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Rappresenta la memoria della lotta della Chiesa per la legalità. Monsignor Antonio Riboldi, 87 anni, legge il documento della Cei sul Mezzogiorno e dice: «È scritto molto bene. Ma è un altro documento». Brianzolo, rosminiano, una vita passata al Sud, prima parroco nel Belice sconvolto dal terremoto, poi vescovo di Acerra, nel Napoletano, Riboldi ha vissuto con la scorta, sempre nel mirino dei clan.
«No, ci sono frasi che andrebbero inchiodate alle porte delle chiese in tutto il Paese, altrimenti questo documento fa la fine di quello di vent’anni fa».
«Non li ha mai fatti. Lo sviluppo di un Paese prevede solidarietà e giustizia. In 50 anni al Sud ho visto solo parole ed errori: fabbriche nate e morte, terreni agricoli devastati, turismo in abbandono. Le mafie hanno avuto terreno fertile, arato dallo Stato e da un sistema di corruzione e di collusione impostato con straordinaria efficacia».
«No, ha subìto e si è rassegnata. Ma la cultura dell’illegalità è stata diffusa dallo Stato. E non mi consola vedere che proprio chi ha contribuito alla logica della corruzione propone una legge contro di essa».
«Agricoltura e turismo, cose che politiche sciagurate hanno devastato. Non ci sono più i contadini e nemmeno gli operai. Il mare è la nostra ricchezza dimenticata. Così il Sud è rimasto il Sud e il Nord il Nord. Mi spiace vedere un Paese diviso in due dalla povertà».
«Un progetto e un patto nazionale. Fa bene il documento della Cei a indicare i rischi del nuovo federalismo. Ma dobbiamo interrogarci se davvero l’Italia è ancora un Paese unitario».
«Ricordo un giorno a Milano quando uscì l’altro documento della Cei sul Mezzogiorno. Ero con don Tonino Bello e parlavamo a una grande assemblea dei nostri problemi. Il clima era di indifferenza o al massimo di commiserazione. Non credo che le cose siano cambiate».
«Sono un brianzolo e mi ribello. Credo di essere in pace con me stesso. Ho lottato, ma mi domando chi ha raccolto i frutti delle mie parole, di quelle di don Tonino, del sangue di don Puglisi e di quello di don Diana. E oggi siamo di nuovo qui con un altro documento».
«Con più coraggio. La camorra domina i cuori e le menti. Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. In estate portavo 400 bambini in Trentino, figli di camorristi. Adesso sono diventati uomini normali. Eppure, tagliamo i fondi alla scuola. Cutolo sosteneva che la camorra è come Robin Hood: toglie ai ricchi per dare ai poveri. Se la scuola non contrasta questa cultura dell’illegalità come strumento di protezione sociale, non ci sarà futuro per il Sud e neppure per l’Italia».
«Sì, ma bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota. Mai nessuno ha taglieggiato le mie chiese, ma non dappertutto accade».
«A essere liberi e non affidarsi al primo che ti propone un lavoro nero. Invece, finora è prevalso il senso dell’affidarsi: al politico, al prete, al camorrista».
«È giusto. Ma adesso tocca a noi. Ai politici bisogna dire: "O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più"».
«Se serve sì. I cristiani al Sud devono svegliarsi. Invece, oggi sono continuamente assistiti. Il Mezzogiorno non è l’Italia, oggi si può dire che è una zona annessa. Sarà brutto, ma è così».
«No: se ci battiamo e parliamo con chiarezza qualcosa si
ottiene. Ma dobbiamo essere consapevoli che bisogna pagare e di persona, a
volte. Siamo disposti a non essere capiti per amore del Vangelo e della
dignità di ogni uomo?».
Alberto
Bobbio
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