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Attualità.
di Roberto Zichittella


ESCLUSIVO
L’AMBASCIATORE AMERICANO PRESSO LA SANTA SEDE ELENCA GLI OBIETTIVI COMUNI


VATICANO E USA
INSIEME PER LA PACE


«Ma anche contro la fame e per i diritti umani». Miguel Humberto Diaz, 46 anni, nato a Cuba, si confida in questa intervista, la prima da quand’è a Roma.

Miguel Humberto Diaz, ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede, è un collega del Papa. Anche Diaz, infatti, è stato un professore di Teologia. Quando glielo facciamo notare scoppia a ridere, ma non può negare di avere qualcosa in comune con Benedetto XVI. Tra l’altro Diaz ha insegnato Teologia in un College del Minnesota intitolato proprio a san Benedetto. 

«Condivido con il Papa», spiega l’ambasciatore, «alcuni valori della tradizione benedettina: l’ospitalità, il senso della comunità, il rispetto della dignità degli altri». Anche Marian, la moglie del diplomatico, ha un dottorato in Teologia. Si sono conosciuti all’università e sono sposati da diciassette anni. Hanno quattro figli: Joshua, Ana, Emmanuel e Miguel David. «Nei miei incontri con papa Benedetto XVI», confida Diaz, «mi ha impressionato la sua simpatia verso i miei bambini, che ha conosciuto quando gli ho presentato le credenziali. Ogni volta che l’ho incontrato e ho fatto cenno ai miei figli il suo viso si è illuminato con un grande sorriso di gioia».

Di umili origini, Diaz, 46 anni, è nato all’Avana ma da bambino si è trasferito in Florida con i genitori. Diaz ha lavorato per Barack Obama durante la campagna elettorale, quando faceva parte di uno staff di consiglieri per i temi religiosi. Non si aspettava di essere chiamato a fare l’ambasciatore, ma un giorno è arrivata la telefonata dalla Casa Bianca. Nel salone della residenza dell’ambasciatore, sul Gianicolo, la foto con dedica di Obama con i Diaz è appesa accanto a quella che ritrae il diplomatico teologo insieme al Papa.

Benedetto XVI incontra il nuovo ambasciatore statunitense presso la Santa Sede, dopo aver ricevuto le credenziali, nella residenza estiva  di Castel Gandolfo, il 2 ottobre 2009.
Benedetto XVI incontra il nuovo ambasciatore statunitense presso
la Santa Sede, dopo aver ricevuto le credenziali, nella residenza estiva
di Castel Gandolfo, il 2 ottobre 2009 (foto AP/La Presse).

  • Ambasciatore, qual è l’immagine di Benedetto XVI negli Stati Uniti?

«Gran parte del popolo americano vede nel Papa una guida morale per tutto il mondo e il leader di una istituzione impegnata nell’aiuto umanitario e nella risoluzione dei conflitti. Sono le ragioni per le quali il mio Governo vuole approfondire sempre di più i rapporti con la Santa Sede».

  • Quali sono le principali aree di collaborazione fra Stati Uniti e Santa Sede?

«L’impegno contro la fame nel mondo, per i diritti umani, per la libertà religiosa, per la salute globale, contro il traffico di esseri umani, per la pace e per la sicurezza. Su questi temi c’è grande sintonia, penso specialmente alle recenti parole di Benedetto XVI sulla necessità di custodire il creato per coltivare la pace. Questa è una visione pienamente condivisa da Obama. Credo inoltre che insieme alla Santa Sede possiamo affrontare la grande sfida del ventunesimo secolo, quella della diversità, determinata dalle migrazioni e dai cambiamenti demografici. Le diversità di popoli, razze, culture e religioni non devono farci paura se riusciamo ad affrontarle in modo positivo e costruttivo».

  • Quali sono i punti di forza del vostro contributo positivo?

«Li vedo nella nostra storia, nel miracolo americano di una nazione formata da popoli di diversa provenienza e religione. Il nostro motto nazionale è E pluribus unum, cioè "da molti uno". Il nostro può essere un modello per tutti e lo dimostra anche la storia personale di Barack Obama».

  • Che contributo può dare la Chiesa?

«La forza della Chiesa è nel suo essere cattolica, quindi universale, e neutrale. Essa rappresenta una voce morale per tutto il mondo. Per noi le relazioni con la Santa Sede non significano solo avere a che fare con la Città del Vaticano, ma anche con questa presenza capillare fatta di missionari, volontari, scuole, ospedali. Questa presenza della Chiesa rappresenta un potenziale incredibile che ha un impatto positivo sull’intera famiglia umana, anche non cristiana».

