Franca Zambonini.

ARRIVEDERCI...

di FRANCA ZAMBONINI

   

   Famiglia Cristiana n.3 del 21-1-2001 - Home Page Clinton se ne va, però il 60 per cento degli americani lo avrebbe rivotato se la legge permettesse di concorrere alla presidenza per la terza volta. Il presente ora si chiama Hillary, è lei la stella.

Va forte negli Stati Uniti il film Thirteen Days, interpretato da Kevin Costner. Trovandomi colà in vacanza, non me lo sono perso. È il racconto della crisi dei missili di Cuba, nell’ottobre 1962, quando per tredici giorni il mondo si trovò a un passo dall’annichilimento totale della guerra atomica. L’Unione Sovietica aveva installato segretamente quaranta missili nucleari nell’isola di Fidel Castro, l’America se ne accorse, e infine Kennedy costrinse Kruscev a riportarsi a casa tutto l’armamentario. I giornali hanno intervistato testimoni dell’epoca e studiosi di storia, e su un punto si trovano tutti d’accordo: la soluzione della crisi di Cuba fu il più grande merito di John F. Kennedy, il momento di storica grandezza della sua presidenza.

Quasi quarant’anni dopo, anche Bill Clinton ha cercato di consegnare alla storia una personale grandezza. Fino agli sgoccioli dei suoi otto anni alla Casa Bianca, ha inseguito il sogno di pacificatore. È stato quasi sovrumano il suo esercizio di pazienza per convincere israeliani e palestinesi ad accettare un accordo. Ha proposto a Barak e ad Arafat un piano possibile, li ha invitati a Washington insieme o uno alla volta, ha lottato contro il tempo per riuscirci entro il 20 gennaio, giorno in cui lascerà il posto al presidente eletto George W. Bush. Non ce l’ha fatta perché era una missione impossibile. Ma nessuno potrà mai accusarlo di non averci provato allo spasimo. C’è una grandezza anche nelle sconfitte.

L’unica possibilità di ascoltare dal vivo Bill Clinton per una straniera di passaggio come me, s’intende esclusa da qualsiasi invito a feste di addio presidenziali, è capitata domenica 7 gennaio, e anche questa non me la sono persa. I Clinton sono andati alla funzione nella loro chiesa metodista, e qui il presidente ha pronunciato il sermone, parlando per 13 minuti di passato, presente e futuro.

Per il passato: «Non potete immaginare quanta forza ho tratto dalle domeniche qui con voi nei momenti più felici come in quelli più tempestosi». E ha ringraziato il pastore Philip Wogaman che «si è assunto il peso di incontrarmi ogni settimana». Non ha aggiunto altro, ma tutti sanno che il pastore lo aiutava a redimersi dopo lo scandalo Monica Lewinsky, la stagista con la quale si era procurato delle "distrazioni" proprio nel sacro recinto dello Studio Ovale. Per quel pasticcio, Clinton rischiò di perdere il posto, dopo aver perso la dignità nei devastanti interrogatori che, trasmessi dalle Tv di tutto il mondo, lo esposero al ludibrio universale. Ma Clinton conosce bene l’arte di rinascere dalle sue ceneri. Ora se ne va, però il 60 per cento degli americani lo avrebbe rivotato se la legge permettesse di concorrere alla presidenza per la terza volta.

Il presente si chiama Hillary. La First Lady lascia la Casa Bianca ed entra in Senato dopo il trionfo elettorale a New York. Adesso è lei la stella, mentre il marito decade al ruolo di spalla. Questo scambio di parti può essere la rivincita di una moglie tradita e umiliata in modo spettacolare, ma Hillary ha troppo talento politico per darlo a vedere. E questo ci porta al futuro.

Dal pulpito della chiesa metodista, Clinton lo ha affrontato citando John Quincy Adams, sesto presidente degli Stati Uniti: «Adams diceva che nessuno è più patetico di un ex presidente. Non so se credere a lui oppure a Jimmy Carter, la cui vita prova il contrario». Carter, trentanovesimo presidente negli anni 1977-1981, resta attivissimo nonostante sia vicino all’ottantina. Dirige i volontari dell’Habitat for Humanity che costruiscono case per senzatetto, pubblica ora il suo terzo libro dal titolo Un’ora prima dell’alba, sulla sua fanciullezza contadina. Un buon esempio da seguire, ma è probabile che Clinton, più che al volontariato, si dedicherà a scrivere libri.

Anche in questo Hillary lo ha sopravanzato, incassando per le sue memorie l’anticipo folle di 8 milioni di dollari, in lire oltre 17 miliardi. E un umorista ha già trovato il titolo, modificando quello del precedente libro di Hillary: Ci vuole un villaggio, in un oltraggioso: Ci vuole un idiota, s’intende per acquistare la futura opera. I Clinton mancheranno molto ai vignettisti e agli attori comici. Nessun’altra presidenza ha fornito tanti spunti. Il presidente ora esce di scena, resta la senatrice e su di lei si scatenano. Ecco Hillary in una vignetta: «Non voglio nessun trattamento speciale», proclama, e intanto entra in Senato assisa in trono sulle spalle dei portatori. In un’altra, Hillary trasloca dalla Casa Bianca e da una finestra esce il fumetto della sua voce che grida: «Ritornerò!». La previsione è che ritornerà tra quattro anni, da presidente. E se suo marito non è entrato nella storia come l’uomo della pace in Medioriente, forse lei ci entrerà come la prima donna presidente degli Stati Uniti.

   Famiglia Cristiana n.3 del 21-1-2001 - Home Page