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I sacramenti, segni
di fede
UN CATTOLICO SPOSA IN CHIESA
UN’ATEA NON CRESIMATA
La Chiesa
consente un matrimonio del genere perché è richiesto soltanto che
entrambi credano nel matrimonio unico, indissolubile e aperto alla vita.
Caro padre, sono un sacerdote diocesano di quarantasette anni,
parroco da dodici in una delle più popolose parrocchie di Roma. Sono
lettore assiduo di Famiglia Cristiana da tantissimi anni e
voglio sottolineare che l’ho sempre apprezzata molto. Ho seguito con
attenzione anche i passaggi delicati in cui alcune affermazioni della
rubrica, ora affidata a lei, sono state oggetto di critica. Devo dirle
sinceramente che non mi sembrava che quelle critiche fossero fondate.
Oggi invece mi decido a scriverle di getto perché
non condivido l’impostazione della risposta data a Milena di
Cagliari (FC n. 46/2000). Le devo confessare che la mia prima
reazione, leggendo la sua risposta, è stata quella di domandarle: «Ma
lei, è mai stato parroco?». Perché a me sono capitati più volte
casi del genere, e oso dire che tutti si sono risolti con reciproca
soddisfazione. Milena conclude la sua lettera con due domande secche: «La
Chiesa permette che un cattolico si sposi in chiesa con un’atea non
cresimata? È possibile per una coppia non sposata, con un genitore
non cattolico, battezzare i figli?».
Secondo me, lei ha perso un’occasione preziosa per
dare non solo a Milena, ma a moltissimi lettori, delle informazioni
che loro non hanno e che io, come parroco, mi sforzo di diffondere con
i miei modesti mezzi. La risposta doveva essere altrettanto secca: «Sì!».
Contrariamente a quello che pensa Milena (e forse anche i suoi
genitori e i futuri suoceri), è consentita l’una e l’altra cosa!
Alla seconda domanda, per la verità, lei ha risposto con l’ultimo
capoverso, che però nel tono sembrava più porre condizioni che
incoraggiare.
Ma alla prima domanda, perché non ha risposto
chiaramente? Ebbene sì, la Chiesa consente un matrimonio del genere,
perché è richiesto soltanto che entrambi credano che sia unico,
indissolubile e aperto alla vita. Questo è quanto avviene, ad
esempio, in quelli misti (io ne ho celebrato uno, bellissimo, fra una
cattolica e un ebreo). Ma nel caso di Milena c’è addirittura un
vantaggio: non si tratterebbe di un matrimonio misto in senso stretto,
perché lei è una «battezzata non credente», ma pur sempre una
battezzata, e quello fra battezzati è comunque sacramento. Il fatto
di essere non credente la dispensa, ovviamente, dal ricevere la
Cresima (sarebbe veramente assurdo pretenderla), ma non le impedisce
di prendere un sincero impegno col suo sposo per un amore esclusivo,
perpetuo e fecondo.
Ed è quanto lei dovrebbe dichiarare nella fase
istruttoria del matrimonio. Dopodiché il rito in chiesa non
costituirebbe alcuna violazione dei suoi sacrosanti diritti di non
credente: basta rileggere la formula del consenso che recitano gli
sposi: Dio non è neppure nominato! Anche nella consegna degli anelli
basterebbe omettere l’invocazione trinitaria e dire semplicemente: «Ricevi
questo anello, segno del mio amore e della mia fedeltà».
Nella sua risposta lei sembra soprattutto
preoccupato di difendere il buon diritto di Milena a non fingere una
fede che non ha e di "riabilitare" ai suoi occhi il
matrimonio civile, che la ragazza aveva definito «misero contratto».
Concordo con lei su entrambe le cose, ma perché non ha sottolineato
che il semplice consenso di Milena dato in chiesa, anche in una
celebrazione senza la Messa, non significherebbe automaticamente «fingere
la fede» né rinunciare alle sue convinzioni, mentre il matrimonio
solo civile per il ragazzo, questo sì, sarebbe un atto contrario alle
sue convinzioni cristiane, che lo escluderebbe dalla Confessione e
dalla Comunione? È vero, non gli impedirebbe di chiedere il battesimo
per i suoi figli, ma non gli permetterebbe, ad esempio, di fungere da
padrino nel battesimo dei figli altrui.
