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cura di Giuseppe Altamore |
I NOSTRI SOLDI COME
DIFENDERE
La notizia non è allegra e sembra fatta apposta per spaventare: chi andrà in pensione nel 2035 riceverà il 58 per cento dell’ultimo stipendio contro l’attuale 70-80 per cento. Lo afferma il Rapporto sullo Stato sociale 2010, secondo il quale gli italiani vedono anche crollare il proprio potere d’acquisto. Generalmente, queste stime sul destino della nostra previdenza circolano per indurre i risparmiatori ad abboccare a qualche fondo comune o a un piano di accumulo presso qualche compagnia assicurativa. Insomma, potremmo essere tutti un pochino più poveri. Ma niente paura, c’è tutto il tempo per prepararsi una pensione di scorta. Non necessariamente ricorrendo ai fondi pensione abbandonando il Tfr (Trattamento di fine rapporto). Intanto per prepararsi un futuro dignitoso è fondamentale difendere i propri risparmi dall’inflazione, obiettivo non facile da raggiungere. «L’investimento che meglio difende dall’inflazione non è quotato in Borsa, non si sottoscrive alle Poste né viene offerto dai promotori finanziari», chiarisce Beppe Scienza, docente di Matematica all’Università di Torino e autore del Risparmio tradito (Edizioni Libreria Cortina). «È nominativo, non trasferibile e può durare fino all’età della pensione», aggiunge il professore. «Si tratta del tanto discusso Tfr».
«Certo, il potere d’acquisto del Tfr, al netto delle imposte, si conserva persino con 30 anni d’inflazione al 7 per cento, equivalenti a un aumento complessivo del costo della vita superiore al 650 per cento. Nessun altro investimento è così difensivo».
«Da parecchi mesi gli aumenti medi dei prezzi sono contenuti, ma una forte inflazione appare come una soluzione per ridurre il peso del debito pubblico, accresciuto dai salvataggi bancari seguiti alla crisi finanziaria. Certo che anche tale previsione è incerta: un’opposta scuola di pensiero ipotizza prezzi stabili per parecchi anni, come in Giappone dove attualmente sono al livello del 1993».
«Un risparmiatore prudente farebbe bene a prendere in seria considerazione gli investimenti legati al costo della vita. A medio-lungo termine potranno anche risultare meno redditizi di altri, ma di certo sono meno rischiosi. Tfr a parte, sono di tre tipi quelli che offrono tale indicizzazione: obbligazioni societarie, titoli di Stato e Buoni postali, in ordine decrescente di rendimento».
«Principalmente parliamo di Btp-i cioè Buoni del tesoro poliennali indicizzati all’inflazione dell’eurozona. A essi se ne aggiunge uno agganciato a quella interna: è il Repubblica Italiana 2,25 per cento 2019, emesso originariamente da Infrastrutture spa (Ispa), purtroppo non quotato in Italia e acquistabile soltanto se l’intermediario (banca, sim eccetera) ci mette un po’ d’impegno».
«Per i Btp-i il rendimento
netto reale a scadenza, cioè tolte imposte e perdita di potere d’acquisto,
è nell’ordine dell’1,5-2 per cento annuo a seconda delle scadenze. Però
è possibile vedere scendere la loro quotazione, in particolare se salgono i
tassi d’interesse nominali. Per evitare tale rischio c’è una soluzione,
ritagliata su misura per i risparmiatori. Sono i Buoni fruttiferi postali
indicizzati all’inflazione e garantiti dallo Stato. Danno diritto al
rimborso senza nessuna perdita nominale, neanche per commissioni o simili, in
qualunque giorno; anche l’indomani dell’acquisto. E dopo 18 mesi è
assicurata anche la rivalutazione maturata».
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