Un
filtro al rubinetto?
Costoso e spesso inutile
Sindaci
e associazioni:
i servizi non si toccano
"Acquarubata"
in Tv:
cos’è successo dopo
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a
cura di Giuseppe Altamore
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L’ACQUA
IN VENDITA
UN BENE COMUNE ESSENZIALE PER LA VITA, DA CONOSCERE E DIFENDERE
UN
PAESE COLABRODO
MA È SALVA LA QUALITÀ
Perdiamo
più del 30 per cento e otto milioni di italiani hanno un servizio scadente.
Liscia,
gassata, di rubinetto o depurata : l’acqua da diritto basilare è
diventata nella realtà un bene di consumo come tanti, una merce da
vendere sul mercato globale. Il Decreto Ronchi, convertito lo scorso
novembre in Legge, prevede all’articolo 15 la liberalizzazione dei
servizi pubblici locali, con l’obiettivo di promuovere la concorrenza.
Che cosa accadrà ai nostri acquedotti pubblici con l’obbligo di
cedere fino al 70 per cento delle azioni entro il 2015? In pratica, i
Comuni sono obbligati a privatizzare il servizio idrico e molti temono
vertiginosi aumenti delle tariffe, mentre nel Paese sta crescendo un
vasto movimento di protesta. In queste pagine, oltre a spiegare quale
sarà il destino di questo essenziale servizio pubblico, impareremo a
conoscere meglio un bene comune al centro di troppi interessi economici.
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Otto milioni di italiani che rimangono a
secco e non solo d’estate. Il 30 per cento del Belpaese che scarica il
contenuto delle fogne direttamente nei fiumi e nel mare senza il passaggio
nel depuratore. Una rete idrica colabrodo con perdite medie del 35 per cento
e punte di oltre il 50 per cento. È la radiografia di un Paese che fa acqua
da tutte le parti. Un’emergenza ignorata che ci costerà oltre 60 miliardi
di euro distribuiti in 30 anni. Soldi che sborseremo con le bollette sempre
più salate, tanto che il Coviri (Comitato di vigilanza sulle risorse
idriche) ha calcolato che pagheremo come minimo 115 euro in più a testa
ogni anno per 20 anni. Una bolletta più cara di 460 euro all’anno per una
famiglia di quattro persone. Un servizio dunque che ci costerà sempre di
più, secondo alcuni anche per effetto della privatizzazione, ma al di là
dei milioni di italiani che durante l’estate hanno una dotazione media a
persona che scende ai livelli del Congo, cioè sotto i 50 litri al giorno,
com’è la qualità di ciò che beviamo?

Foto AP/La
Presse.
«Ottima», esordisce Massimo Ottaviani, direttore del Reparto di
igiene delle acque interne dell’Istituto superiore di sanità (Iss), «i
controlli sono effettuati con regolarità dalle Arpa, dalle Asl e dagli
stessi gestori». Una qualità garantita da una legislazione severa. «Anche
se la responsabilità del gestore si arresta al contatore». Spesso sono le
condutture dei privati a nascondere qualche insidia. «In linea di massima
non abbiamo riscontrato problemi», rassicura il dirigente dell’Iss. «Da
una recente ricerca, sono emersi pochi casi critici per il superamento del
limite previsto per il nichel e il piombo, ma nulla di drammatico».

Semmai il problema più serio potrebbe essere rappresentato dalle deroghe
previste dalla legge per quelle zone del Paese che non riescono a rispettare
i parametri fissati dal Decreto legislativo n. 31 del 2001. Deroghe che
erano state concesse in via temporanea per due trienni consecutivi dal
ministero della Salute e scadute il 30 aprile del 2009. Di conseguenza, l’acqua
di alcune zone delle Province autonome di Trento e di Bolzano e delle
Regioni Campania, Lazio, Lombardia, Toscana e Umbria avrebbe dovuto essere
dichiarata non "potabile". Ma un provvidenziale Decreto
ministeriale del 30 dicembre 2009, firmato da Ferruccio Fazio, ha
"derogato" le deroghe in attesa del pronunciamento della
Commissione europea. Così, gli abitanti di alcuni Comuni del Centro-Nord
continuano a bere acqua con un contenuto di arsenico che supera
abbondantemente il limite di 10 microgrammi per litro. «È giusto essere
prudenti», dice Ottaviani, «ma parliamo di un rischio remoto, considerando
un consumo di due litri al giorno per 70 anni... semmai il problema è un
altro: certi allarmi sono strumentalizzati dalla concorrenza, spesso sleale:
chi vende l’acqua minerale».
| A
CHI SPETTANO I CONTROLLI?
