Un
Paese colabrodo
ma è salva la qualità
Sindaci
e associazioni:
i servizi non si toccano
"Acquarubata"
in Tv:
cos’è successo dopo
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a
cura di Giuseppe Altamore
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L’ACQUA
IN VENDITA
UN BENE COMUNE ESSENZIALE PER LA VITA, DA CONOSCERE E DIFENDERE
UN
FILTRO AL RUBINETTO?
COSTOSO E SPESSO INUTILE
Da
evitare gli impianti a osmosi inversa: impoveriscono il contenuto salino.
Occhio alle truffe.
Squilla il telefono.
Una cortese voce femminile lancia un allarme: «Lo sa che l’acqua del suo
rubinetto è tossica?» In breve, arriva la proposta di installare un
depuratore che renderà l’acqua più sicura. Il cliente di turno si
ritroverà così con un costoso apparecchio che produce perfino le
bollicine. Ma che cosa sono e a che cosa servono questi impianti? In Italia,
la materia è regolata da un Decreto del ministero della Salute di 20 anni
fa (n. 443/1990) in via di revisione.
Il più delle volte, vi proporranno un impianto a osmosi inversa, che ha
la proprietà di ridurre il contenuto salino del 90 per cento circa. «Per
convincere il cliente esiste una dimostrazione visiva estremamente efficace,
che mostra come l’acqua non trattata, con maggiore contenuto salino, possa
provocare per elettrolisi il discioglimento di un elettrodo metallico (in
genere ferro) che crea nell’acqua sia una "nube" più o meno
rossastra sia un innalzamento della sua temperatura», chiarisce Luciano
Coccagna, ex presidente di Aqua Italia, l’associazione che rappresenta
i produttori degli impianti di potabilizzazione domestica. «Pur essendo di
per sé una banale e onesta prova elettrochimica, essa è stata spesso
utilizzata per raccontare frottole, ossia per affermare che quella nube
rossastra era costituita da porcherie presenti nell’acqua».
Quest’uso truffaldino della dimostrazione è talmente noto e datato che
già da tempo le aziende più serie del settore hanno diffidato i propri
agenti e concessionari dal farne uso. Non stupisce quindi che alcune imprese
«curiosamente concentrate nel Padovano, ma anche a Roma e a Torino, spesso
emanazioni o eredi di altre aziende con un passato di truffe nel mercato
immobiliare, in quello dei computer, delle enciclopedie…», aggiunge
Coccagna, «si siano rapidamente convertite al nuovo business: ad esempio,
"donando" l’apparecchio al cliente, ma con un contratto di
servizio di manutenzione pluriennale e a costi folli...».
Una politica commerciale aggressiva contrastata da Aqua Italia e dalle
associazioni di consumatori con esposti alla magistratura. Le accuse
principali riguardano l’eccessivo impoverimento del contenuto salino dell’acqua
e le crescite microbiche nell’acqua trattata in modo non adeguato.
Ma perché complicarsi la vita installando nella propria casa un
"depuratore" se l’acqua potabile è sicura e controllata? Se
proprio non vi piace l’acqua di rubinetto è sufficiente un filtro
composito fornito di un gasatore. È sufficiente a migliorare il sapore e a
eliminare i residui della clorazione. La spesa per questi apparecchi più
semplici non supera i 500 euro. Sono invece sconsigliate le brocche dotate
di filtri "miracolosi".
| DEPURATORI,
LA "TASSA" VA RESTITUITA
Un Decreto ministeriale pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale dell’8 febbraio scorso ha regolato i rimborsi sulla
tariffa di depurazione dell0acqua, come da sentenza n. 335/2008 della
Corte costituzionale. Ma gli esborsi dei gestori idrici saranno a carico
dei cittadini che pagano la tariffa di depurazione, la quale ha una
storia lunga. Nel lontano 1994 uscì una Legge (n. 36) che riformò
tutto il sistema idrico italiano, allora frammentato in più di 12.500
aziende. Sembrava un’idea luminosa, ma a distanza di 16 anni la
riforma è ancora in corso e intanto, come era prevedibile, è aumentata
la tariffa che comprende la vecchia "tassa di depurazione",
con una furbata che ha consentito all’erario di applicarvi e incassare
l’Iva del 10 per cento. Pochissimi Comuni avevano allora gli impianti
di depurazione per pulire le acque fognarie prima che finissero nei
fiumi, ma la Legge introdusse una seconda furbata: la tassa doveva
essere pagata in bolletta da tutti, anche se non c’era il depuratore,
perché il ricavato doveva servire a costruirlo. Molti Comuni hanno
incassato così una marea di soldi che nella maggior parte dei casi non
servivano a costruire gli impianti, tanto è vero che una Legge del 2002
(n. 179) cambiò tutto stabilendo con una formulazione fumosa che la
tassa non doveva più servire a finanziare la costruzione dei
depuratori, ma doveva essere messa «a disposizione dei soggetti gestori
del servizio idrico integrato la cui utilizzazione è vincolata all’attuazione
del piano d’ambito».
