Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

Un Paese colabrodo
ma è salva la qualità

Un filtro al rubinetto?
Costoso e spesso inutile

"Acquarubata" in Tv:
cos’è successo dopo

 
Speciale.
a cura di Giuseppe Altamore


L’ACQUA IN VENDITA
UN BENE COMUNE ESSENZIALE PER LA VITA, DA CONOSCERE E DIFENDERE


SINDACI E ASSOCIAZIONI:
I SEVIZI NON SI TOCCANO


Una manifestazione nazionale, la raccolta di firme per un referendum abrogativo: è la "guerra" dell’acqua.

Sono donne e uomini appartenenti a comitati spontanei e associazioni, laiche e religiose, sindacali e politiche, un movimento trasversale della società civile che da anni contrasta il processo di privatizzazione della gestione dell’acqua iniziato nel 1994 e culminato recentemente nella conversione in legge del Decreto Ronchi, che di fatto obbliga i Comuni a cedere ai privati fino al 70 per cento delle azioni degli acquedotti pubblici entro il 2015. Un fronte vasto che comprende, da sabato 6 marzo, anche un’associazione costituita da oltre 150 Comuni amministrati sia dal Centrodestra sia dal Centrosinistra: tutti contro ogni ipotesi di privatizzazione a tappe forzate.

Cittadini che non si rassegnano e che hanno raccolto già più di 400 mila firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare che tuteli la gestione pubblica dell’acqua. Una proposta che però giace da tre anni nei cassetti delle commissioni parlamentari. Nel frattempo, «il Governo ha impresso un’ulteriore pesante accelerazione, approvando, nonostante l’indignazione generale, provvedimenti che consegnano il servizio idrico ai privati e alle multinazionali», denuncia il Forum italiano dei movimenti per l’acqua. E così il 20 marzo oltre 100 associazioni, migliaia di cittadini e numerosi sindaci con i loro gonfaloni sfilano per le vie di Roma con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e raccogliere le firme necessarie per indire un referendum abrogativo del Decreto Ronchi.

«Con questo provvedimento la gestione dell’acqua da risorsa tutelata e salvaguardata dalle comunità locali e dai sindaci, viene sottratta al controllo democratico e conferita al mercato globale, agli imprenditori e alle imprese private, spesso quotate in Borsa», denuncia Rosario Lembo, segretario generale del Contratto mondiale sull’acqua. «In Italia l’acqua non è più un bene comune, ma viene trasformata in una merce, che si vende, si trasferisce, si compra e si distrugge», aggiunge Lembo.

Sembrerebbe tutto limpido: da una parte un bene prezioso che appartiene a tutti, dall’altra chi vorrebbe speculare sottraendo le risorse idriche al controllo pubblico. Al di là degli slogan e dell’indignazione popolare si scopre una realtà un po’ più complessa. «Per lungo tempo siamo stati abituati a un meccanismo che addossa agli utenti solo una parte del costo totale del servizio idrico», spiega Antonio Massarutto, docente di Politica economica ed Economia pubblica all’Università di Udine.

«Grossomodo abbiamo pagato circa il 30 per cento del valore delle bollette. Lo Stato ha offerto i servizi idrici gratuitamente o quasi, il conto è finito nelle tasse. Con la Legge Galli del 1994 tutti i costi devono essere riversati nella tariffa», chiarisce il professore. E fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Il problema sorge quando si definiscono i diritti di proprietà sull’acqua, ammettendone la libera compravendita. «Ma questo tema», dice Massarutto, «non è mai stato all’ordine del giorno in Europa. Lo Stato non solo è proprietario delle risorse idriche: è il garante dell’interesse generale». I privati che si sostituiranno ai Comuni nella gestione del servizio si troveranno di fronte un Paese che fa acqua da tutte le parti (vedi articolo a pag. II) e già molte gare per l’affidamento nel Sud sono andate deserte, perché non c’è nulla da guadagnare. Mentre grandi enti gestori pubblici finora hanno dato più da mangiare che da bere.

