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Sommario.

 

Più coraggio per il Sud

 «Basta feste patronali
organizzate dai boss»

 
Attualità.
di Alberto Bobbio


CHIESA
MONSIGNOR ANTONIO RIBOLDI, VESCOVO EMERITO DI ACERRA


«SCIOPERO ELETTORALE
PER CAMBIARE DAVVERO»


I cristiani del Sud «devono svegliarsi. Ai politici bisogna dire: "O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più"».

Rappresenta la memoria della lotta della Chiesa per la legalità. Monsignor Antonio Riboldi, 87 anni, legge il documento della Cei sul Mezzogiorno e dice: «È scritto molto bene. Ma è un altro documento». Brianzolo, rosminiano, una vita passata al Sud, prima parroco nel Belice sconvolto dal terremoto, poi vescovo di Acerra, nel Napoletano, Riboldi ha vissuto con la scorta, sempre nel mirino dei clan.

  • Teme che siano solo parole?

«No, ci sono frasi che andrebbero inchiodate alle porte delle chiese in tutto il Paese, altrimenti questo documento fa la fine di quello di vent’anni fa».

  • L’Italia non fa i conti con il Sud?

«Non li ha mai fatti. Lo sviluppo di un Paese prevede solidarietà e giustizia. In 50 anni al Sud ho visto solo parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia».

  • E la gente ha accettato?

«No, ha subìto e si è rassegnata. Ma la cultura dell’illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa».

  • Di cosa ha bisogno il Sud?

«Agricoltura e turismo, cose che politiche sciagurate hanno devastato. Non ci sono più i contadini e nemmeno gli operai. Il mare è la nostra ricchezza dimenticata. Così il Sud è rimasto il Sud e il Nord il Nord. Mi spiace vedere un Paese diviso in due dalla povertà».

  • Cosa manca?

«Un progetto e un patto nazionale. Fa bene il documento della Cei a indicare i rischi del nuovo federalismo. Ma dobbiamo interrogarci se davvero l’Italia è ancora un Paese unitario».

  • Lei che ne dice?

«Ricordo un giorno a Milano quando uscì l’altro documento della Cei sul Mezzogiorno. Ero con don Tonino Bello e parlavamo a una grande assemblea dei nostri problemi. Il clima era di indifferenza o al massimo di commiserazione. Non credo che le cose siano cambiate».

  • Lei non ha mai smesso di parlare...

«Sono un brianzolo e mi ribello. Credo di essere in pace con me stesso. Ho lottato, ma mi domando chi ha raccolto i frutti delle mie parole, di quelle di don Tonino, del sangue di don Puglisi e di quello di don Diana. E oggi siamo di nuovo qui con un altro documento».

  • Come si cambia?

«Con più coraggio. La camorra domina i cuori e le menti. Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. In estate portavo 400 bambini in Trentino, figli di camorristi. Adesso sono diventati uomini normali. Eppure, tagliamo i fondi alla scuola. Cutolo sosteneva che la camorra è come Robin Hood: toglie ai ricchi per dare ai poveri. Se la scuola non contrasta questa cultura dell’illegalità come strumento di protezione sociale, non ci sarà futuro per il Sud e neppure per l’Italia».

  • Si può vincere?

«Sì, ma bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota. Mai nessuno ha taglieggiato le mie chiese, ma non dappertutto accade».

  • Lei cosa ha insegnato?

«A essere liberi e non affidarsi al primo che ti propone un lavoro nero. Invece, finora è prevalso il senso dell’affidarsi: al politico, al prete, al camorrista».

  • Il documento parla di inadeguatezza della classe politica...

«È giusto. Ma adesso tocca a noi. Ai politici bisogna dire: "O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più"».

  • Sciopero elettorale?

«Se serve sì. I cristiani al Sud devono svegliarsi. Invece, oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l’Italia, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così».

  • Pessimista...

«No: se ci battiamo e parliamo con chiarezza qualcosa si ottiene. Ma dobbiamo essere consapevoli che bisogna pagare e di persona, a volte. Siamo disposti a non essere capiti per amore del Vangelo e della dignità di ogni uomo?».

Alberto Bobbio

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