Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Colloqui col Padre
di D.A. - Scrivere a: don.antonio@stpauls.it


COME CONCILIARE LAVORO E MATERNITÀ, DOVE E A CHI LASCIARE I FIGLI PICCOLI?

LA "POLITICA" DEGLI ASILI NIDO

Una mamma, come milioni di italiani, in attesa del "quoziente familiare" e di vere politiche a sostegno della famiglia da chi ci governa. Sugli asili nido pone qualche interrogativo.

Sono una giovane mamma e le scrivo per condividere con lei alcune riflessioni che mi stanno a cuore. Quando sento parlare di assenza di politiche per la famiglia in Italia, il più delle volte, si portano due esempi: l’iniquità del fisco e la carenza di asili nido nel nostro Paese. Con mio marito abbiamo partecipato alla campagna del Forum delle associazioni familiari e, come milioni di italiani, stiamo ancora aspettando, da parte di chi ci governa, un cenno di vita sul "quoziente familiare".

Rispetto agli asili nido, però, sono perplessa quando li sento proporre come fossero "la" soluzione per le famiglie. Mi permetto di pensare che, serie politiche a favore di genitori con figli piccoli, non voglia dire solo aprire tanti asili nido, per molte ore al giorno e per diversi mesi all’anno. Questi possono essere servizi collaterali. E, come tutti gli strumenti, se usati in modo corretto, avranno un ruolo positivo.

Fare politiche familiari, credo voglia dire, prima di tutto, mettere davvero le famiglie in condizione di poter crescere i propri figli. L’educazione di un figlio, nei primi anni di vita, porta con sé esigenze specifiche e caratteristiche (pensiamo all’allattamento, alla cura del corpo) che, normalmente, richiedono molto tempo e tante energie. È così banale ricordare che è follia se un bimbo di tre mesi trascorre le giornate all’asilo nido? Mi scusi, ma credo che la "politica degli asili nido" (così come la "politica delle case di riposo"), non serva alle famiglie. E neppure alle donne, ai bambini o agli anziani. Non crea benessere. Al massimo, giova all’attuale sistema economico, che deve sfruttare, il più possibile, le persone. Per cui è funzionale un sistema di strutture che liberino le famiglie dai compiti che possono interferire con il lavoro. Tutto ciò mi sembra disumano.

Si parla sempre più spesso di emergenza educativa: ma da dove iniziare, se non dal permettere alle mamme e ai papà di fare il loro mestiere? Conciliare maternità e paternità con il lavoro non passa dagli asili nido, come risposta unica. O quasi. Purtroppo, non ho competenze per suggerire soluzioni tecniche. Però, mi torna spesso in mente, ad esempio, che in Germania le donne possono usufruire di un anno di maternità, con il 67 per cento del loro stipendio. Eppure non mi risulta che la Germania sia collocata in un’altra galassia. Mi sembra di dire delle ovvietà colossali, mi inquieta solo non sentirle dire da altri. Per favore, se davvero qualcuno vuole un po’ di bene alle famiglie italiane, si dicano anche queste cose. A voce alta. Non sono sfumature!

Con profonda stima per il suo lavoro, la saluto cordialmente.

Tiziana
   

Cara Tiziana, su queste pagine, abbiamo spesso affrontato come conciliare lavoro e famiglia. Sappiamo tutti che si tratta di un tema complesso che, difficilmente, si risolve con slogan politici. Soprattutto, oggi, in Italia. In effetti, è molto più facile dire «costruiamo asili nido», che pensare a "come mettere le famiglie in grado di educare". Ma gli asili nido sono solo un aspetto di un problema più complesso. Sono "una" soluzione, non "la" soluzione, come dici tu. Ricordiamo, però, che l’Italia è ancora molto lontana da alcuni parametri europei, quanto ad asili nido. E molte zone del territorio sono quasi del tutto sprovviste di questo importante servizio. In tema di educazione, giustamente, le famiglie reclamano il diritto di poter scegliere. Cosa che, troppo spesso, la nostra classe politica dimentica. Mentre questo tocca il cuore stesso del "fare famiglia".

I temi che tu affronti, cara Tiziana, sono delicati e vitali per il benessere familiare. Soprattutto, nei confronti dei più piccoli che, troppo spesso, vengono sacrificati ai desideri e alla frenesia di vivere dei grandi. Molte madri, se costrette a dover scegliere tra professione e figli, rinunciano al lavoro. Molte donne in Italia, troppe, lasciano il lavoro dopo aver avuto un figlio, perché non viene loro concessa la maternità facoltativa o il part-time. O perché sono precarie.

Tante altre mamme, invece, decidono di non lasciare il lavoro e tornano in ufficio quando ancora i bambini sono molto piccoli, affidandoli a una baby-sitter, ai nonni o all’asilo nido.

Le scelte non sono tutte uguali, certo. Quel che conta, è che ogni scelta sia valutata attentamente, in base a motivazioni personali, di coppia e di famiglia. E anche economiche. La scelta di mettere un figlio al nido non vuol dire abdicare alle proprie responsabilità educative. In effetti, il solo utilizzo degli asili nido non aiuta affatto a conciliare famiglia e lavoro. Non è pensabile lasciare un bimbo piccolo al nido per dodici ore. Tanto meno ipotizzare che, per ogni bimbo che viene al mondo, ci siano i nonni pronti a prendersene cura. In Italia, purtroppo, il part-time è poco diffuso, viene concesso con estrema difficoltà. È un triste dato statistico col quale le famiglie italiane, le donne in particolare, devono fare i conti. C’è tanta strada da fare, anche nella cultura aziendale, per favorire la maternità e la famiglia, con soluzioni più elastiche. Soprattutto per quei lavori e quelle persone che potrebbero lavorare in mobilità, da casa o da altri luoghi.

Ha fatto tanto discutere, nei giorni scorsi, il caso della mamma milanese, responsabile marketing di un’azienda, spinta alle dimissioni al rientro dalla maternità. Dopo la sua denuncia ai giornali, si sono fatte vive altre mamme che, a un anno dal parto, hanno avuto lo stesso benservito dal lavoro. «Il grave episodio della manager licenziata dopo il periodo di maternità», ha detto il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, «rispecchia tutta l’inadeguatezza nel definirci un Paese realmente moderno».

In tutto ciò, non abbiamo parlato dei papà, che sembrano non essere sfiorati dal problema. Sarà vero? O, forse, molti giovani padri sarebbero anche disponibili a "tornare a casa", se questa loro scelta fosse accettata e sostenuta, anziché derisa e ritenuta dannosa per la carriera? Ma per questo, aspettiamo un’altra lettera. Di un giovane padre, naturalmente.

D.A.

torna all'indice