Clinton se ne
va, però il 60 per cento degli americani lo avrebbe rivotato se la legge
permettesse di concorrere alla presidenza per la terza volta. Il presente
ora si chiama Hillary, è lei la stella.
Va
forte negli Stati Uniti il film Thirteen Days, interpretato da
Kevin Costner. Trovandomi colà in vacanza, non me lo sono perso. È il
racconto della crisi dei missili di Cuba, nell’ottobre 1962, quando per
tredici giorni il mondo si trovò a un passo dall’annichilimento totale
della guerra atomica. L’Unione Sovietica aveva installato segretamente
quaranta missili nucleari nell’isola di Fidel Castro, l’America se ne
accorse, e infine Kennedy costrinse Kruscev a riportarsi a casa tutto l’armamentario.
I giornali hanno intervistato testimoni dell’epoca e studiosi di storia,
e su un punto si trovano tutti d’accordo: la soluzione della crisi di
Cuba fu il più grande merito di John F. Kennedy, il momento di storica
grandezza della sua presidenza.
Quasi quarant’anni dopo, anche Bill Clinton ha cercato
di consegnare alla storia una personale grandezza. Fino agli sgoccioli dei
suoi otto anni alla Casa Bianca, ha inseguito il sogno di pacificatore. È
stato quasi sovrumano il suo esercizio di pazienza per convincere
israeliani e palestinesi ad accettare un accordo. Ha proposto a Barak e ad
Arafat un piano possibile, li ha invitati a Washington insieme o uno alla
volta, ha lottato contro il tempo per riuscirci entro il 20 gennaio,
giorno in cui lascerà il posto al presidente eletto George W. Bush. Non
ce l’ha fatta perché era una missione impossibile. Ma nessuno potrà
mai accusarlo di non averci provato allo spasimo. C’è una grandezza
anche nelle sconfitte.
L’unica possibilità di
ascoltare dal vivo Bill Clinton per una straniera di passaggio come me, s’intende
esclusa da qualsiasi invito a feste di addio presidenziali, è capitata
domenica 7 gennaio, e anche questa non me la sono persa. I Clinton sono
andati alla funzione nella loro chiesa metodista, e qui il presidente ha
pronunciato il sermone, parlando per 13 minuti di passato, presente e
futuro.
Per il passato: «Non potete immaginare quanta forza ho
tratto dalle domeniche qui con voi nei momenti più felici come in quelli
più tempestosi». E ha ringraziato il pastore Philip Wogaman che «si è
assunto il peso di incontrarmi ogni settimana». Non ha aggiunto altro, ma
tutti sanno che il pastore lo aiutava a redimersi dopo lo scandalo Monica
Lewinsky, la stagista con la quale si era procurato delle
"distrazioni" proprio nel sacro recinto dello Studio Ovale. Per
quel pasticcio, Clinton rischiò di perdere il posto, dopo aver perso la
dignità nei devastanti interrogatori che, trasmessi dalle Tv di tutto il
mondo, lo esposero al ludibrio universale. Ma Clinton conosce bene l’arte
di rinascere dalle sue ceneri. Ora se ne va, però il 60 per cento degli
americani lo avrebbe rivotato se la legge permettesse di concorrere alla
presidenza per la terza volta.
Il presente si chiama Hillary. La First Lady
lascia la Casa Bianca ed entra in Senato dopo il trionfo elettorale a New
York. Adesso è lei la stella, mentre il marito decade al ruolo di spalla.
Questo scambio di parti può essere la rivincita di una moglie tradita e
umiliata in modo spettacolare, ma Hillary ha troppo talento politico per
darlo a vedere. E questo ci porta al futuro.
Dal pulpito della chiesa
metodista, Clinton lo ha affrontato citando John Quincy Adams, sesto
presidente degli Stati Uniti: «Adams diceva che nessuno è più patetico
di un ex presidente. Non so se credere a lui oppure a Jimmy Carter, la cui
vita prova il contrario». Carter, trentanovesimo presidente negli anni
1977-1981, resta attivissimo nonostante sia vicino all’ottantina. Dirige
i volontari dell’Habitat for Humanity che costruiscono case per
senzatetto, pubblica ora il suo terzo libro dal titolo Un’ora prima
dell’alba, sulla sua fanciullezza contadina. Un buon esempio da
seguire, ma è probabile che Clinton, più che al volontariato, si
dedicherà a scrivere libri.
Anche in questo Hillary lo ha sopravanzato, incassando
per le sue memorie l’anticipo folle di 8 milioni di dollari, in lire
oltre 17 miliardi. E un umorista ha già trovato il titolo, modificando
quello del precedente libro di Hillary: Ci vuole un villaggio, in
un oltraggioso: Ci vuole un idiota, s’intende per acquistare la
futura opera. I Clinton mancheranno molto ai vignettisti e agli attori
comici. Nessun’altra presidenza ha fornito tanti spunti. Il presidente
ora esce di scena, resta la senatrice e su di lei si scatenano. Ecco
Hillary in una vignetta: «Non voglio nessun trattamento speciale»,
proclama, e intanto entra in Senato assisa in trono sulle spalle dei
portatori. In un’altra, Hillary trasloca dalla Casa Bianca e da una
finestra esce il fumetto della sua voce che grida: «Ritornerò!». La
previsione è che ritornerà tra quattro anni, da presidente. E se suo
marito non è entrato nella storia come l’uomo della pace in Medioriente,
forse lei ci entrerà come la prima donna presidente degli Stati Uniti.