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«Voglio vedere chi riesce a farmi andar via!». Scherza, ma non troppo, Pippo Baudo, che a maggio dovrà vedersela con i dirigenti Rai per il rinnovo del suo contratto. Il "signore della Tv" finge di non pensarci, ma quell’appuntamento è importante. Pippo non è uno che vuole uscire di scena, perché ha ancora tanto da dare a mamma Rai, e mamma Rai non sta attraversando un momento tanto felice, non può certo permettersi di perdere un professionista che ancora oggi salva la trasmissione della domenica, quella Domenica in ereditata dal grande Corrado, facendo dimenticare in pochi istanti, col suo senso dello spettacolo, la gazzarra spesso indecorosa di chi lo precede con l’Arena. Io e Pippo ci conosciamo da cinquant’anni. Lui a Roma conduceva Guida agli emigranti, io a Milano cominciavo il lungo percorso per diventare giornalista. Non ho mai chiesto a Pippo se gli piacevano i cani ma, e lui lo sa, proprio a un cane, sia pur famoso, deve la sua grande occasione. Si chiamava Rin Tin Tin ed era un idolo di grandi e piccini negli anni Sessanta. Il telefilm andava in onda la domenica, ma il 6 febbraio la puntata prevista non arrivò in tempo per essere trasmessa. Panico e soluzione tampone. Da tempo un certo Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, detto Pippo, aveva registrato la puntata "zero" di una trasmissione, Settevoci, che era stata bocciata dai dirigenti della Tv milanese. E per "colpa" di Rin Tin Tin fece il suo esordio.
L’accusa di "nazionalpopolare" Nacque così il primo "talent show" della preistoria ed ebbe tanto successo che non solo non fu mai cancellato dal palinsesto, ma addirittura fu collocato a "far da traino" al Tg di Raiuno. E quel ragazzo di Militello, Catania, che era diventato avvocato per far contento il papà, divenne di colpo una star della Tv. E lo è ancora oggi, che ha compiuto mezzo secolo di carriera. Pippo ha percorso in lungo e in largo il pianeta Tv, scoprendo personaggi come Beppe Grillo e Lorella Cuccarini, Leonardo Pieraccioni e Aldo, Giovanni e Giacomo, Heather Parisi e Loretta Goggi. Sulla nostra Tv ha le idee chiare: «È come una spugna, raccoglie tutto quel che c’è sul pavimento e lo spreme: ne fuoriesce il succo della società». Con lui la Rai è stata madre e matrigna: quando nel 1986 conduceva un Fantastico che più fantastico non poteva essere, il presidente Enrico Manca definì la trasmissione "nazionalpopolare" aggiungendo che non intendeva farle un complimento. Pippo prese cappello in diretta ed emigrò a Mediaset. Aveva capito che quella del sabato non era più la serata adatta per trasmettere un varietà e coraggiosamente spostò il suo debutto, intitolato Festival, al venerdì. Non durò a lungo, la guerra che gli fecero a Mediaset, dai tecnici agli artisti, senza che la dirigenza muovesse un dito in suo favore, era insostenibile. Altro colpo di scena: in una conferenza stampa annunciò che avrebbe rotto il contratto. «Mi costò praticamente tutto quello che avevo», ammise, «ma lavorare "contro" non è il mio genere». Pagò una penale miliardaria e ricominciò... da Tre. In Rai infatti lo accolse soltanto la terza rete e lui regalò alla sua nuova casa e ai telespettatori una trasmissione straordinaria, Giorno dopo giorno. «Viale Mazzini», dichiara, «è una specie di carcere, tante celle che si affacciano su lunghi corridoi. Quando ero in disgrazia nessuno usciva a salutarmi. Ma quando hai successo tutti corrono festanti a darti il benvenuto. L’audience influisce anche sulle amicizie». E il successo tornò, sino a riportarlo su Raiuno, ai più riusciti Festival di Sanremo, che sapeva presentare, ma soprattutto creare, scovando canzoni che diventavano subito popolari.
«Sì, a ritirare un premio alla carriera. Questi premi portano sfortuna, mettono solo in pace la cattiva coscienza di chi li assegna e, in pratica, sono un de profundis per chi li riceve. Io con quel Festival non c’entravo niente, perché mai avrei dovuto salire sul palco?». Non ha torto Pippo, dopo 13 Sanremo avrebbero potuto, anzi dovuto chiamarlo a organizzare quella serata mito e, ne sono certo, molti più artisti prestigiosi avrebbero accettato il suo invito. Sull’ultimo Festival, ma soprattutto sull’invasione degli ultracorpi provenienti dai talent show, Pippo ha le idee chiare: «Probabilmente questo è stato l’ultimo. Non dico che Sanremo non si farà più, ma dopo i risultati di quest’anno, e non mi riferisco solo ai talent show, quale cantante importante accetterà ancora di farsi prendere in giro? I talent show creano anche dei talenti veri, ma non sono subito pronti per giocare in serie A. Un po’ di gavetta fa soltanto bene a una carriera che sta nascendo. I talent sono brevi esibizioni di cantanti alternate a lunghe disquisizioni di giurati esibizionisti». La Tv di oggi piace poco a uno che come lui l’ha percorsa in lungo e in largo, quindi inutile aspettarsi una risposta diplomatica quando si tocca l’argomento "reality". «Certo in Tv funziona di più mettere 10 persone dentro una casa davanti a 20 telecamere fisse e vedere cosa succede. Oppure far esplodere la quiz mania: quattro domande che fanno sembrare importanti le persone a casa se sanno rispondere...».
«Mah, forse è davvero una leggenda. Io dovevo discutere la laurea a Catania, ma sognavo di fare lo showman, così quando mi invitarono a Erice per presentare la finale del concorso Miss Sicilia accettai subito senza pensare al mattino dopo. A Erice mi portò un amico, ma non poteva fermarsi e così dopo lo spettacolo feci l’autostop e salii su un camioncino che trasportava verze e insalata. Il tempo di arrivare a casa mentre albeggiava, cambiarmi d’abito e andare a discutere la tesi. Andò molto bene, 110 e lode. Ma tanto sapevo che non avrei mai accontentato mio papà che mi voleva avvocato...».
«Non credo proprio, l’ho detto anche a Bruno Vespa in
una puntata di Porta a porta. Mi barrico in Rai e vediamo chi mi fa
sloggiare. E lui ha detto che mi farà compagnia!».
Gigi
Vesigna
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