Giuseppe Altamore
 
  
A FAVORE DELLA PRIVATIZZAZIONE

Se arrivano le multinazionali
ROBERTO BAZZANO, presidente di Federutility
 

Federutility è la federazione che riunisce oltre 460 aziende di servizi pubblici locali e che associa il 95 per cento dei gestori degli acquedotti.

  • Che giudizio date sul Decreto Ronchi?

«Vediamo luci e ombre. Le luci sono rappresentate dalla piena dignità riconosciuta alle società a capitale misto pubblico-privato. Le ombre riguardano la violenta accelerazione della privatizzazione».

  • Il Decreto viene presentato come un adeguamento alla normativa europea. È così?

«Sì, se parliamo della preminenza attribuita alle gare come procedura per l’assegnazione, no per l’annullamento di fatto delle gestioni con affidamento diretto. Manca poi un’autorità di regolazione che da un lato possa definire con equilibrio le tariffe e vigilare sulla qualità del servizio e dall’altro garantisca gli investitori a non essere soggetti agli arbìtri dei governanti di turno».

  • Aumenteranno le tariffe?

«Ora sono molto basse, ma sono molto bassi anche gli investimenti e quindi la qualità del servizio, soprattutto nelle Regioni del Sud».

  • Lei è presidente di una società quotata, la Iride. A parte le perplessità di cui ha parlato, nel complesso per i privati non è positiva questa nuova normativa?

«Noi siamo neutrali. Rileviamo solo che alle gare potrebbero partecipare gruppi internazionali che ambiscono a diventare gestori degli impianti. Alla luce della nostra pluriennale esperienza, riteniamo importante che ci sia uno sviluppo delle nostre aziende, per consentirci di competere ad armi pari».

Eugenio Arcidiacono

   

CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE

Il rischio: capitali sporchi da lavare
ALBERTO LUCARELLI
, professore di Diritto pubblico all'Università di Napoli
 

Il professor Lucarelli fa parte del comitato referendario Sì all’acqua pubblica che sta raccogliendo firme contro la privatizzazione degli acquedotti.

  • Professore, cosa chiedete con il referendum?

«L’abolizione dell’articolo del Decreto Ronchi che prevede l'obbligo di vendere il patrimonio idrico pubblico ai privati; l’abolizione della norma del codice Matteoli che consente comunque la possibilità di privatizzare gli impianti; l’abolizione di un altra norma del codice Matteoli in cui si prevede che le tariffe siano calcolate tenendo conto della remunerazione del capitale investito. In questo modo si legittima il gestore a operare con finalità di lucro, mentre noi riteniamo che eventuali utili debbano essere reinvestiti solo per migliorare il servizio».

  • Perché siete così contrari alla privatizzazione?

«Da quando questo processo è stato avviato, gli investimenti nel settore sono diminuiti drasticamente, a fronte di un consistente aumento delle tariffe e di una dispersione che resta molto alta, intorno al 35 per cento».

  • Chi entrerà nell’affare?

«Oltre a società straniere che già adesso esercitano una forte pressione di lobbying, l’acqua, come i rifiuti, rappresenta una polpetta molto appetitosa per la criminalità organizzata. Se società legate alla malavita dovessero vincere le gare per la gestione degli acquedotti, diventerebbero un ottimo strumento per "ripulire" capitali sporchi».

E.A.

   

30 MILA VITTIME OGNI GIORNO

Dal 1993, il 22 marzo è la Giornata mondiale dell’acqua. Un appuntamento annuale voluto dall’Assemblea generale dell’Onu per ricordarci quanto è prezioso questo primordiale elemento naturale. Ogni anno il tema è diverso e dovrebbe essere un’occasione per dibattere, informarsi e soprattutto per agire. Il prossimo 22 marzo è dedicato alla qualità dell’acqua. Un problema gigantesco: le fonti contaminate dall’inquinamento o da batteri provocano una strage quotidiana: 30 mila vittime tra cui molti bambini che vivono nelle bidonville del Terzo Mondo senza alcuna misura igienica.


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