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di
Alberto Laggia e Alberto Bobbio
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PEDOFILIA
DON DI NOTO COMMENTA LA LETTERA DEL PAPA ALL’IRLANDA
INDIETRO
NON SI TORNA
«Il
documento è una novità assoluta», dice il sacerdote siciliano.
«E
inaugura un nuovo fronte pastorale».
«Spero
che la Chiesa si impegni pastoralmente contro la pedofilia». Don
Fortunato Di Noto lo scriveva già nel 1996 in una lettera aperta sul Corriere
della Sera. Oltre a piegarsi sulle sofferenze per le vittime, il prete,
allora, era tra i pochissimi ad aver intuito le conseguenze deflagranti che
un’accusa di pedofilia rivolta a un consacrato avrebbe potuto causare.
Non a caso sarà proprio lui, il prossimo giugno, a volare
in Irlanda, invitato dalla Conferenza episcopale di quel Paese sconvolta
dallo scandalo-abusi, per portare la sua esperienza di sacerdote che da vent’anni
combatte la pedofilia e la pedopornografia on-line.
«Il documento del Papa
è una novità assoluta e inaugura un nuovo fronte pastorale: quello contro
la pedofilia»: è il primo commento di don Di Noto, fondatore dell’Associazione
Meter, alla lettera pastorale di Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda,
uscita nei giorni scorsi dopo i gravissimi episodi di abusi emersi tra il
clero irlandese. «Il Papa è chiarissimo, nessuno ha scuse di sorta: chi si
macchia di questi atti non deve sottrarsi alla giustizia di Dio, né a
quella dei tribunali. Da qui non si torna indietro».

I vescovi irlandesi durante una Messa
celebrata in Vaticano con il segretario
di Stato cardinale Tarcisio Bertone il 15 febbraio (foto AP).
- Vede un atteggiamento diverso delle gerarchie
ecclesiali nei confronti di questo fenomeno?
«Oggi non c’è più una conferenza episcopale anglofona
che non si sia attivata contro la pedofilia, aprendo un centro e un
programma di protezione per le vittime».
- Dopo i casi in Irlanda, Germania e Austria, può
scoppiare in Europa un "ciclone pedofilia" come quello di
dieci anni fa negli Usa?
«Gli atti di cui si sono macchiati molti sacerdoti e le
coperture date loro da alcuni vescovi sono fatti gravissimi. Mi pare, però,
che qualcuno abbia strumentalizzato queste vicende per colpire la Chiesa
cattolica».
- Che ne pensa della via del risarcimento economico
intrapreso dalla Chiesa americana?
«Che si potrebbe prevedere anche in Italia, come Chiesa,
un sostegno economico e psicologico alla famiglia dell’abusato. Ma non si
usa nei confronti dello Stato lo stesso zelo usato per sottolineare le
omissioni della Cei».
«Quand’è che anche il Senato, dopo il voto all’unanimità
della Camera, approverà la convenzione di Lanzarote, che prevede pene più
severe, un fondo per le vittime e tempi più lunghi per la prescrizione dei
reati di pedofilia?».
- Da dove dovrebbe partire la prevenzione del fenomeno
dentro la Chiesa?
«Dai seminari. La selezione va curata di più. Meglio
avere meno preti, ma che siano preti. E poi, in una società fortemente
erotizzata come la nostra, il seminario deve educare con serenità agli
affetti».
- C’entra qualcosa il celibato con la tendenza alla
pedofilia?
«È una perfetta fola laicista, grettamente
anticlericale: se facciamo le proporzioni, gli abusi sessuali sui minori
vengono perpetrati molto di più da chi celibe non è. Il vincolo
celibatario non c’entra per nulla».
- Riduzione allo stato laicale dei sacerdoti pedofili.
Concorda con la linea dell’assoluta severità?
«Già il Concilio di Elvira, nel IV secolo, prevedeva l’espulsione
dalla comunità ecclesiale di chi si macchiava di questi reati. Se un
sacerdote commette questo gravissimo peccato, accertato in via definitiva,
non può più fare il prete. D’altra parte, anche la legge va in questo
senso: un padre che abusa di un figlio perde la patria potestà».
- Insomma un sacerdote che si macchia di pedofilia deve
essere ridotto allo stato laicale?
«È inevitabile».
- Un personaggio autorevole come monsignor Charles J.
Scicluna, "promotore di giustizia" alla Congregazione per la
dottrina della fede, ha affermato che «una certa cultura del silenzio
è ancora troppo diffusa nella Penisola». Che ne pensa?
