Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Un popolo religioso
ospitale e accogliente

 
Attualità.
di Stefano Stimamiglio


PRETI ROM
FRA’ PASQUALE E DON OSVALDO, STORIE DI NOMADI CONSACRATI A DIO


DAL "CAMPO" ALLA TONACA

Non soltanto sgomberi, pregiudizi e disagio, ma anche belle e significative storie di vita. Dedicata agli altri.

«Cristo si è fermato a Eboli per chiamare me», dice, facendo il verso al noto romanzo di Carlo Levi, con un sorriso che però non nasconde le fatiche del passato, fra Pasquale Barbetta, 44 anni, frate cappuccino di origine rom originario della cittadina campana. Sguardo profondo, barba curata che fa da corona a un volto sereno, occhi vispi che lasciano immaginare come doveva essere questo uomo da bambino, sempre attento a cogliere ogni occasione per capire la realtà, quella realtà che, crescendo, diventava sempre più difficile. Un lungo percorso di vita che non gli ha risparmiato le fatiche, comuni a tanti della sua etnia, fatta di povertà e di discriminazioni, che ha però trovato l’esito finale, quasi il riscatto, nella vocazione religiosa.

«La mia famiglia aveva 10 figli e si era sedentarizzata. Il nostro ambiente non ci portava a vivere come gli altri bambini, ad esempio frequentando la scuola. Scappavo spesso dalla classe in cerca della mia libertà». Ripercorre il suo passato, fra’ Pasquale: «Ho ripetuto diverse volte la quinta elementare, ottenendo la licenza media solo molti anni dopo. Mio padre una notte, quando avevo circa 10 anni, è stato arrestato a causa di un furto di animali, si è fatto tre anni e mezzo di carcere, causando in famiglia uno stato di abbandono e solitudine».

Ma anche lui a 14 anni il carcere lo ha conosciuto: «Una domenica al mercato fui accusato ingiustamente da una signora di aver rubato il suo portafoglio: non scappai perché mi sapevo innocente». Risultato: oltre 40 giorni di carcere prima di essere scagionato e vivere, finalmente, la sua conversione.

Fra Pasquale Barbetta davanti alla riproduzione di una scena di vita di san Francesco nel convento dei Cappuccini a Giffoni Valle Piana.
Fra Pasquale Barbetta davanti alla riproduzione di una scena di vita
di san Francesco nel convento dei Cappuccini a Giffoni Valle Piana
(foto Giancarlo Giuliani).

Il primo incontro con Gesù

Il racconto continua: «Appena uscito dal carcere andavo spesso con mio fratello dai frati a chiedere da mangiare. Un giorno gli diedero la Bibbia e cominciò a leggermela. Io ero analfabeta... È lì che ho conosciuto Gesù. Partito mio fratello per il collegio francescano per completare gli studi superiori, ho imparato da solo a leggere la Bibbia e, a 16 anni, di nascosto dai miei familiari ho iniziato a frequentare i frati».

Week end vocazionali, discernimento e a 18 anni l’entrata, tra i contrasti familiari, nel vocazionario dei Cappuccini campani, dove fra Pasquale resterà sette anni: «Conobbi una ragazza a Rimini in occasione di un meeting del Rinnovamento nello Spirito e mi innamorai. Così decisi di uscire. La storia non durò molto. Nei 10 anni successivi ho lavorato come operaio al Nord, finché ho capito che la mia vita era qui, al servizio del Signore: così ho chiesto di rientrare per completare la formazione».

Ora vive nel convento di Giffoni Valle Piana e il suo futuro lo immagina lontano dalla sua comunità di origine: «Non sento per il momento la chiamata particolare a tornare tra i miei fratelli rom. Gesù stesso non ebbe difficoltà ad annunciare il regno di Dio tra quelli della sua famiglia?».

Una situazione comune a molte vocazioni rom. «Attualmente», conferma padre Luigi Peraboni, sacerdote barnabita 75enne che da 36 anni si dedica all’evangelizzazione dei nomadi, «le vocazioni che escono dall’etnia rom/sinti sono circa 130: 70 preti e 60 suore. Pochi di loro decidono di dedicarsi effettivamente all’annunzio di Cristo in mezzo alla loro gente, dotata di una profonda religiosità che da 600 anni attende solo di essere evangelizzata».

Padre Luigi ha scoperto la sua vocazione particolare affiancandosi a don Mario Riboldi, sacerdote milanese che da sempre si è sentito chiamato a vivere in mezzo ai nomadi. «In tutti questi anni in Italia abbiamo dato ai rom solo qualche struttura, dei campi, forse delle case, ma non quello di cui hanno più bisogno: il Vangelo».

Anche don Osvaldo Morelli, 36 anni, da cinque sacerdote della diocesi di Sessa Aurunca, proviene dall’etnia rom. Parroco di San Sisto a Nocelleto di Carinola, in provincia di Caserta, ha una bella storia vocazionale, forse meno tribolata di quella di fra Pasquale.

L’evangelizzazione è ancora scarsa

«Sono nato a Santa Maria Capua a Vetere e sono rom abruzzese. La mia famiglia era stanziale e quindi abbastanza inserita nel contesto locale, a partire dalla parrocchia». A Mondragone incontra anche lui i frati cappuccini, che lo iniziano alla vita cristiana. Poi, a 14 anni, la decisione di approfondire la propria vocazione nel seminario minore di Sessa Aurunca: «A 18 anni ho fatto un’esperienza a Loppiano dai focolarini, che mi ha indirizzato alla vita sacerdotale diocesana; così sono entrato nel seminario di Napoli, dove ho compiuto i miei studi fino all’ordinazione».

I rapporti con la sua etnia sono frequenti, ma anche lui non si sente chiamato ai suoi fratelli rom: «Sento profondamente la mia origine ma la mia chiamata è qui, in parrocchia». E la Chiesa, quanto fa per i rom? «La Chiesa fa molto a livello caritativo ma nell’evangelizzazione ancora troppo poco. Tutto è rimesso soltanto ad alcune persone di buona volontà, i religiosi che hanno fatto la scelta di dedicare la loro vita a questa popolazione. Per una vera opera di evangelizzazione occorrerebbe un coinvolgimento maggiore delle parrocchie dove risiedono i rom: basta poco, per esempio andarli a trovare nei campi, organizzare delle attività formative, far incontrare le persone».

Stefano Stimamiglio
   
   
ANCHE I NOMADI DIVENTANO SANTI

Forse pochi lo sanno ma anche i nomadi, i Kalós, hanno il "loro" santo: si tratta di Ceferino Giménez Malla, detto "el Pelé", morto nel 1936 durante la guerra civile spagnola e beatificato da Giovanni Paolo II il 4 maggio 1997. Nato da genitori nomadi nell’agosto 1861 a Benavent de Lérida (Catalogna), luogo di sosta per molti gitani dell’epoca, il bimbo venne subito battezzato nella parrocchia locale.

Di famiglia povera, praticò per qualche anno l’accattonaggio, diventando successivamente commerciante di animali. Si sposò a soli 18 anni (il matrimonio con rito cattolico, inusuale per i nomadi dell’epoca, fu celebrato nel 1912) con una ragazza gitana, Teresa, dalla quale non ebbe figli. Venne fucilato in odio alla fede presso il cimitero di Barbastro, in Aragona, nell’estate del 1936 per aver difeso un sacerdote. Al momento dell’esecuzione stringeva tra le mani una corona del rosario, motivo per cui è stato definito "martire del rosario". Sono attualmente in corso altri due processi di beatificazione di persone rom: un uomo, Juan Ramon, e una donna, Emilia.

S.St.


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