  • Come vede i rapporti fra gli Stati Uniti e il mondo musulmano, messi in crisi soprattutto dalla guerra in Irak?

«Nel suo discorso al Cairo del giugno 2009, il presidente Obama si è impegnato a lottare contro gli stereotipi negativi dell’islam. Ma il principio deve applicarsi anche alla percezione che il mondo musulmano ha dell’America. Da una parte e dall’altra dobbiamo mostrare reciproca comprensione e amicizia, dobbiamo rifiutare l’uso della religione per scopi violenti, guardare al bene comune e abbracciare le differenze in modo costruttivo».

  • Ci state riuscendo?

«Sì, per esempio, anche con il progressivo ritiro delle truppe americane dall’Irak. Realisticamente è un lavoro difficile, ci sono ostacoli, ma non possiamo farlo dalla sera alla mattina, ci vuole tanta pazienza e fiducia. Dobbiamo praticare quella politica estera dell’ascolto teorizzata dal presidente Obama e dal segretario di Stato Hillary Clinton».

  • Che cosa pensa del premio Nobel per la pace assegnato al comandante in capo Barack Obama?

«Vedo nel Nobel un riconoscimento degli sforzi di Obama per affrontare le grandi sfide del secolo in modo costruttivo. Attraverso una leadership plurale, che sa ascoltare e coinvolgere gli altri protagonisti della scena internazionale. Ricordo che un libro di Obama si intitola L’audacia della speranza, credo proprio che sia la prima sia la seconda lo stiano guidando nella sua azione».

  • Secondo lei, l’enciclica Caritas in veritateoffre soluzioni utili per evitare crisi finanziarie ed economiche come quella che ha colpito gli Stati Uniti d’America e il mondo?

«L’enciclica parla al mondo di oggi. Il Papa chiede trasparenza, responsabilità, una distribuzione meno egoistica delle risorse, maggiore interdipendenza nella cooperazione fra le nazioni del mondo. Sono tutti principi abbracciati dal presidente Obama. Ricordiamo che il suo motto è Yes we can (noi possiamo) non Yes I can (io posso). Quello di Barack Obama è un appello alla responsabilità comune».

  • L’essere di origine ispanica che cosa aggiunge al suo ruolo di ambasciatore?

«Sono consapevole e orgoglioso di rappresentare anche la comunità ispanica degli Stati Uniti. Avendomi scelto, il presidente Obama credo abbia voluto riconoscere il contributo delle varie comunità etniche e religiose degli Stati Uniti d’America. In questo incarico io porto il mio desiderio innato di costruire ponti. L’ho fatto tutta la vita, passando dalla lingua spagnola all’inglese, da una cultura all’altra, dal Sud al Nord e dall’Ovest all’Est».

Roberto Zichittella
    
   
UN PASSATO DIFFICILE, OGGI VA MEGLIO

La prima volta che un Papa mise piede sul suolo americano fu nel 1849. Il Papa era Pio IX e il "suolo" era il ponte della Constitution, una fregata della marina statunitense che aveva gettato l’ancora nel porto di Gaeta. Pio IX era al riparo nella città laziale in seguito alla nascita della Repubblica romana e pensò di unirsi a Ferdinando II, re delle Due Sicilie, il quale volle visitare la nave (che, a tutti gli effetti, è "suolo statunitense extraterritoriale"). Pio IX restò a bordo della fregata per tre ore e, a quanto pare, soffrì anche il mal di mare. Ma in realtà quella visita fu un incidente diplomatico perché il comandante della nave, John Gwinn, aveva ricevuto l’ordine di non accogliere a bordo i due sovrani, impegnati in conflitti contro i moti rivoluzionari. Così Gwinn finì davanti alla Corte marziale.

Anche in seguito, per oltre un secolo, i rapporti fra la Santa Sede e gli Stati Uniti non sono sempre filati lisci a causa di diatribe diplomatiche e religiose ben raccontate da Massimo Franco nel saggio Imperi paralleli (Mondadori). Le formali relazioni diplomatiche furono stabilite solo nel 1984 dal presidente Ronald Reagan e da Giovanni Paolo II. Barack Obama ha incontrato Benedetto XVI il 10 luglio 2009.

R.Zic.


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