L’acqua per definizione si dice potabile quando è limpida,
trasparente, incolore, non contiene sostanze dannose alla salute né
batteri patogeni e una quantità di sali equilibrata. Il D.lgs. n. 31
del 2001 ha esteso il concetto di potabilità alle acque che hanno un
uso igienico o, più in generale, domestico.
- Come è garantito il rispetto di un buon livello di qualità?
In primo luogo vengono selezionate le risorse idriche che potranno
essere usate per produrre acqua potabile, scartando quelle fonti che,
per la presenza di massicci insediamenti produttivi, risultano
eccessivamente inquinate. Il D.lgs. n. 31 del 2001 detta i requisiti di
qualità delle acque destinate al consumo umano, qualunque ne sia l’origine,
sia che vengano prelevate alla fonte, sia che vengano distribuite da
acquedotti pubblici.
- Cosa si intende per acque destinate al consumo umano?
Le acque, trattate o no, che possono essere bevute, usate per la
preparazione di cibi, bevande o per altri usi domestici, a prescindere
dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di
distribuzione, mediante cisterne, in bottiglie o in contenitori.
- Chi effettua i controlli sulla qualità dell’acqua?
I controlli possono essere interni ed esterni. Quelli interni sono
effettuati dal gestore che fornisce il servizio idrico, che ha il dovere
di conoscere le caratteristiche dell’acqua che eroga ed eventualmente
adottare interventi in caso di variazioni della qualità. I risultati
dei controlli devono essere conservati per almeno cinque anni, per un’eventuale
consultazione da parte dell’amministrazione che effettua i controlli
esterni. Quest’ultimi sono svolti dall’Azienda sanitaria locale
territorialmente competente. Il controllo viene effettuato per
verificare che l’acqua analizzata risponda ai requisiti richiesti e
per applicare le eventuali sanzioni previste dalla legge.
- Cosa succede se dopo un controllo l’acqua non risponde ai
requisiti di legge?
L’Autorità d’ambito, d’intesa con l’Asl e con il gestore che
fornisce il servizio idrico, individua tempestivamente le cause per cui
l’acqua non risulta conforme ai requisiti e indica i provvedimenti
necessari a ripristinare la qualità, tenendo conto del potenziale
pericolo per la salute. Qualora non vengano superati i parametri
richiesti per legge, ma per qualche motivo l’acqua presenti un
potenziale pericolo, l’Asl informa l’Autorità d’ambito che vieta
la distribuzione o ne limita l’uso. Oppure vengono adottati altri
provvedimenti idonei a tutelare la salute umana.
- Che differenza c’è tra l’acqua minerale e l’acqua potabile?
Per la legge sono due prodotti diversi, in realtà l’unica
sostanziale differenza è la clorazione delle acque potabili. Dal 2004
anche le acque minerali possono essere sottoposte a trattamento con
ozono per abbassare il livello di arsenico o di manganese. Purtroppo
questo trattamento genera bromati, sostanze potenzialmente pericolose
per la salute.
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| UN
MERCATO IDRICO CHE FA GOLA
60,52 miliardi di euro i
fondi necessari per rimettere in sesto la rete idrica nazionale, da
spendere in 30 anni
6,116 miliardi di euro i
ricavi ottenuti dalla vendita di acqua a fronte di investimenti
per 1,109 miliardi di euro.
Da dove arriva ciò che beviamo?
53%da fonti sotterranee
37% da sorgenti
10% da fiumi e laghi
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