A un certo punto qualcuno si è stufato di questo
balletto e ha fatto ricorso a un giudice di pace, che ha rimesso la
questione alla Corte costituzionale con la seguente domanda: è
legittimo l’art. 14, comma 1, della Legge n. 36/1994 che obbliga a
pagare la tassa anche se non c’è il depuratore? La Corte
costituzionale (sentenza n. 335/2008) ha detto che è illegittimo,
perché la tassa è il corrispettivo di un servizio reso. Ora il Decreto
ministeriale ha diviso gli utenti in tre gruppi, con diritti diversi:
solo chi abita in zone dove il depuratore non è nemmeno in programma
riceverà l’indennizzo completo, mentre se il gestore ha già avviato
i progetti, gli assegni saranno alleggeriti dalle risorse già spese per
la programmazione. Se l’impianto non è ancora partito o si è rotto,
gli utenti riceveranno le quote pagate durante il periodo di
inattività.
Emanuele Piccari
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IL
CLORO FA MALE ALLA SALUTE?
- Perché è necessario usare il "cloro" nell'acqua?
Per evitare che l’acqua diventi veicolo di gravi infezioni, la
legge prevede la disinfezione. Il mezzo più usato è la clorazione
tramite l’impiego dell’ipoclorito e del biossido di cloro. Queste
due sostanze consentono il controllo di batteri fino al rubinetto. Ma
possono provocare a loro volta alcuni problemi sanitari. L’ipoclorito
produce circa 700 prodotti di reazione, tra i quali i trialometani che
sono un indice del totale dei prodotti clororganici che si sviluppano.
Il biossido di cloro produce un livello più basso di clororganici, ma
aumenta la quota di cloriti e clorati. L’uso della clorazione comporta
anche la produzione del pericoloso Thm, in particolare del cloroformio,
i cui effetti tumorali sono ben noti. Sembrerebbe che non ci sia via d’uscita:
o le infezioni mortali che in passato hanno decimato la popolazione o il
rischio di ammalarsi di tumore se si eccede con la disinfezione. In
realtà, i composti clororganici sono tenuti sotto stretta sorveglianza
e i limiti fissati dalla legge sono abbastanza severi.
È un parametro riferito al contenuto di calcio e magnesio ed è
espressa in gradi francesi: 1 grado corrisponde a 10 milligrammi/litro
di carbonato di calcio. In origine, la durezza esprimeva la capacità di
un’acqua di produrre schiuma quando veniva addizionata una certa
quantità di sapone: la presenza di calcio e magnesio ne riduce infatti
la formazione e quindi limita il "potere lavante" dell’acqua.
Per questa ragione nelle lavatrici vengono impiegati sistemi di
"addolcimento" per portare l’acqua a valori di durezza non
superiori a 5-10° francesi. Ecco la classificazione: leggere o dolci,
durezza inferiore a 15°; mediamente dure, durezza compresa tra 15 e
30°; dure, superiore a 30°. Non esiste un valore limite né per le
acque minerali, né per le acque potabili, ma un intervallo consigliato
per queste ultime compreso fra 15 e 50°, a dimostrazione che tutte le
persone sane e di qualunque età possono bere acque con tali valori di
durezza. Anzi, numerose ricerche dimostrano che un’acqua dura fa bene
al sistema cardiocircolatorio. Insomma, il calcare come si usa dire
comunemente fa male alla lavatrice ma è utile al nostro organismo,
quindi è meglio evitare certe acque leggere.
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