Dalla parte dei lettori.

NUOVI MEDIA

I dati sensibili alla prova del Web
LA DIFESA DELLA PRIVACY IN RETE

  
Le informazioni di carattere personale hanno un grande valore in Internet e vanno salvaguardate. È bene conoscere i pericoli e le (poche) garanzie.
  

«Siamo cresciuti nei nostri primi dieci anni di Internet pensando alla Rete come a una bacheca nell’atrio di un grande luogo pubblico. È forse ora di iniziare a convincersi che si tratta invece di una parte liberamente accessibile della nostra privatissima casa». L’ammissione di uno dei più acuti conoscitori della Rete, Massimo Mantellini, è un invito a prendere coscienza, senza facili allarmismi, di un problema virtuale ma reale: la privacy in Internet. I diritti in ambito digitale sono poco percepiti dagli utenti del Web che, purtroppo, ne comprendono l’importanza quando ormai è troppo tardi o solo nel momento in cui questi princìpi vengono violati.

I pericoli per la riservatezza dipendono principalmente dalla relativa facilità con cui i dati possono essere raccolti o intercettati attraverso la Rete, dalla disinvoltura con cui si compilano formulari on-line e con la quale si caricano, nelle pagine Web, materiali che appartengono alla sfera del privato. Sempre più frequentemente si utilizzano servizi gratuiti che, in realtà, si ripagano cedendo ai gestori preziose informazioni sulle proprie abitudini di navigazione.

Alcune pericolose limitazioni all’esercizio dei propri diritti – privacy in testa – arrivano oltretutto da misure volte a proteggere altri princìpi, come quelle a tutela della proprietà intellettuale (vedi box); addirittura si è giunti a promulgare leggi che immolano la riservatezza degli utenti sull’altare della sicurezza (un sacrificio inutile e dannosovedi box).

Occhio ai "social network"

Gli utenti della Rete devono imparare a salvaguardare la propria identità digitale, che tende – con il tempo e con l’uso sempre più intenso del Web – a dilatarsi in diversi ambiti. Un’attenzione particolare andrebbe dedicata all’utilizzo delle comunità sociali (i social network come Facebook o MySpace), oggi molto in voga tra i giovani, nelle quali si inseriscono troppe informazioni personali o materiali che in futuro potrebbero causare qualche danno alla reputazione; questi dati sono di difficile – se non impossibile – cancellazione. Mettere troppe informazioni in Rete può avere delle ripercussioni negative, perché sono consultabili da chiunque.

La net-reputation è importante. Non va mai dimenticato che tutto ciò che è in Rete rimane e rende pubblica un’immagine, talvolta distorta, di noi. Il Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, in occasione della Giornata europea della protezione dei dati personali (28 gennaio), ha messo in guardia i giovanissimi dai rischi di un uso sconsiderato delle reti sociali: «fai attenzione a quell’informazione che rendi nota per fare invidia magari al tuo compagno di scuola perché, fra dieci o quindici anni, la stessa informazione potrà essere usata quando non vorresti più che fosse conosciuta».

Cancellazione dei dati

Lo stesso Garante ha emanato di recente una direttiva per imporre ai fornitori di accesso alla Rete la cancellazione dei contenuti di traffico, che non possono essere utilizzati nemmeno per fini di giustizia. Si tratta di informazioni molto delicate, perché «consentono di ricostruire relazioni personali e sociali, convinzioni religiose, orientamenti politici, abitudini sessuali e stato di salute».

Molti non sono purtroppo a conoscenza che alcuni servizi gratuiti, largamente usati in Rete, come i motori di ricerca, raccolgono e conservano per diverso tempo (dai 12 ai 18 mesi, anche se ne sarebbero sufficienti solo sei) le informazioni sulle pagine richieste e visitate dagli utenti: una merce preziosa, dal punto di vista pubblicitario. Questi dati ripagano i costi di gestione e sono necessari al miglioramento dell’efficienza e della sicurezza dei servizi offerti dai motori; la nota negativa è una generale mancanza di trasparenza nei confronti degli utenti, che dovrebbero essere meglio informati sull’uso che viene fatto dei loro dati.

Per evitare intrusioni (o veri e propri danni) alla propria sfera privata occorre una nuova consapevolezza che accompagni, e a volte ridimensioni, i facili entusiasmi con i quali si tende a utilizzare Internet e tutte le nuove tecnologie del nostro quotidiano. Meglio mantenere sempre una buona dose di riservatezza, sia off-line e sia on-line.