Nella mia esperienza c’è anche un caso molto
simile a quello di Milena: fui addirittura io, dopo un lungo e
interessante colloquio con lo sposo, battezzato ma non credente e del
tutto "allergico" alle cose di Chiesa, a convincerlo dell’inopportunità
di fare la Cresima e anche di ricevere la Comunione durante il rito
nuziale (lui, per amore, era disposto a tutto, ma con evidente
irritazione). Scrisse, col mio aiuto, una dichiarazione assolutamente
sincera, in cui affermava di credere nel matrimonio unico,
indissolubile e aperto alla vita e di condividere sostanzialmente
tutti i valori proposti dal cristianesimo, ma di non credere nel
valore dei sacramenti e dei riti religiosi, pur avendo il massimo
rispetto per chi la pensava diversamente. La cerimonia si svolse in
una bellissima chiesetta di Assisi alla presenza di pochissime
persone, tutte perfettamente al corrente delle convinzioni della
sposa, ma anche di quelle dello sposo. Qualche anno dopo fui chiamato
anche a battezzare il loro bambino: le convinzioni di entrambi non
erano cambiate, ma anche il rispetto era immutato.
Altre due possibilità, per la verità un po’ più
rare, ma meritevoli d’essere conosciute, sono quelle del matrimonio
canonico disgiunto dal rito civile e della "sanatio in radice"
di un matrimonio civile. La prima procedura consente in via
eccezionale agli sposi che non possono celebrare il matrimonio
concordatario in chiesa (ad esempio perché i parenti del coniuge di
altra religione rifiuterebbero di partecipare) di fare due cerimonie
separate, possibilmente premettendo quella religiosa a quella civile,
meglio se nello stesso giorno. La seconda procedura consente, una
volta celebrato il matrimonio solo civile, di dargli valore religioso
senza bisogno di ripetere il consenso né di andare in chiesa, qualora
questo fosse un ostacolo insuperabile per la parte non credente.
Forse la mia lettera è troppo lunga, mentre lei
aveva poche righe a disposizione. Spero tuttavia d’essere riuscito a
chiarire il punto centrale della mia critica: io non consiglierei mai
il matrimonio civile in un caso simile, ma cercherei di illustrare i
tanti modi possibili per rispettare il non credente senza offendere
gravemente il credente.
don Luigino P.,
parroco (Roma)
Ringrazio don
Luigino (e tutti gli altri che hanno scritto, facendo, più o meno, le
stesse osservazioni) perché ci permette di ritornare, in modo più
ampio, sul tema segnalato da Milena. La brevità di quella risposta non
permetteva di specificare tanti dettagli (così bene illustrati da don
Luigino), ma si preoccupava di testimoniare come la Chiesa e il Vangelo,
prima delle norme, degli opportuni compromessi e dei complessi artifici
giuridici, pongano al primo posto quei valori umani della verità e
della coerenza, che danno pienezza di senso ai sacramenti della fede.
Chi crede al matrimonio unico, indissolubile e
aperto alla vita, realizza certamente il progetto di Dio riguardo al
rapporto uomo-donna. Ma questo non è sufficiente per essere
cristiani: bisogna avere la fede e impegnarsi a testimoniarla e a
diffonderla. D’altra parte, come ha ricordato di recente Giovanni
Paolo II, i sacramenti non sono indispensabili per la salvezza. La
verità e la coerenza di vita invece sì. («Tutti i giusti della
terra, anche quelli che ignorano Cristo e la sua Chiesa e che, sotto l’influsso
della grazia cercano Dio con cuore sincero – confronta Lumen
gentium, 16 – sono, dunque, chiamati a edificare il Regno di
Dio, collaborando col Signore che ne è l’artefice primo e decisivo».
Catechesi del mercoledì 6 dicembre 2000).
I sacramenti sono «segni e mezzi mediante i quali
la fede viene espressa e irrobustita». Se poi la Chiesa, per
affermare certi valori, prevede – opportunamente – soluzioni che
non esprimono in pienezza la realtà sacramentale, questo depone
soltanto a suo favore perché riconosce comunque il valore intrinseco
della realtà umana (specialmente per quanto riguarda il matrimonio),
che precede il sacramento. Più che snaturare il sacramento e privarlo
del suo specifico cristiano, evitando di nominare la Trinità,
concordo sul fatto che, essendo previsto persino un rito nuziale fra
un battezzato e un non battezzato (disparità di culto), nulla
impedisce che, nel caso specifico, i due possano sposarsi in chiesa
senza rinunciare alle loro personali convinzioni.
Ma è lecito e doveroso chiederci se la Chiesa,
specialmente oggi, debba apparire più preoccupata della regolarità
formale che non della verità e del rispetto delle persone, cercando
di restituire ai sacramenti, per quanto possibile, la loro piena
identità di segni della fede.
d.a.
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