associazione Ernesto Emanuele, «abbiamo sentito un
continuo avvicinamento da parte della Chiesa. Si è compreso come sia
importante che chi si è separato rimanendo fedele al sacramento, ma
anche chi si è risposato, non si senta escluso dalla comunità
cristiana, ma accolto nel novero delle altre famiglie, senza vivere la
pesante sensazione di essere una sorta di padre o di madre di serie B».
Le parole di Tettamanzi sono state un caldo abbraccio per chi per
lungo tempo si è sentito dimenticato se non accusato: «Siete sorelle e
fratelli amati e desiderati... La comunità cristiana ha riguardo del
vostro travaglio umano... La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi
rifiuta o vi considera indegni... Sentiamo per voi un affetto
particolare, come quello di un genitore che guarda con più attenzione e
premura il figlio che è in difficoltà e soffre, o come quello di
fratelli che si sostengono con maggiore delicatezza e profondità, dopo
che per molto tempo hanno faticato a comprendersi e a parlarsi
apertamente».
Queste frasi sono state rilette una per una nel recente convegno
"I separati rispondono all’invito al dialogo del cardinale
Tettamanzi": «In questi due anni molti hanno commentato la lettera
e molto è stato scritto sui giornali», dice Ernesto Emanuele. «Ne
hanno parlato sacerdoti, teologi, magistrati, avvocati, mediatori
familiari, "coppie doc". Quando, di rado, si è sentita la
voce dei separati stessi, in televisione siamo stati rappresentati da
noti personaggi dello spettacolo, non praticanti, che lamentavano di non
potersi accostare al sacramento dell’Eucaristia per qualche occasione
speciale. Noi, molto più semplicemente, vorremmo essere presenti quando
si parla della nostra condizione e continuare a vivere in coerenza ogni
giorno la nostra fede».
R.M.
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| QUEI
LIBRI PER CAPIRE
Continuare a essere un papà, far addormentare i propri bambini,
aiutarli nei compiti, stargli vicino nelle difficoltà, crescerli. È
possibile dopo la separazione? Alcune mogli vendicative si fanno forti
delle decisioni dei giudici e arrivano a negare i figli all’ex coniuge
per punirlo. Molte storie nella recente narrativa raccontano questi
divorzi conflittuali dal punto di vista maschile: Gianni Biondillo ha
descritto l’urlo di dolore dei genitori senza diritti con il romanzo
In nome del padre (Guanda). Simili e reali le vicende narrate in Senza
il bacio della buonanotte (Rubbettino) da Mario Campanella, e in L’amore
alla fine dell’amore (Fazi) da Vito Bruno. Per misurare l’amore di
un uomo verso i figli ecco La prima notte senza di te (Mondadori) di
Arnaldo Colasanti. Il saggio Storia della paternità (Fazi) di Maurizio
Quilici riflette, infine, sui mutamenti sociali che sono intervenuti
nella relazione padri-figli
O.V.
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