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A una settimana dalle elezioni in tredici Regioni un dato è inconfutabile: si tratterà dell’ennesimo referendum pro o contro Berlusconi. Del resto non capita solo da noi: anche in Francia il primo turno delle regionali è stato, domenica 14 marzo, un referendum su Sarkozy (giunto a metà del mandato presidenziale) con un record di astensionismo (oltre il 53 per cento) che rischia di ripetersi anche da noi domenica 28 marzo, e con un tonfo del suo partito a vantaggio dei socialisti. Non c’è mai stata una simile personalizzazione della politica in tutta la storia della Repubblica italiana, ma questo non sarebbe ancora in sé un male, se non fosse che nel gioco delle parti c’è fin dall’inizio (anzi fin da prima della "discesa in campo" del Cavaliere) un terzo incomodo: la magistratura.
Non era ancora rimarginata – come sempre provvisoriamente – l’ennesima controversia sulle leggi immaginate dal Centrodestra a tutela della "improcessabilità" del premier, giusto in tempo perché uscisse un altro dei libri di Marco Travaglio (Ad personam, quasi seicento pagine dall’editrice Chiarelettere), che dalla finora sconosciuta Procura di Trani saltavano fuori diciotto telefonate di Berlusconi all’Agcom (l’Agenzia delle comunicazioni, in teoria un organismo indipendente di controllo dell’informazione) e al direttore del Tg1. Conversazioni intercettate dalla Guardia di finanza in cerca di prove su una questione tutt’affatto diversa, arrivate chissà come al massimo giornale del cosiddetto "giustizialismo" italiano, Il Fatto quotidiano, e di qui rimbalzate il giorno dopo su tutti gli altri, e in un’opinione pubblica alla quale è stato presentato un nuovo intervento del presidente del Consiglio in difesa di sé stesso, come vittima di una persecuzione mediatica che dura da anni. Alcuni magistrati hanno fatto osservare, non senza ragione, che si tratta di una vertenza giudiziaria difficile da portare avanti con prove che indichino la consistenza di un vero e proprio reato, di là dalla presenza, in quelle telefonate intercettate, di parole inequivocabili, pronunciate da un primo ministro esasperato da trasmissioni televisive come Anno-zero che vorrebbe veder finite, e non solo "sospese" durante la campagna elettorale, come la Rai aveva deciso prima che lo "scandalo" scoppiasse. La bagarre che è seguita non ha fatto che complicare le cose. Prima di tutto, c’è stata la manifestazione di sabato 13 marzo in piazza del Popolo a Roma, dove secondo alcuni commentatori è rinata l’Unione, la formazione politica di Centrosinistra-sinistra che, vittoriosa due volte con Prodi, lo ha disarcionato due volte, e nelle ultime consultazioni è risultata ampiamente minoritaria, e oggi sembra raccogliere soprattutto ex Pci e almeno tre concentrazioni di "rifondatori", fra le quali spicca la Sel (Sinistra, ecologia, libertà) del governatore della Puglia Nichi Vendola, grande nemico interno di D’Alema. Sul palco di piazza del Popolo non c’era nessun rappresentante dell’ala cattolica ex Dc del Partito democratico, mentre l’Udc, sebbene alleata in alcune Regioni, aveva sconsigliato la manifestazione. Se ci sia un futuro per questa rinata Unione, nessuno può dirlo. Così come nessuno può dire davvero perché sta per nascere la "Generazione Italia" nel Pdl, voluta dal "cofondatore" dello stesso "Popolo" Fini. Lo sapremo forse dopo le regionali, cioè dopo l’ennesimo referendum pro o contro il Cavaliere. Beppe Del Colle
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