«Dico solo che se noi staremo nel silenzio, grideranno
soltanto le vittime. E se non grideranno ora, lo faranno dopo. Ma aggiungo
anche: se non ascolteremo il grido degli innocenti, come Chiesa, sarà Dio
ad ascoltarli e sarà lui a intervenire».
«A volte non si sa gestire il problema. Ho ricevuto più
volte telefonate di vescovi che mi chiedevano consigli. Quando arriva una
segnalazione, o si presenta la famiglia di un abusato, il vescovo deve
mettersi in ascolto, deve fare il padre, senza scandalizzarsi; e deve
attivare anzitutto ogni forma di protezione della vittima. E saggezza vuole
che si sospendano dalle funzioni ministeriali e pastorali i sacerdoti
coinvolti».
- Lei ha conosciuto più di un sacerdote abusante. Cosa
ha consigliato loro?
«Di autodenunciarsi subito».
- Ha l’impressione che i silenzi usati dalla Chiesa in
passato abbiano compromesso le indagini sui fatti?
«Sì, in alcuni casi».
- Ma al contempo Meter è conosciuta come uno dei
movimenti più impegnati in Europa contro la pedofilia e in 20 anni ha
denunciato qualcosa come 200 mila siti pedopornografici...
«Quando cominciai ero un sacerdote solo. L’anno scorso,
quando abbiamo organizzato la XIV Giornata dei bambini vittime della
violenza, abbiamo ricevuto l’adesione di 40 diocesi e lo stesso Benedetto
XVI ci ha ricordati il 3 maggio al Regina Caeli in piazza San Pietro».
- L’ultimo segnale di speranza in questa battaglia?
«Lo scioglimento del partito pedofilo olandese. Ora
attendiamo che il nostro Parlamento approvi le norme contro l’apologia di
pedofilia».
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LA
GIUSTIZIA DI DIO E QUELLA DEGLI UOMINI
Ispezioni nelle diocesi e nelle congregazioni religiose, un anno di
preghiera e una "missione" speciale di predicatori per
vescovi, sacerdoti e religiosi. E poi la vergogna.
Benedetto XVI carica ancora una volta su di sé le colpe della Chiesa
e di tanti suoi figli. Nella lettera ai cattolici irlandesi sugli abusi
sessuali da parte dei sacerdoti, che vale per tutta la Chiesa, il Papa
usa toni severissimi, parole forti, le più forti mai usate nel corso
del pontificato: «È con grande preoccupazione che vi scrivo».
Sottolinea la «gravità delle colpe» e la «risposta spesso
inadeguata» e propone un cammino di «guarigione, rinnovamento e
riparazione», con «coraggio e determinazione», ben sapendo che la
questione dell’abuso sessuale non è un problema solo dell’Irlanda e
non solo della Chiesa e che «questa penosa situazione non si risolverà
in breve tempo».
Molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare, attraverso uno
sforzo concertato, un «onesto auto-esame» di quanto è accaduto e un «convinto
programma di rinnovamento ecclesiale e individuale». Bisogna «agire
con urgenza», perché i fatti hanno avuto conseguenze «tragiche per le
vittime, ma anche per la Chiesa, e hanno «oscurato la luce del Vangelo
a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzioni».
Il Papa chiede alle vittime di perdonare con l’aiuto di Dio ed esprime
a nome della Chiesa «la vergogna e il rimorso che tutti proviamo».
I colpevoli li chiama traditori e avverte: «Dovete rispondere
davanti a Dio e ai tribunali debitamente costituiti». Li accusa di
avere «rovesciato vergogna e disonore» sugli altri sacerdoti, di aver
violato il sacramento dell’Ordine, procurando un danno alla Chiesa e
alla percezione del sacerdozio: «Sottomettetevi alle esigenze della
giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio».
È un Papa sgomento, preoccupato per gli altri sacerdoti, che vengono
accusati quasi di associazione a delinquere, per il solo fatto di essere
preti. A essi chiede di non sentirsi «colpevoli dei misfatti di altri».
Ma è sui vescovi che è particolarmente deciso. Benedetto XVI denuncia «mancanze
di governo e gravi errori di giudizio», che hanno «seriamente minato»
la credibilità dei vescovi e l’efficacia della loro azione.
Impone loro di continuare a cooperare con le autorità civili, di
aggiornare le norme, di applicarle in «modo pieno e imparziale». In
passato, invece, non si sono denunciati gli abusi in nome di una
preoccupazione «fuori luogo», per evitare scandali.
A livello generale il Papa assicura che la Chiesa ha compiuto «una
grande mole di lavoro» e che le norme di alcune conferenze episcopali
sono considerate un modello. E ripete che è disposto a incontrare
ancora le vittime, come è già avvenuto in Australia e negli Usa.
Alberto Bobbio
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