Federico Polvara

[per leggere tutti gli articoli di Federico Polvara, per aggiungere contributi o critiche, 
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Nascita di un princìpio

1890 Appare la prima nozione di privacy come «diritto a essere lasciato in pace», formulata dai giuristi americani Louis Brandeis e Samuel Warren.

1970 Viene approvato lo Statuto dei lavoratori, che introduce nella legislazione italiana le prime norme a protezione dei dati personali.

1996 Nasce la legge italiana sulla privacy, la 675/96, che istituisce la figura del Garante per la privacy.

2004 Entra in vigore il decreto legislativo 196/03 ("Codice in materia di protezione dei dati personali").

Fonte: Nova24 (Il Sole 24 Ore).

    

STOP ALLE INDAGINI PRIVATE

Ogni dispositivo collegato in Rete è contraddistinto univocamente da un numero, l’indirizzo Ip. Questo sistema permette il transito veloce e ordinato di tutti i dati, che partono dall’indirizzo Ip di origine della pagina dove risiedono, verso l’indirizzo Ip di colui che li ha richiesti. Ai titolari di un abbonamento per l’accesso al Web viene generalmente assegnato un recapito fisso ed è teoricamente possibile risalire alla persona che ha scaricato un determinato file.

Alcuni programmi sono in grado di monitorare il traffico di alcune applicazioni e conoscere gli indirizzi Ip di destinazione. Attraverso una società informatica svizzera che ha utilizzato questi software, la casa discografica Peppermint ha svolto un monitoraggio delle reti P2P (dove si scambiano file di ogni genere), individuando 5 mila utenti responsabili di scambio illegale di canzoni. Ognuno di essi ha ricevuto una lettera contenente una richiesta di 330 euro per non essere citati in tribunale. Il Garante per la privacy è però intervenuto, aprendo un’istruttoria conclusasi con la dichiarazione che le società private non possono svolgere attività di monitoraggio sistematico per individuare utenti colpevoli di infrangere leggi sul diritto d’autore. L’Authority ha quindi ordinato la cancellazione dei dati degli utenti.

Nello scontro fra due diritti – in questo caso contrapposti – la protezione della privacy ha avuto ragione del diritto d’autore, ma il caso non finisce qui perché le associazioni di autori stanno facendo fortissime pressioni per ottenere dai provider i nomi di chi scarica illegalmente e il caso è finito addirittura davanti alla Corte di giustizia europea. Il verdetto è stato salomonico: in assenza di normative specifiche dei singoli Stati, i dati personali degli utenti possono essere rivelati solo nei procedimenti penali. Più che salomonica, pare una decisione "pilatesca", perché scarica la questione ai legislatori nazionali.

   

UN ALTRO ANNO CON I DIRITTI IN SOSPENSIONE

Per data-retention s’intende la raccolta automatizzata di dati per eventuali fini investigativi. Nel luglio 2005, sull’onda emotiva di paura causata dagli attentati di Londra, fu approvato un pacchetto di misure – il decreto Pisanu, dal nome dell’allora ministro dell’Interno – per esigenze di contrasto al terrorismo internazionale. Il d.l. 144/07, convertito subito in legge, prevedeva l’obbligo di conservare i dati di traffico telefonico dei 48 mesi precedenti e di quello telematico (12 mesi) fino al 31 dicembre 2007. In pratica, ai gestori di telefonia e ai provider (Isp) è stato imposto di conservare tutte le informazioni (eccetto il contenuto) relative a chiamate e connessioni Web, mantenendole a eventuale disposizione dell’Autorità giudiziaria.

Ma, fra le pieghe del decreto "milleproroghe" approvato a fine 2007, è spuntato un prolungamento, con un nuovo termine (31 dicembre 2008) per la data-retention italiana: quasi 8 anni di telefonate e quasi 4 di connessioni alla Rete, un lasso di tempo irragionevolmente lungo di sospensione dei nostri diritti (alla privacy, alla libertà di espressione e alla segretezza della corrispondenza...) che non ha eguali in Europa e, addirittura, in contrasto con le direttive comunitarie che raccomandano una durata massima di conservazione di due anni. Questi dati contengono elementi in grado di rivelare molti aspetti, anche sensibili, della vita delle persone e nessuno potrebbe garantire sulla sicurezza degli archivi, soprattutto alla luce di ciò che è successo qualche anno fa (lo scandalo securityin Telecom).

  
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